FSSPX e scomuniche. Due lettere e una risposta. La carità inscindibile dalla verità
Caro Valli.
ho seguito con attenzione e dolore ciò che è successo ultimamente nella FSSPX, in seguito alle nomine vescovili.
Io sono nata negli anni settanta e, dopo un’infanzia e un’adolescenza lontana dalla Chiesa, non per mia volontà ma perché non allevata dai miei genitori alla conoscenza di Dio, ho incontrato, grazie al mio fidanzato e poi marito, il Signore Gesù e da allora non l’ho più lasciato (e tra l’altro, in seguito alla mia conversione anche i miei genitori hanno cominciato a seguire con perseveranza la santa Chiesa). Ho avuto dei figli e sto cercando, insieme a mio marito, di portarli sempre in Chiesa e non perdiamo occasione per predisporli all’ascolto e alla conoscenza della parola di Dio. Tutto questo è avvenuto ovviamente in piena Chiesa post Concilio Vaticano II perché noi siamo venuti al mondo quando tutto era già accaduto.
Però abbiamo ricevuto i sacramenti, ci siamo sposati in chiesa, cerchiamo di vivere secondo la sua dottrina e soprattutto secondo la volontà di Dio, nella fede, nella speranza e nella carità.
Ora, questa mattina, facendo le Lodi con annesso Ufficio delle letture (pratica imparata dalla Chiesa post conciliare e che facciamo tutti i giorni) leggo la seconda lettura e c’ è questo passo di san Clemente I papa nella sua Lettera ai Corinzi:
“Ciascuno ricerchi ciò che è utile a tutti e non il proprio tornaconto. Sta scritto: unitevi ai santi, perché quelli che li seguono saranno santificati”.
E ancora in un altro passo: “Con l’uomo innocente sarai innocente, con l’eletto sarai eletto, ma con il perverso ti pervertirai (cfr. Sal 17, 26). Perciò stiamo uniti agli innocenti e ai giusti, perché essi sono gli eletti di Dio”.
“Perché liti, collere, discordie, scismi e guerre tra voi? Non abbiamo forse un unico Dio, un unico Cristo, un unico Spirito di grazia diffuso su di noi, un’unica vocazione in Cristo? Perché straziare e lacerare le membra di Cristo, perché ribellarsi contro il proprio corpo e arrivare a tal punto di delirio da dimenticare di essere gli uni membra degli altri?”.
“Ricordate le parole di Gesù nostro Signore. Egli ha detto: guai a quell’uomo! Sarebbe stato meglio se non fosse mai nato, piuttosto che recare scandalo a uno dei miei eletti; sarebbe meglio che gli fosse messa al collo una pietra da mulino e fosse sommerso nel mare, piuttosto che trarre al male uno dei miei eletti (cfr. Lc 17, 1-2). La vostra scissione ha sviato molti, ha gettato molti nello scoraggiamento, molti nel dubbio, tutti noi nel dolore; e il vostro dissidio perdura tuttora”.
“Prendete in mano la lettera di san Paolo apostolo. Qual è la cosa che vi ha scritto per prima all’inizio del suo messaggio? Certo è sotto un’ispirazione divina che egli vi ha scritto una lettera su sé stesso, su Cefa, su Apollo, perché fin da allora vi era tra voi la tendenza alle fazioni. Ma quel parteggiare vi ha causato allora un peccato minore, perché le vostre preferenze andavano verso apostoli famosi per chiara reputazione e verso un uomo approvato da loro”.
“Ora invece date ascolto a gente da nulla, a persone che vi pervertono e gettano il discredito su quella vostra coesione fraterna, che vi ha resi meritatamente celebri. È un disonore che dobbiamo eliminare al più presto. Buttiamoci ai piedi del Signore e supplichiamolo con lacrime perché, fattosi propizio, ci restituisca la sua amicizia e ci ristabilisca in una magnifica e casta fraternità d’amore”.
“Questa infatti è la porta della giustizia aperta alla vita, come sta scritto: apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore. È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti (Sal 117, 19). Sono molte, è vero, le porte aperte, ma la porta della giustizia è precisamente quella di Cristo: beati tutti quelli che sono entrati per essa e hanno diretto i loro passi nella santità e nella giustizia, compiendo tutto nella carità e nella pace”.
