Dal nostro inviato a Écône / Ho visto un popolo fedele e felice, desideroso di amare Cristo e la Chiesa
di Paolo Gulisano
La giornata del 1° luglio 2026 a Écône, cuore della Fraternità San Pio X, dove negli anni Settanta monsignor Marcel Lefebvre fondò un seminario in cui formare nuovi sacerdoti fedeli all’insegnamento di sempre della Chiesa, mentre la stessa era scossa dalla tempesta del post concilio, è stata di portata storica.
La consacrazione di quattro nuovi vescovi, di età oltretutto abbastanza giovane, garantirà di sicuro la continuità della missione della Fraternità nel mondo. Significa che nuovi sacerdoti potranno essere ordinati, i sacramenti potranno essere ancora amministrati, si potrà continuare a celebrare la santa messa secondo il vetus ordo (che peraltro il Vaticano non ha mai abrogato, ma ha reso per molti anni impossibile da celebrare). La rivoluzione liturgica avvenne anche con il consenso di prelati conservatori come i cardinali Siri e Ottaviani. Solo un vescovo francese missionario in Africa, Marcel Lefevbre, disse di no, continuò a celebrare nell’antico rito e in tal modo fece sì che si salvasse.
Ciò che è avvenuto il 1° luglio a Écône è la continuazione di questo impegno, di questo compito.
Il clima che si respirava ieri nel villaggio della Svizzera era di grande serenità, nonostante la portata storica dell’avvenimento e le minacce di scomunica.
L’omelia del superiore generale, il riminese don Davide Pagliarani, è stata profonda, tanto pacata nei toni quanto ferma nei contenuti. Ha ribadito la motivazione profonda della Fraternità: annunciare Cristo, proporre la Fede cattolica in un mondo sempre più smarrito e lontano da Dio.
Toni che non erano ceto quelli del “dissenso interno” alla Chiesa che tormentarono per anni Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Qualcuno ha descritto la Fraternità come disobbediente, come ribelle. Ma quanta differenza con i ribelli progressisti che ora sono al potere: sulle cattedre episcopali, nelle università pontificie, nei media cattolici!
Strani ribelli quelli che ieri aprivano ombrelli gialli e bianchi, i colori della Santa Sede. Strani ribelli quelli che hanno seguito per ore i riti della consacrazione e della messa. Riti compiuti con precisione, con dedizione. Osservandoli, pensavo a quanta ricchezza liturgica è stata messa in soffitta, e soprattutto a quanto valore e significato ci sia in ogni singolo gesto della Liturgia, dove nulla è a caso.
Per quanto riguarda il popolo fedele radunato sul prato, si presentava in un modo molto diverso da come i tradizionalisti sono usualmente descritti, ovvero fanatici, chiusi e magari anche un po’ tristi.
I ventimila radunatisi ai piedi del colle dove sorgono la chiesa e il seminario erano un popolo lieto, sereno, che rappresentava uno spaccato dei cinque continenti.
Personalmente, ho seguito la celebrazione accanto a John, un americano di etnia filippina venuto da solo fin dall’Arizona. Vicino a noi c’erano messicani, svizzeri, tedeschi, francesi, uno scozzese in kilt, così come molti altri gruppi indossavano costumi tradizionali: del Tirolo, dell’Alsazia, della Bretagna.
“La Chiesa universale è qui”, mi sono detto. Moltissimi, uomini donne e bambini indossavano quello che un tempo si chiamava “vestito della festa”: gli abiti più belli, non per far sfoggio di sé, ma per amore e rispetto a Nostro Signore e all’avvenimento di Grazia cui partecipavano.
Colpivano anche le bandiere: quasi tutte erano quelle nazionali, ma dove campeggiava al centro il Sacro Cuore. Ho visto bandiere spagnole, del Texas, ma forse quelle che colpivano di più erano i tricolori francesi giacobini con i Sacri Cuori, che personalmente mi hanno commosso per quello che vogliono significare: anche uno Stato nato dalla Rivoluzione può e deve tornare a Cristo. Il motto di san Pio X, “Instaurare omnia in Christo” è anche in questi gesti e simboli.
Dopo sei ore sotto un sole cocente e poi sotto una pioggia torrenziale, la grande comunità ha iniziato una festa semplice e tranquilla, mangiando insieme, riconoscendosi e salutandosi.
Qualcuno potrà dire che non è stato diverso da qualunque grande kermesse cattolica. Eppure si percepiva qualcosa di diverso: una gioia contenuta (non ci sono stati applausi o acclamazioni: la messa non è uno spettacolo). Parlo della gioia di chi si era a lungo inginocchiato nell’erba bagnata senza lamentarsi, perché tutti erano certi di essere alla presenza di Nostro Signore.
Questo è lo spirito della Fraternità, questo è ciò che chiede alla Santa Sede: la libertà di amare Cristo e la Chiesa, di servire Dio e testimoniarlo nel mondo.
Il popolo di Écône ieri ha lasciato il Vallese non con la paura della scomunica, ma con questa gioia e questo impegno per il difficile tempo a venire.



