Al termine di una bella giornata di fede
di Aldo Maria Valli
La celebrazione di Écône per la consacrazione dei quattro nuovi vescovi della FSSPX è stata un trionfo della bellezza cattolica. Bellezza in senso teologico, non solo estetico. Per quanto reso complicato da un temporale, il rito ha permesso a chi l’ha seguito di scoprire o riscoprire un patrimonio di spiritualità che la Chiesa postconciliare ha incredibilmente relegato in soffitta, quasi vergognandosene. Ogni dettaglio è stato pensato per far risaltare la dimensione verticale: tutto è stato rivolto a Dio. Niente protagonismo umano, niente “animazione liturgica”, niente abusi, niente ministri straordinari dell’Eucaristia e altre aberrazioni. Niente applausi! Le donne velate, le genuflessioni, la compostezza, i canti, l’organo, i paramenti realizzati dalle suore e non da qualche stilista di grido. Impossibile non restare colpiti e affascinati.
Nell’omelia, il superiore della Fraternità, don Pagliarani, ha messo al centro la questione della fede, e ha fatto benissimo, perché di questo si tratta: la fede. Non è questione di preferenze liturgiche, non è questione di Vaticano II. La questione è la fede. Quale fede si professa a Roma? Quale fede esprime la Chiesa del post-concilio? Ancor più radicalmente: questa Chiesa ha conservato la fede?
La FSSPX con queste consacrazioni ha realizzato un capolavoro. Avendole annunciate con largo anticipo, ha giocato a carte scoperte, lasciando tutto il tempo al Vaticano per un incontro, per una qualche forma di dialogo (che, dopo tutto, dovrebbe essere nelle corde di questa Chiesa tutta dialogo e inclusione). Ma Roma ha risposto picche, e alla FSSPX non è restato che prenderne atto.
Alla riuscita del capolavoro ha contribuito lo stesso Leone. A Castel Gandolfo, parlando ai giornalisti, Prevost si è lasciato scappare che il problema con la FSSPX è l’accettazione del Concilio Vaticano II: un autogol. Che il problema sia il Vaticano II la FSSPX lo dice da sempre, mostrando che Roma ha dogmatizzato un Concilio che volle essere solo pastorale. E Leone XIV, forse per superficialità, ha certificato che le cose stanno proprio così. Significa che non c’è un solo punto relativo alla fede su cui la Fraternità sia attaccabile. Anzi, come ha dimostrato per l’ennesima volta con la cerimonia delle consacrazioni, la FSSPX in materia di fede è un baluardo. Il nodo è solo il Concilio. Ma, se è così, significa che Roma è caduta nell’ideologia. E sappiamo che l’ideologia impedisce di vedere la realtà per quella che è e pretende di ridisegnarla sulla base di ciò che essa ritiene dovrebbe essere la realtà.
Un mezzo autogol è stato anche l’appello che Prevost ha rivolto alla Fraternità a poche ore dalle consacrazioni. Un appello del genere, se fosse stato sincero e non motivato solo da ragioni di immagine a beneficio dei mass media, andava fatto molto prima. Tuttavia don Pagliarani ha risposto in modo nobile, ributtando la palla nella metà campo di Roma e completando così il capolavoro.
Arriveranno le scomuniche? Probabile, ma nessuna carta bollata romana potrà cancellare la bellezza. Dai frutti li riconoscerete. E tutti oggi hanno potuto vedere che i frutti della FSSPX sono buoni e belli. Vedere i fedeli che si genuflettono quando passano davanti al Santissimo e prendono la santa comunione sulla lingua, in ginocchio, è qualcosa che scalda il cuore. Solo formalismo, diranno i soliti soloni. E noi lasciamo che dicano.