“Vi è qualcuno fedele, capace nell’esporre la dottrina, sapiente nel discernimento dei discorsi, casto nell’agire? Egli deve essere tanto più umile quanto più è ritenuto grande, e deve cercare ciò che è utile a tutti, non il proprio tornaconto”.
Questa lettura è estremamente chiara nel dirci la verità e cioè che nulla di ciò che divide e separa può venire da Dio e dobbiamo vivere nell’ unità. Chi frequenta la santa Eucarestia del novus ordo non è un infedele e non è una persona che non stia nella verità, ma, anche se spesso è confuso a causa dei ministri di Dio, incontra sempre Gesù nella santa Comunione.
Ecco, questo è ciò che penso in merito ai recenti accadimenti.
Si sta rischiando di fare ciò che dice Gesù nella sua parabola sul fariseo e il pubblicano: chi si sente perfetto nell’osservanza pedissequa della liturgia e di cosa sia giusto o no rischia di dimenticare la carità che, come dice san Paolo, è la virtù superiore a tutte.
Grazie per la sua attenzione.
Arianna
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Caro Aldo Maria,
vorrei spezzare una lancia in favore degli istituti cosiddetti “ex Ecclesia Dei”, in qualità di fedele facente parte di una comunità da essi guidata.
Questi istituti (quali la FSSP, Fraternità sacerdotale San Pietro, o l’ICRSS, Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, o l’IBP, Istituto del Buon Pastore) si collocano nell’area del cattolicesimo tradizionale, così come la FSSPX, Fraternità sacerdotale San Pio X, pur presentando differenze molto significative per quanto riguarda il rapporto con la Santa Sede. La Tradizione dunque non li divide, li divide il modo in cui viene vissuta la Tradizione nella comunione della Chiesa.
Custodita dietro un basso profilo – scelto o imposto che sia –, l’identità teologica e operativa di questi istituti poggia su caratteristiche che vorrei portare alla luce. Esse sono: la comunione con la sede di Pietro, la fecondità pastorale e la pratica di una peculiare resistenza interna.
Essere in comunione con Pietro significa essere pienamente inseriti nella Chiesa, così come Cristo l’ha voluta. “Vero cristiano è colui che è battezzato, che crede e professa la dottrina cristiana e obbedisce ai legittimi Pastori della Chiesa”: così recita il Catechismo Maggiore di San Pio X al numero 3, definendo i tre indissolubili pilastri della comunione sacramentale, dottrinale e gerarchica.
Gli istituti ex Ecclesia Dei hanno scelto di vivere la Tradizione non in alternativa conflittuale alla comunione ecclesiale, ma come sua espressione integrata, sebbene ciò comporti, fin dall’inizio della loro istituzione, un’impresa non facile nell’assetto ecclesiologico post Vaticano II.
Da questa piena comunione deriva la piena liceità canonica del loro ministero, che offre ai fedeli la serenità di ricevere i sacramenti nella Chiesa, senza dover ricorrere a soluzioni incerte, “di confine”, ma all’interno di una struttura pienamente riconosciuta.
È una scelta esigente la loro. Come contropartita, infatti, i sacerdoti di questi istituti hanno la necessità di scendere a compromessi con una gerarchia prevalentemente modernista, ma questa c’è. Il loro realismo li ha portati a preferire la pazienza alla protesta, la costruzione alla contrapposizione, la fedeltà quotidiana ai proclami. Una sottomissione che per molti aspetti io definirei eroica. Un atteggiamento che non nasce dal timore, ma dalla virtù cardinale della prudenza, che orienta il giudizio e l’azione secondo le reali possibilità del bene nelle circostanze concrete del vissuto.
Un’ulteriore loro caratteristica è una notevole fecondità pastorale. Qualcuno, lei compreso, Aldo Maria, ha definito questi istituti una riserva. Il termine mi sembra riduttivo, poiché una riserva è generalmente associata alla conservazione di una realtà destinata a estinguersi. L’esperienza di questi istituti mostra invece una significativa vitalità: la crescita delle vocazioni, il numero dei seminaristi, delle famiglie e dei giovani coinvolti, nonché la vivacità dell’apostolato e della vita sacramentale ne sono un chiaro indicatore.
