Né scismatica né disobbediente. E le scomuniche sono senza effetto. Domande e risposte sulla FSSPX

In questi giorni, segnati dalla consacrazioni episcopali a Écône, più di un amico di “Duc in altum” mi ha chiesto perché il blog si sia schierato apertamente dalla parte delle ragioni sostenute dalla FSSPX. Alcune risposte sono già arrivate dai numerosi articoli pubblicati. Ricordo, fra gli altri, il mio “I dubbi sulla FSSPX e le risposte di un povero cristiano” [qui] e “Un attacco frontale e definitivo alla Tradizione. Ecco perché è tempo di schierarsi” [qui] di don Leonardo Maria Pompei. Desideravo però che un contributo arrivasse dalla stessa FSSPX, e per questo motivo mi sono rivolto a don Daniele Di Sorco, sacerdote della Fraternità che certamente ricorderete come autore di quel “Parole chiare sulla Chiesa. Perché c’è una crisi, dove nasce e come uscirne” di cui consiglio sempre la lettura, così come consiglio “Golpe nella Chiesa. Documenti e cronache sulla sovversione: dalle prime macchinazioni al Papato di transizione, dal Gruppo del Reno fino al presente”.

Prima del contributo di don Daniele trovate due lettere che mi sono state inviate dal carissimo Vincenzo Rizza, collaboratore abituale di “Duc in aoltum”, e dall’avvocato Pietro Piciocchi.

*

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

la scomunica alla FSSPX era un provvedimento tutt’altro che inatteso. Uno strappo alla comunione ecclesiale che rattrista e addolora e che prego possa rientrare con un po’ di buon senso da parte di tutti.

Come ho scritto in passato, pur rimanendo ostinatamente aggrappato alla Barca di Pietro, apprezzo tante cose della Fraternità, ma trovo nella recente ordinazione dei quattro vescovi una insanabile contraddizione. Dichiarare di amare il Papa e di rispettarlo è, a mio avviso, incoerente con l’ordinazione di vescovi non solo senza il mandato apostolico ma perfino nonostante l’espresso divieto del Santo Padre.

La motivazione è data dallo stato di necessità. Sennonché lo stato di necessità, in questo caso, non deriva dall’assenza del Papa o da un suo impedimento, bensì proprio dalla esplicita contrarietà del Papa all’ordinazione.

Delle due l’una: o la Fraternità non riconosce l’autorità del Pontefice e quindi è de facto scismatica, o la riconosce e l’atto di esplicita disobbedienza non può che portare alla dichiarazione di scisma.

Sarebbe stato forse più coerente per la Fraternità disconoscere l’autorità pontificia, con l’effetto, tuttavia, di cadere in un sedevacantismo di difficile soluzione. Chi sarebbe l’ultimo Papa? Benedetto XVI? Pio XII? E come ricostituire la successione apostolica?

Se invece si riconosce l’autorità del Papa non si può, a mio avviso, professarne obbedienza a parole e negargliela nei fatti. Salvo volere professare obbedienza a un’entità astratta che merita la nostra approvazione solo se dice e fa quello che ci piace di più.

Non sto sostenendo, naturalmente, che il Papa non possa essere ripreso e criticato ove sia in errore, ma in materia di successione apostolica l’autorità papale non può essere contraddetta.

Capisco l’amarezza di chi vede scomunicati, per di più dall’attuale prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, vescovi e sacerdoti che professano la fede degli ultimi duemila anni e non anche chi quotidianamente cerca di demolire la fede trasmessaci. L’ingiustizia di un trattamento diseguale non rende, tuttavia, giusto un atto oggettivamente contrario all’ordine ecclesiale. Due torti non fanno una ragione.

In fondo è proprio quando l’autorità è esercitata da chi ci delude, o addirittura ci scandalizza, che si misura la sincerità del principio. Obbedire a un Papa che ci piace è facile; riconoscere l’autorità di un Papa le cui decisioni riteniamo sbagliate è infinitamente più difficile. Se si ritiene che Roma stia sbagliando, la risposta non può essere quella di costruire una successione apostolica parallela. Sarebbe una vittoria apparente che rischierebbe di trasformarsi, col tempo, nella sconfitta della stessa causa che si intende difendere: una Chiesa nella quale ciascuno riconosce l’autorità soltanto finché gli dà ragione finisce inevitabilmente per trasformarsi in una sorta di protestantesimo tradizionalista, nel quale ciascuno riconosce il Papa fino al punto in cui coincide con la propria interpretazione della Tradizione.

*

di Pietro Piciocchi

Caro Valli,

sempre grazie per il suo accurato lavoro e per dare spazio anche ad opinioni diverse sul suo blog.

