Otello? Donna, nera, lesbica. Ma perché?
di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
c’è stato un tempo, ormai passato, in cui il teatro prendeva un testo e cercava di rappresentarlo. Tempi che furono: oggi prende un testo e cerca di vendicarsi dell’autore.
L’ultima impresa è firmata dalla Royal Shakespeare Company, che ha deciso di mettere in scena “Otello” trasformando il protagonista in una donna nera lesbica, collocata in un futuro minacciato dal cambiamento climatico. Non si tratta di una parodia: questo è il comunicato ufficiale.
Qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entrino una lesbica e il cambiamento climatico con Otello. La risposta è semplice: assolutamente nulla. Tuttavia, poiché la società contemporanea ha deciso di archiviare i valori del passato, il nulla è diventato un ottimo motivo per stravolgere un’opera universale.
La colpa di Shakespeare è non aver capito con secoli di anticipo le meraviglie della cultura gender e woke e i pericoli del cambiamento climatico antropico; anche le sue opere devono essere, quindi, corrette (o, per essere più precisi, corrotte) per adeguarsi all’ideologia dominante.
Così Otello diventa oggi una lesbica nera. Domani Re Lear potrebbe essere una madre single non binaria con tre figli avuti tramite inseminazione artificiale. Dopodomani Romeo e Giulietta potrebbero essere due ricercatori dell’IPCC il cui amore è ostacolato dall’emergenza climatica di natura antropica e che scelgono di far ricorso all’eutanasia per ridurre le emissioni di carbonio.
Qualcuno potrà obiettare che il teatro ha sempre reinterpretato i classici. È vero, ma reinterpretare non significa prendere un’opera e sostituirla con un’altra.
Posso mettere in scena “Cappuccetto rosso” ambientandolo in Sicilia o a Yellowstone. Se però il lupo diventa un influencer vegano, la nonna un attivista transgender, il cacciatore una biologa marina, forse il sospetto che il titolo sia rimasto l’unica cosa originale dovrebbe venire.
Chissà perché, poi, gli stessi ambienti che esaltano continuamente la rivisitazione di opere universali ritenendo perfettamente legittimo appropriarsi di Shakespeare fino a renderlo irriconoscibile, raramente sono disposti a vedere rivisitate opere contemporanee dichiaratamente militanti.
Prova a prendere il romanzo “Accabadora” di Michela Murgia e a metterlo in scena spiegando che hai voluto reinterpretarlo alla luce dell’antropologia cristiana. L’accabadora non accompagna più alla morte, ma convince tutti del valore indisponibile della vita umana; i riferimenti all’eutanasia vengono sostituiti con un elogio delle cure palliative e il finale diventa un inno all’enciclica “Evangelium vitae”. Verrai ferocemente accusato (e a ragione) di aver manipolato l’opera, tradito l’autrice e piegato un romanzo a un’agenda ideologica.
Con Shakespeare (come per altri classici), invece, tutto è lecito. Anzi, più lo si contraddice, più lo si celebra e la fedeltà al testo viene considerata una forma di eversione.
Il paradosso è che queste operazioni vengono sempre presentate come atti di grande coraggio. Sennonché prendere un classico universalmente noto, modificarlo secondo tutti i canoni ideologici oggi dominanti e ricevere applausi dalla critica non mi sembra un atto di coraggio ma di conformismo.
Il vero atto rivoluzionario, nel 2026, sarebbe mettere in scena Shakespeare … come l’ha scritto Shakespeare; ma questo sarebbe forse troppo provocatorio.