I fedeli guidati dai sacerdoti di questi istituti si concentrano sul proprio cammino di santificazione piuttosto che sulle dispute teologiche; vivono al riparo da toni perennemente bellicosi e polemici con Roma (nocivi alla virtù teologale della carità), animati dalla consapevolezza dell’indefettibilità della Chiesa, promessa da Nostro Signore Gesù Cristo nei momenti di prova, come quelli attuali.
Con questo aspetto gli istituti ricordano al mondo che la Chiesa non è un’idea, ma un popolo di anime che non vive nel futuro e non può essere messo in stand by in attesa che i nodi teologici del Vaticano II vengano finalmente sciolti e che a Roma sieda un pontefice dai poteri strabilianti. Dinanzi alla tempesta questi sacerdoti si sono fatti carico e si fanno carico hinc et nunc del fine supremo della salvezza delle anime, con pragmatismo, grande carità pastorale e una perseveranza degna di lode.
Infine, la terza caratteristica che contraddistingue la loro postura è un atteggiamento di resistenza interna, consapevoli che le mode teologiche passano, i pontificati cambiano, le stagioni ecclesiali si susseguono (con i tempi della Chiesa), ma la Tradizione resta. Rimanere dentro la Chiesa garantisce che quando la gerarchia riscoprirà la ricchezza del proprio passato, troverà dei figli fedeli pronti a restituirle questa linfa vitale. Una similitudine calzante, a mio avviso, per spiegare questo loro atteggiamento è quella del matrimonio, nel suo genuino concetto cristiano. Se tua moglie (la Chiesa) ti tradisce con il modernismo, tu, marito, non hai il diritto di tradire a sua volta, di separarti e quindi di rispondere all’errore con un altro errore. Rimani fedele al vincolo indissolubile. Preferisci subire le ingiustizie e i tradimenti del coniuge modernista, rimanendo in un angolo della casa, nella convinzione che la fedeltà e la sofferenza interna siano l’unico modo per sanare, prima o poi, quel matrimonio ferito, offrendo questo sacrificio a Dio.
Questi istituti testimoniano che il servizio alla Chiesa si compie con pazienza, perseveranza e umile obbedienza, senza rotture. La storia di molti santi (si pensi a Padre Pio) insegna che anche l’incomprensione e la prova possono diventare occasione di purificazione e di fecondità quando sono vissute nella comunione ecclesiale. È questa fedeltà silenziosa, più che le contrapposizioni, a lasciare un’impronta duratura nella vita della Chiesa.
Concludo sulle consacrazioni del 1°luglio a Écône. La triste vicenda provoca in me grandi perplessità. È impossibile sostenere che la FSSPX abbia cercato in tutti i modi il dialogo con la Santa Sede quando le cifre dicono il contrario. Monsignor Lefebvre ha condotto una trattativa estenuante durata 14 anni prima dello strappo del 1988; don Pagliarani ha aperto i contatti con Papa Leone XIV ad agosto 2025, a quanto risulta e, dopo circa sei mesi, ha imposto la scadenza irrevocabile del 1° luglio 2026 per le consacrazioni. Questa, secondo la mia modesta opinione, non è la cronaca di un dialogo fallito, ma di un binario morto deciso sin dall’inizio.
Liliana
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Risponde don Daniele Di Sorco, fsspx
Caro Valli,
mi permetto, innanzi tutto, di ribadire quanto ho già esposto nel mio ultimo articolo: la Fraternità San Pio X non è scismatica, non è disobbediente, non è scomunicata. La Fraternità San Pio X è a tutti gli effetti dentro la Chiesa cattolica, è una parte della Chiesa cattolica, i suoi membri e i suoi fedeli sono, a pieno titolo, cattolici apostolici romani. Naturalmente bisogna guardare le cose come sono veramente, e non come appaiono esteriormente. Se guardassimo alle cose soltanto come appaiono esteriormente, se ci limitassimo alla «regolarità giuridica», allora dovremmo concludere che il card. Radcliffe e i due vescovi, che pochi giorni fa hanno benedetto una coppia omosessuale in occasione del loro «anniversario», sono perfettamente in regola e la Fraternità no. Mi sembra però una visione molto miope. Se in un tribunale i colpevoli vengono regolarmente assolti e gli innocenti regolarmente condannati, il valore oggettivo delle sue sentenze può e deve essere messo in discussione. La Fraternità non difende la Tradizione da fuori, ma da dentro la Chiesa.