Leggendo i vari commenti, capisco di essere una voce fuori dal coro in ciò che sto per dire: lei ha scritto che quella delle consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X è stata una bella giornata di fede, un trionfo della bellezza cattolica. Io penso invece che sia stata una giornata tristissima, un trionfo dell’artefice di ogni divisione. Non discuto della bellezza estetica della celebrazione, certamente meravigliosa, come purtroppo non se ne vedono più nelle nostre Chiese, dove non di rado imperversa tanta trasandatezza che è oltraggio al Signore Gesù. Penso anche che la Fraternità San Pio X sia un cammino fecondo, riconosco i sentimenti autentici di coloro che partecipano dei suoi apostolati, ne apprezzo lo zelo apostolico, il desiderio sincero di seguire Cristo e la cura per la bellezza liturgica. Credo che questa comunità abbia molto da offrire alla Chiesa che deve correggere certe derive moderniste che ha preso negli ultimi anni e che la devastano come fossero metastasi. In tutto questo, però, ravviso una contraddizione insanabile: non riesco a capire come chi si erge a custode dell’ortodossia più rigorosa possa consacrare vescovi senza il mandato del papa. Questo è oggettivamente un atto gravissimo, sanzionato dal diritto canonico, che mina la coerenza della Fraternità. Leggo molti commenti critici nei confronti della scomunica ma quella scomunica era nel diritto canonico e lo si sapeva. Cos’altro avrebbe potuto fare il Papa? L’aveva già comminata San Giovanni Paolo II per gli stessi fatti. Nulla di nuovo. Possiamo cavillare all’infinito sulla validità giuridica della scomunica ma resta l’atto di disubbidienza che pesa come un macigno. E questo è oggettivo e per certi versi pure scandaloso. Non si può credere nel primato petrino a corrente alternata. È un atto di umiltà sottomettere il proprio punto di vista a quello della Chiesa nelle materie sulle quali il Romano Pontefice esercita giurisdizione. Certo non di moda in questi tempi di arroganza e autosufficienza. E in questo la Fraternità San Pio X ha purtroppo dimostrato di non essere distante dallo spirito del mondo moderno che pure a parole dice di disprezzare.

E questo fa molto dispiacere.

Come detto, anche io sono molto addolorato per certi mali che si notano nella Chiesa all’inseguimento del politicamente corretto e di certe ideologie mondane che oggi vanno per la maggiore. Una Chiesa che, come lei ha recentemente denunciato, sembra avere perso la fede e concentrarsi su tutto ad eccezione dell’unica cosa che la dovrebbe assillare che è l’annuncio di Gesù Cristo. Ma la soluzione non è quella di dividerci all’interno con la pretesa di essere la vera Chiesa. Pietro – può piacere o meno – è il fondamento visibile dell’unità della Chiesa. Se mettiamo questo in discussione con i nostri comportamenti, a dispetto di ciò in cui crediamo, allora perdiamo il nostro essere cattolici, diventiamo protestanti o qualcos’altro, basiamo le scelte sul nostro criterio umano e non sul giudizio della Chiesa.

Questo oggettivo atto di disobbedienza è un elefante nella stanza che offusca le tante cose buone che certamente ci sono nella Fraternità San Pio X. Credo che il Papa soffra molto per quanto è accaduto.

Ecco perché è stata una giornata davvero triste.

Non ci resta che pregare per la ricomposizione di questa terribile frattura che la sposa di Cristo non si può permettere, senza dividerci in tifoserie che ci erodono e non portano a nulla di buono.

Grazie di cuore, Dio la benedica!

*

Risponde don Daniele Di Sorco della Fraternità sacerdotale San Pio X

di don Daniele Di Sorco, fsspx

Di fronte alla profusione di dichiarazioni, articoli e interviste in cui la Fraternità San Pio X viene ritenuta responsabile di una frattura all’interno della Chiesa, di una gravissima disobbedienza nei confronti del Santo Padre, di un vero e proprio scisma, riteniamo opportuno scrivere qualche riga per cercare di fare chiarezza. Il nostro metodo sarà sempre lo stesso: non le impressioni, non i «sentito dire», non le elucubrazioni dell’opinionista di turno, ma la teologia cattolica, attinta alle sue fonti: il Magistero perenne della Chiesa e l’insegnamento dei grandi teologi e canonisti.

La Fraternità San Pio X non è scismatica

Il cardinale Tommaso de Vio (detto il Gaetano, 1469-1534), uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa» (Commento alla Somma Teologica di S. Tommaso, II-II, q. 39, a. 1, n. III).

