Migranti / Quelle sagge parole di papa Roncalli, oggi dimenticate dalla chiesa in uscita
di Fabio Battiston
Vedo che nel blog, molto giustamente, il tema dell’emigrazione incontrollata – promossa, incitata e anche finanziata dalla nuova chiesa universale – sta suscitando diversi interventi e prese di posizione. E non potrebbe essere altrimenti anche alla luce della recente e studiatissima esibizione di Leone XIV in quel di Lampedusa.
Vorrei sommessamente dire la mia su questo argomento, rinfrescando la memoria dei pasdaran papalini che da anni cooperano attivamente per favorire l’emigrazione selvaggia in Occidente e, in particolare, verso l’Europa. Uno scenario funzionale all’obiettivo della sostituzione etnica e della distruzione di qualsiasi specificità culturale, sociale, religiosa e financo razziale del nostro continente. Si tratta, come si può facilmente constatare, di un processo che pare ormai avviato al suo brutale compimento.
Ecco quindi, a proposito del grande tema migratorio, che cosa scriveva nel 1963 (non all’epoca di papa Sisto V) una delle più importanti icone del modernismo cattolico, forse la prima in assoluto: Giovanni XXIII, colui al quale dobbiamo il Concilio Vaticano II, assise i cui documenti finali furono poi re-interpretati e trasformati per divenire le armi di distruzione della barca di Pietro.
Propongo alcune brevi note tratte dall’enciclica più famosa scritta da papa Roncalli, la “Pacem in terris”.
*
Punto 100 – Come è noto vi sono nella terra paesi che abbondano di terreni coltivabili e scarseggiano di uomini; in altri invece non vi è proporzione tra le ricchezze naturali ed i capitali a disposizione. Ciò pure domanda che i popoli instaurino rapporti di mutua collaborazione, facilitando tra essi la circolazione di capitali, di beni, di uomini.
Punto 101 – Qui crediamo opportuno di osservare che, ogniqualvolta è possibile, pare che debba essere il capitale a cercare il lavoro e non viceversa.
Punto 102 – In tal modo si offrono a molte persone possibilità concrete di crearsi un ambiente migliore senza essere costrette a trapiantarsi dal proprio ambiente in un altro; il che è quasi impossibile che si verifichi senza schianti dolorosi, e senza difficili periodi di riassestamento umano o di integrazione sociale.
+
Si tratta di tre asserzioni chiare, semplici e, ritengo, ampiamente condivisibili dall’animo di un qualsiasi credente che affronti un grande tema come quello delle migrazioni con l’obiettivo di individuare soluzioni evangelicamente giuste, realistiche e di buon senso. Questo approccio è invece stato gettato alle ortiche. È incredibile come in pochi decenni la chiesa militante sia riuscita a rovesciare completamente i cardini della visione cattolica sul tema migratorio, ribaditi dalla figura a quel tempo più autorevole, arrivando oggi a essere l’ispiratrice di una mostruosa strategia (politica, economica e sociale) mirante al caos e allo stravolgimento di ogni regola del vivere civile.
Chissà che cosa penserebbe di tutto questo il buon sacerdote di Sotto il Monte.