Occorre poi fare una riflessione importantissima sulla carità e la misericordia. Ormai è idea diffusa, anche fra i cattolici, che la carità consista nell’andare (o nel fingere di andare) tutti d’accordo, nel non creare malumori, nel non essere divisivi; e che la misericordia si identifichi col principio relativistico del «vivi e lascia vivere». Ma è questo l’insegnamento di Gesù Cristo? «Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Mt. 10,34-36). Gesù, naturalmente, non ricerca né sostiene la divisione; la divisione, però, è inevitabile quando c’è chi preferisce le tenebre alla luce, l’errore alla verità, il male al bene. Ora, la carità non consiste nell’eliminare la divisione, ma nell’eliminare l’errore che è causa della divisione.
Per questo la carità è inscindibile dalla verità. Mi spiego con un esempio. Una persona ha un caro amico che si droga. In che cosa consiste la carità? Nel lasciarlo fare senza dire nulla, per evitare di creare contrasti e divisioni? Non consiste piuttosto nell’agire e nell’insistere «a tempo opportuno e non opportuno» (2 Tim. 4,2) per farlo smettere, anche a costo di suscitare le sue ire? La risposta mi sembra evidente. La misericordia, che è una virtù derivata dalla carità, consiste – per quanto possiamo – nel rimuove il male, fisico o morale, che riscontriamo nel prossimo. Non consiste nel lasciare intatto questo male per evitare discussioni o per averne dei vantaggi.
Ora, noi abbiamo le autorità della Chiesa che insegnano, promuovono e sostengono cose che vanno contro la fede. In che consiste la vera carità? Nel non dire nulla, se non forse in privato, per «essere diplomatici»? Nell’accettare pubblicamente certe deviazioni, allo scopo di evitare la rottura e le sanzioni? Eppure, San Tommaso, e con lui tutta la dottrina cattolica, insegna che «quando vi è un pericolo imminente per la fede, anche i prelati devono essere ripresi pubblicamente dai loro sudditi» (“Summa theologiae”, II-II, q. 33, a. 4, ad 2). Il motivo è evidente. Se non c’è più nessuno che predica pubblicamente la verità, il fedele comune (salvo una grazia speciale di Dio, che non possiamo presumere) non ha modo di evitare l’errore. Non stupisce che le parole di San Tommaso appena citate provengano dal suo trattato sulla carità. La correzione fraterna, e anche la correzione del superiore in materia di fede, sono atti che derivano necessariamente dalla vera carità.
Da tutto ciò si capisce che la Fraternità San Pio X, predicando la fede cattolica nella sua integralità e prendendo i mezzi necessari per poter continuare a farlo, non solo non manca di carità, ma anzi, la manifesta nella sua forma più alta.
Fatte queste premesse, vorrei soffermarmi su tre punti principali.
1) Il problema del nuovo rito, come tutte le questioni teologiche, va affrontato oggettivamente e non soggettivamente. Non basta dire: «io vado regolarmente alla nuova Messa, e non ci vedo nessuno problema, anzi mi sembra di santificarmi e di crescere in grazia». Anche un ortodosso in buona fede può assistere alla Messa ortodossa, santificarsi e crescere in grazia. Ciò, tuttavia, avviene nonostante il rito, e non grazie ad esso. Perché, se lo consideriamo oggettivamente, il nuovo rito della Messa presenta delle gravi ambiguità teologiche, che lo rendono accettabile anche ai protestanti. E infatti non stupisce che, nella stragrande maggioranza dei casi, chi assiste al nuovo rito tenda piuttosto ad allontanarsi dalla grazia e dalla fede. Secondo un sondaggio recente, solo il 30% dei cattolici praticanti crede nella presenza reale. Per gli altri è solo un simbolo. Perché? Perché oggettivamente il nuovo rito non esprime più in modo adeguato questa verità, allo scopo di evitare divisioni coi protestanti. Rimando per tutto questo al mio Piccolo catechismo sulla nuova Messa.