Che differenza c’è fra una disobbedienza semplice, che non comporta scisma, e una disobbedienza con ribellione, che implica mancanza di sottomissione e comporta scisma? Il cardinale Gaetano lo spiega chiaramente. Io posso disobbedire a un ordine del Papa per tre motivi: 1) perché non mi piace o trovo ingiusto ciò che mi comanda; 2) perché penso che ce l’abbia ingiustamente con me; 3) perché non lo riconosco come mio superiore. Nei primi due casi non c’è scisma, nel terzo sì (ibid., n. VII). La differenza è palese. Se non riconosco il Papa come mio superiore, non sarò pronto ad ubbidirgli in nessun caso, a prescindere da che cosa mi ordini. Se invece riconosco il Papa come mio superiore, posso certo disobbedirgli in questa o quella cosa, ma resto comunque pronto ad obbedirgli, e quindi non sono scismatico. Altrimenti chiunque disobbedisse a un precetto del Papa, per esempio rifiutando di digiunare nei giorni previsti o di andare a Messa la domenica, sarebbe scismatico. Il che è assurdo. «Succede spesso, infatti, che uno non voglia eseguire gli ordini del proprio superiore, pur continuando a riconoscerlo come superiore» (ibid.). Questa dottrina del cardinale Gaetano è seguita da tutti i canonisti e teologi posteriori, senza eccezione.

Ora, se si tiene conto dell’atteggiamento della Fraternità e delle dichiarazioni dei suoi superiori, risulta evidente che essa disobbedisce al Papa non perché non lo riconosca come proprio superiore, non perché non voglia sottomettersi a lui, ma perché il Papa comanda delle cose che la Fraternità non può accettare. Ci troviamo di fronte al caso n. 1 del cardinale Gaetano. La Fraternità, infatti, recita il nome del Papa nella Messa (attestando così che lo riconosce come proprio superiore) e ubbidisce alla Santa Sede nelle materie per le quali non vi sia né certezza né probabilità di modernismo (ad esempio, per le riduzioni dei sacerdoti allo stato laicale, per la richiesta di dispense e grazie che solo il Papa può dare, per l’indizione dei giubilei, ecc.) ed è pronta ad ubbidire al Papa in tutto, quando egli dia ordini che non suppongono l’adesione alle dottrine moderniste del Vaticano II e del postconcilio.

Quindi la Fraternità non è in nessun modo scismatica. È però disobbediente? Si può infatti non essere scismatici, ma gravemente disobbedienti. A questa domanda risponderemo al punto n. 3.

Le consacrazioni episcopali compiute senza mandato apostolico non sono un atto scismatico e non rendono la Fraternità scismatica

Bisogna, innanzi tutto, ricordare che fino al Basso Medioevo, la consacrazione episcopale non era riservata al Papa. Ciò significa che, ordinariamente, il Papa non nominava i vescovi e neppure confermava la nomina fatta da altri. La riserva papale della nomina o della conferma dei vescovi risale alla fine del XIII sec. e si afferma soltanto a partire dal secolo successivo.

Qualcuno potrebbe obiettare che, nell’antichità, le consacrazioni episcopali avvenivano senza l’intervento del Papa, ma non contro la sua volontà. Anche questo non è sempre vero. All’epoca di S. Agostino abbiamo l’esempio di vescovi ordinati come coadiutori di una diocesi che aveva già il proprio vescovo ordinario oppure di vescovi trasferiti da una sede all’altra, contro le prescrizioni dei Concili ecumenici e quindi contro la volontà del Papa, che quei Concili aveva approvati. Molti hanno fatto osservare l’irregolarità, ma nessuno ha parlato di scisma. In epoca più recente, nel XII e XIII secolo, abbiamo il caso di vescovi, provenienti soprattutto dagli Ordini mendicanti, che venivano consacrati senza rispettare la regolare procedura canonica, trasgredendo quindi la volontà del Papa. Anche in questo caso, la Santa Sede intervenne per mettere ordine, ma nessuno fu trattato da scismatico. Tornerò su questo argomento in un articolo apposito.

Da tutto ciò si evince che la riserva al Papa della consacrazione episcopale non è di diritto divino, ma di diritto ecclesiastico. Ciò che è diritto divino, è che il vescovo sia in comunione col Papa. Ma abbiamo appena visto al n. 1 che i vescovi della Fraternità, non essendo scismatici, sono, a tutti gli effetti, in comunione col Papa.