2) L’idea secondo cui gli Istituti ex-Ecclesia Dei mantengono la Tradizione (cioè, in parole semplici, la fede cattolica per come è stata sempre creduta e vissuta) all’interno della Chiesa mi pare assai distante dalla realtà. Con questo non voglio mettere in discussione la buona fede soggettiva di molti sacerdoti e fedeli di tali Istituti, ma cercare di esaminare le cose oggettivamente. In primo luogo, come abbiamo detto all’inizio, non è vero che questi Istituti sono dentro la Chiesa mentre la Fraternità ne è fuori. In secondo luogo, è probabile che questi Istituti neppure esisterebbero se non ci fosse la Fraternità San Pio X: non dobbiamo dimenticare che il loro scopo, come dichiarato a più riprese da alti prelati e dallo stesso Papa (vedi “Traditionis custodes”), è quello di riportare a poco a poco i tradizionalisti alle dottrine del Concilio e al nuovo rito. Ma c’è di più. Oggettivamente parlando (delle intenzioni non giudico) gli Istituti ex-Ecclesia Dei, non prendendo pubblicamente posizione contro gli errori del Concilio e del postconcilio, mancano al loro dovere di carità, come abbiamo visto prima. I loro sacerdoti non hanno detto una parola in pubblico contro “Amoris laetitia”, contro “Fiducia supplicans”, contro “Mater populi fidelis”, mentre sono stati molto loquaci contro la Fraternità San Pio X. La cosa dovrebbe far riflettere. C’è poi un problema più grave del silenzio. Quello della connivenza. Come ho ampiamente dimostrato nel mio libro Parole chiare sulla Chiesa, gli Istituti ex-Ecclesia Dei hanno pubblicamente affermato, in diverse occasioni, di ammettere la legittimità della nuova Messa e degli insegnamenti del Vaticano II. Alcuni di loro hanno pubblicato libri dove si difende la dottrina conciliare sulla libertà religiosa e sull’ecumenismo. I casi sono due: o questi Istituti stanno mentendo in pubblico su materie che riguardano la fede, il che non mai lecito per un cattolico, oppure pensano veramente quello che dicono, e allora non vedo come si possa dire che conservano la Tradizione «dall’interno».
3) Per capire la natura della crisi attuale, bisogna capire la natura del modernismo. Il modernismo, come disse san Pio X, è certamente un’eresia, ma un’eresia particolarissima. Nelle eresie del passato, si negava questa o quella verità di fede, ma si manteneva il principio che la verità oggettiva esistesse e potesse essere conosciuta. Al tempo della crisi ariana, i cattolici dicevano che Gesù è Dio, gli ariani che Gesù non è Dio, ma ognuno era convinto di affermare la verità oggettiva. Per il modernismo, invece, è proprio l’esistenza o la conoscibilità della verità oggettiva ad essere messa in discussione. Di fronte al dilemma che opponeva ariani e cattolici, il modernista avrebbe detto: «Gesù è Dio o no? Non lo sappiamo e non possiamo saperlo. Appunto perché non è possibile conoscere la verità oggettiva, ognuno si tenga la sua opinione, a patto, naturalmente, di non voler condannare l’opinione altrui». Ora, l’atteggiamento che troviamo nella Chiesa di oggi è forse diverso? Per alcuni l’atto omosessuale è un peccato (vescovi africani), per altri una ricchezza da benedire (card. Radcliffe e compagni), però entrambe le posizioni sono ammesse, entrambe vengono considerate compatibili con la dottrina cattolica. Lo dimostra il fatto che nessuno è stato condannato per questo. A una condizione, però. Il modernismo, come tutte le dottrine, ha i suoi dogmi. E il dogma del modernismo è che la verità oggettiva è inconoscibile. Benissimo sostenere che l’atto omosessuale sia un peccato, purché non si dica che la posizione contraria è falsa e contraria alla fede.
Lo stesso vale per la Tradizione. La Tradizione – lo ripeto perché è fondamentale – non è un modo fra i tanti di vivere la fede cattolica. È la fede cattolica stessa, per come è stata sempre creduta e praticata nella Chiesa. Le attuali autorità della Chiesa sono disposte a dare un posticino (peraltro molto limitato) alla Tradizione a patto che essa accetti di essere un’opzione fra le tante. «Io preferisco la Messa antica, ma anche quella nuova va bene. Io non do la comunione ai divorziati risposati, ma non posso condannare chi preferisce darla». Che cosa resta, in questa prospettiva, della fede cattolica? Un coacervo di opinioni diverse e contrapposte, dalle quali ognuno prende e lascia secondo le sue preferenze. È questa visione della fede cattolica che la Fraternità San Pio X rifiuta. E perciò viene condannata. «Libertà per tutti tranne che per i nemici della libertà».