Nessun teologo o canonista (almeno fino al Vaticano II) menziona la consacrazione episcopale senza mandato apostolico tra gli esempi di atti scismatici. Nel diritto canonico tradizionale, fino al 1951, la consacrazione episcopale senza mandato era punita semplicemente con una sospensione: essa, quindi, non era considerata uno scisma, che era sanzionato con la scomunica. Anche dopo il 1951, quando la pena fu aggravata da sospensione a scomunica, nessun teologo o canonista sostenne che qualunque consacrazione episcopale senza mandato costituisse uno scisma. L’idea che la consacrazione episcopale senza mandato sia un atto scismatico è stata formulata per la prima volta in occasione delle consacrazioni di mons. Lefebvre nel 1988, e non ha precedenti nella tradizione canonica o teologica.

Da ultimo, si potrebbe forse considerare scismatica o almeno tendente allo scisma una consacrazione senza mandato che avesse la pretesa di conferire al nuovo vescovo il potere di giurisdizione episcopale, cioè che volesse conferirgli il potere di essere a capo di una diocesi e di governare sacerdoti e fedeli. Poiché, secondo la dottrina chiaramente insegnata da Pio VI e Pio XII, il vescovo riceve il proprio potere di giurisdizione non attraverso la consacrazione, ma attraverso la missione canonica del Papa (il Vaticano II, invece, insegna il contrario…), pretendere di conferire a un vescovo il potere di giurisdizione contro la volontà del Papa sarebbe un’usurpazione dei suoi poteri e quindi tenderebbe verso lo scisma.

La Fraternità San Pio X, però, non ha mai avuto la pretesa di conferire ai suoi vescovi il potere di giurisdizione. I vescovi della Fraternità non hanno, in quanto vescovi, nessun potere sui fedeli o sui sacerdoti. Hanno solo il potere d’ordine, quello cioè di amministrare i sacramenti (cresima, ordine sacro) e i sacramentali riservati ai vescovi. Ora, questo potere non lo ricevono non dal Papa, ma direttamente da Dio, mediante la consacrazione. Di conseguenza, non c’è nessuna usurpazione di un potere proprio del Papa e nessuna tendenza allo scisma.

La Fraternità San Pio X non è neppure disobbediente

L’obbedienza, nella dottrina cattolica, non è un assoluto. Neppure quella al Sommo Pontefice. Come insegna San Tommaso, «l’abuso d’autorità può avvenire […] perché ciò che viene comandato dal superiore è contrario al fine per il quale l’autorità è stata istituita, come quando egli ordina un atto peccaminoso, contrario alla virtù che l’autorità è destinata a promuovere e custodire; e in tal caso non solo non si è tenuti a obbedire al superiore, ma si è anche tenuti a non obbedirgli, come i santi martiri affrontarono la morte per non obbedire agli ordini empi dei tiranni» (II Sent., d. 44, q. 2, a. 2). La stessa cosa è insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum illud (29 giugno 1881).

Anzi, se l’ordine ingiusto del superiore può costituire un pericolo per la fede, anche la disobbedienza dev’essere pubblica.  È sempre San Tommaso che lo afferma: «C’è da dire che, quando vi fosse un pericolo imminente per la fede, anche i prelati dovrebbero essere ripresi pubblicamente dai loro sudditi. Per questo S. Paolo, che era sottoposto a S. Pietro, lo rimproverò pubblicamente a motivo dell’imminente pericolo di scandalo riguardo alla fede. E, come dice la Glossa, riferendo le parole di S. Agostino, a commento del II capitolo dell’Epistola ai Galati, “Pietro stesso offrì ai superiori un esempio: che, qualora si fossero allontanati dalla retta via, non disdegnassero di essere corretti anche da coloro che sono loro inferiori”» (Summa theologiae, II-II, q. 33, a. 4, ad 2).

Il grande teologo domenicano Juan de Torquemada (1388-1468) sintetizza quanto abbiamo detto finora, dicendo: «Se il Romano Pontefice comanda qualcosa che è di per sé cattivo, cioè contrario alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime, in tali casi la separazione dal Romano Pontefice mediante la disobbedienza non è illecita e, di conseguenza, non deve essere chiamata scisma» (Summa de Ecclesia, l. IV, p. I, c. 1). Non si potrebbe essere più chiari. E, lo ripetiamo, non si tratta della dottrina di un teologo isolato, ma dell’insegnamento unanime di tutti.

La Fraternità ha agito rettamente a causa dello stato di necessità in materia di fede

Ora, si può dire che l’ordine del Papa al quale la Fraternità ha rifiutato di obbedire sia «di per sé cattivo» o addirittura «peccaminoso»? Dopo tutto, rinunciare a delle consacrazioni episcopali non è un atto cattivo. Di conseguenza, decidendo di procedere comunque, la Fraternità forse non è caduta nello scisma, ma ha comunque commesso un atto gravissimo di disobbedienza.

Rispondiamo che l’atto di rinunciare a delle consacrazioni episcopali, preso in sé e astrattamente, non è cattivo; se invece lo consideriamo nelle sue circostanze attuali e concretamente, allora è cattivo e peccaminoso. Nella situazione presente della Chiesa, se la Fraternità San Pio X non avesse proceduto alle consacrazioni del 1° luglio, si sarebbe trovata di fronte a un dilemma: o scomparire, o accettare, almeno di fatto, la nuova liturgia e le false dottrine del Vaticano II e del postconcilio.

Senza le consacrazioni del 1° luglio, la Fraternità, fra qualche anno, sarebbe rimasta priva di vescovi, per morte naturale di coloro che attualmente rivestono questa carica. Senza vescovi, niente ordinazioni sacerdotali e quindi, a lungo andare, niente Messa tradizionale, niente sacramenti tradizionali, niente insegnamento della dottrina cattolica nella sua integralità. L’unica alternativa sarebbe stata quella di chiedere dei vescovi a Roma, oppure di far ordinare i sacerdoti da vescovi diocesani oppure ancora di mandare i fedeli dai sacerdoti delle parrocchie. In ciascuna di queste alternative, sarebbe stato necessario accettare, almeno di fatto, le false dottrine del Concilio e del postconcilio. Lo vediamo anche ora. Il Dicastero della Dottrina della Fede, in appendice al decreto di scomunica pubblicato il 2 luglio, impone a tutti coloro che vogliono tornare «in comunione con Roma» di firmare un formulario nel quale si dichiara di accettare il Vaticano II nell’interpretazione data dal Magistero attuale e ci si impegna a non criticare mai gli insegnamenti del Papa.

Di conseguenza, senza le consacrazioni episcopali, la Fraternità sarebbe stata costretta ad accettare dottrine come la libertà religiosa, l’ecumenismo, la collegialità, l’illiceità della pena di morte, la possibilità che due divorziati risposati ricevano la comunione o che una coppia omosessuale venga benedetta; o almeno ad accettarle di non criticarle pubblicamente. Si capisce, dunque, che l’ordine del Papa, considerato nelle sue circostanze concrete, comanda un atto che è cattivo in sé e peccaminoso, poiché non è mai lecito accettare o rinunciare a criticare ciò che va contro la fede.

A questo riguardo, è bene ricordare che le posizioni dottrinali della Fraternità non sono opinioni. Non sono preferenze, sensibilità, gusti. Sono la dottrina cattolica, insegnata in modo definitivo dal Magistero ecclesiastico di sempre. Basta leggere gli atti di tutti i Papi e di tutti i teologi preconciliari per rendersene conto. Non è possibile rinunciarvi, perché fanno parte del patrimonio della fede. Quando il Papa ci chiede il contrario, è chiaro che il suo ordine, come dice Torquemada, è contrario «alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime». E quindi non solo possiamo, ma dobbiamo disobbedirgli.

Rispondiamo a un’ultima obiezione: «Voi non siete nessuno per dire che alcuni insegnamenti del Concilio e del postconcilio si oppongono alla dottrina tradizionale: questo giudizio spetta solo all’autorità suprema, cioè al Papa». Ma, se così fosse, che senso avrebbero le parole di Torquemanda e di tutti gli altri teologi, i quali affermano che qualunque cristiano ha il diritto di disobbedire al Papa quando questi comanda qualcosa di oggettivamente cattivo? Quando Alessandro VI, sotto pena di scomunica, proibì alla sua amante Giulia Farnese di abbandonare la convivenza con lui e di ricongiungersi al legittimo sposo, ella era forse tenuta ad obbedirgli, perché non spettava a lei giudicare la conformità degli atti papali con la legge divina? E ancora: quando i cattolici conservatori si oppongono alla comunione ai divorziati risposati o all’approvazione degli atti omosessuali, usurpano forse un potere che compete solo al Papa?

In conclusione

La Fraternità non è né scismatica né disobbediente. Le scomuniche lanciate contro di essa non hanno nessun effetto, perché, laddove non c’è delitto, non ci può essere neppure la pena corrispondente. La ferita c’è, ma non siamo noi ad averla causata. Siamo fiduciosi, anzi, siamo certi – in virtù delle promesse che Gesù ha fatto alla sua Chiesa – che un giorno le autorità della Chiesa torneranno all’autentica dottrina cattolica e riconosceranno la nostra completa innocenza.

 

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!