Che dire di padre Pio, che ha obbedito anche ad ordini malevoli? Si tratta di un caso completamente diverso. A padre Pio non è mai stato chiesto di fare qualcosa che fosse oggettivamente cattivo. Smettere di confessare, smettere di tenere la direzione spirituale, quanto i fedeli possono rivolgersi ad altri sacerdoti di sicura dottrina cattolica, non è un ordine oggettivamente cattivo, anche se il superiore è mosso da motivi sbagliati. Di conseguenza, si deve obbedire. Nel caso della Fraternità, l’ordine di aderire alla nuova liturgia e agli errori del Concilio del postconcilio è cattivo in sé, come ho esposto nel mio articolo precedente. Quindi si ha il dovere morale di disobbedire.
In una lettera si rimproverava a don Pagliarani di aver agito con eccessiva rapidità, quasi mettendo la Santa Sede di fronte al fatto compiuto, mentre monsignor Lefebvre avrebbe avuto un atteggiamento ben diverso. Le cose, però, non stanno così. La Fraternità ha intavolato delle discussioni con Roma che si sono protratte dal 2010 al 2018. Sebbene queste discussioni abbiano conosciuto alti e bassi, una cosa è emersa chiaramente: che, malgrado alcune promesse in contrario, quando si giungeva ad una proposta di accordo, Roma chiedeva sempre l’accettazione della nuova Messa e del Vaticano II. In particolare, la lettera del card. Müller, all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, scriveva nel 2017 che un’eventuale regolarizzazione canonica della Fraternità doveva comprendere il riconoscimento “degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e di quelli del periodo post-conciliare”, come pure quello della validità e della legittimità della nuova liturgia (qui il testo della lettera: https://fsspx.news/it/news/lettera-del-cardinal-muller-mons-fellay-del-6-giugno-2017-57307). È chiaro che, su tali basi, la discussione non potevano che arenarsi.
Dopo la sua elezione , don Pagliarani, nel 2019, aveva tentato di rilanciare il dialogo (qui il testo della lettera), ma invano. Poiché la necessità di nuovi vescovi diventava pressante, egli scrisse al Papa nell’agosto 2025 per chiedergli un’udienza e parlare della situazione della Fraternità. A questa lettera non è mai stato dato seguito. Lo stesso si dica di un’altra lettera inviata nel dicembre dello stesso anno. Roma si è detta disposta a nuove discussioni solo dopo l’annuncio delle consacrazioni episcopali il 2 febbraio. Ma da tutta la dinamica che abbiamo esposto, è chiaro che l’intento era puramente dilatorio: rimandare sine die le consacrazioni, riaffermando al tempo stesso che il Concilio e la nuova liturgia sono indiscutibili.
Mi pare, in definitiva, che la decisione di don Pagliarani sia stata prudente. Per queste seconde consacrazioni, il dialogo con Roma è durato, con alcune interruzioni, circa 16 anni: un tempo più che sufficiente per pregare, riflettere e valutare la situazione.
Mi sia consentito di terminare con un ricordo personale. Nel seminario di Écône, di cui sono stato alunno per cinque anni, c’è l’uso di ascoltare, durante la cena, le conferenze che monsignor Lefebvre faceva ai seminaristi. C’è una cosa che il nostro fondatore ripeteva spesso e mi ha particolarmente colpito: «Avete una grande biblioteca, potete leggere liberamente quello che hanno insegnato i Papi, quello che hanno insegnato i teologi di tutti i tempi. Se vi accorgete che vi sto dicendo qualcosa di diverso da loro, andatevene: vuol dire che sono io che mi sbaglio».
La nostra dottrina non è nostra: è la dottrina della Chiesa. E, come tale, va difesa e diffusa anche a costo della persecuzione.
Sac. Daniele Di Sorco, fsspx



