Tranquilli, quel decreto non vi vincola. Saranno altro a doversela vedere davanti a Dio
di Xavier Celtillos
Il decreto pubblicato il 2 luglio 2026 dal Dicastero per la dottrina della fede, con la firma del cardinale Víctor Manuel Fernández e la ratifica di Leone XIV, dichiara la scomunica del vescovo de Gallarreta, dei quattro nuovi vescovi, del vescovo Fellay come co-consacratore e minaccia le stesse pene al clero e ai fedeli appartenenti alla Fraternità sacerdotale San Pio X.
Questo testo è mascherato da legge e da sollecitudine materna, ma dobbiamo avere il coraggio di dirlo: è un atto privo di fondamento canonico, e coloro che lo hanno firmato sono i meno qualificati a parlare in nome della fede e della morale.
I – Un decreto che crolla sotto il peso della propria legge
Il decreto invoca i canoni 1387 e 1364 § 1 del Codice del 2021. Tuttavia, questi stessi canoni non possono essere applicati meccanicamente ignorando i canoni che li regolano.
Il canone 1323 esenta da ogni pena chiunque agisca sotto l’influenza di una grave necessità, o nella convinzione – anche errata ma non colpevole – di trovarsi in uno stato di necessità. Il canone 1324 § 1, 8° riduce o sospende la pena per chiunque abbia erroneamente, per un errore non puramente soggettivo, creduto di trovarsi in uno dei casi previsti dal canone 1323. Il decreto non esamina mai queste clausole. Si limita a constatare un atto materiale e a dedurre meccanicamente una pena, come se la parte del Codice che disciplina l’imputabilità non esistesse. Tuttavia, una pena di condanna tardiva si applica solo se il reato è pienamente imputabile; laddove sia in gioco la necessità, reale o ragionevolmente ritenuta tale, la censura non vincola la coscienza, qualunque cosa dica il decreto.
La Fraternità ha sempre sostenuto che la crisi dottrinale della Chiesa – la stessa crisi che ha prodotto la “Fiducia supplicans”, la benedizione delle coppie irregolari e la pratica cancellazione di Cristo Re – costituisce lo stato di necessità che giustifica la trasmissione dell’episcopato per la sopravvivenza del sacerdozio e dei sacramenti. Questa valutazione è oggetto di dibattito. Non si può semplicemente dichiararla inesistente per decreto e poi imporre automaticamente una sanzione come se i canoni 1323-1324 non esistessero. Un decreto che elimina le clausole di esenzione del Codice stesso non è un atto di giustizia; è un atto di autorità che si contraddice.
II – La parola “scisma” non sostituisce la dimostrazione dello scisma
Lo scisma, nel senso del canone 751, è il rifiuto di sottomettersi al Romano Pontefice o di entrare in comunione con i membri della Chiesa. La FSSPX non ha mai negato che Leone XIV sia il papa. Prega per lui nel canone di ogni messa. Non istituisce un capo parallelo, non erige una gerarchia concorrente, né rivendica alcuna giurisdizione territoriale nei confronti dei vescovi diocesani. Consacrare i vescovi per conferire l’ordine sacro e la cresima, senza concedere loro la giurisdizione ordinaria, non significa fondare una contro-Chiesa: significa provvedere a una necessità.
Il decreto aggira questa difficoltà con un espediente: cita la lettera “Ecclesia Dei” del 1988, che afferma che la disobbedienza a un mandato papale “comporta un rifiuto pratico del primato romano”. Ma questo è proprio il punto controverso, e non si può dimostrare una tesi semplicemente ripetendola. Disubbidire a un ordine specifico, anche papale, dimostrando che un bene superiore e la preservazione della fede lo richiedono, costituisce resistenza – che l’intera tradizione teologica accetta in linea di principio – e non rifiuto del primato come istituzione. Confondere la disobbedienza disciplinare con la negazione di un dogma è un errore logico che il Dicastero per la dottrina della fede non dovrebbe commettere.
III. I veri attacchi alla fede e alla morale sono dalla parte dell’accusatore
Ecco la necessaria inversione di rotta. Il cardinale Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, è l’autore di “Fiducia supplicans” (2023), testo che introduceva la benedizione delle coppie in situazioni oggettivamente contrarie alla legge divina, comprese le coppie omosessuali. Intere conferenze episcopali lo hanno respinto in quanto contrario alla dottrina cattolica. Lo stesso cardinale, in gioventù, è stato autore di un’opera sul bacio il cui contenuto ha suscitato scandalo, e di scritti su misticismo e piacere che non sono mai stati seriamente confutati.
Questo è lo stesso uomo che presume di giudicare la fede e la morale dei vescovi cattolici il cui unico crimine è quello di mantenere integralmente il catechismo, la messa tradizionale e la morale matrimoniale accettata. In ciò sta un grottesco capovolgimento: colui che ha offuscato il confine tra benedizione e punizione per il peccato, scomunica coloro che lo difendono.
Quanto a Leone XIV, conferendo la sua autorità a questo atto si assunse la responsabilità di un gesto che non ristabilisce né l’unità né la chiarezza dottrinale, ma colpisce la parte della Chiesa più legata alla fede trasmessa. Il paragrafo 3 della nota esplicativa arriva addirittura a dichiarare invalide le confessioni ricevute e i matrimoni celebrati dai sacerdoti della FSSPX. Questo è falso e grave. La Chiesa si sostituisce alla giurisdizione nei casi di necessità ed errore comune (canone 144); mettere in dubbio la validità dei sacramenti ricevuti in buona fede da decine di migliaia di fedeli è un attacco pastorale di tale crudeltà che nessuna formula sulla “madre amorevole” può redimere.
IV – Ciò che i fedeli devono sapere
Ai padri e alle madri preoccupati, la verità va detta con calma: la scomunica non subita davanti a Dio non vincola la coscienza. La minaccia rivolta ai laici che “aderiscono formalmente” alla FSSPX riecheggia una nota del 1996, già contestata all’epoca, e incontra le stesse obiezioni fondamentali. Continuate a partecipare alla messa, a ricevere i sacramenti e a educare i vostri figli nella pienezza della fede. Non siete voi a dovervi giustificare.
Sarà il cardinale Fernández, e l’autorità che lo protegge, a dover un giorno rispondere – davanti alla Chiesa e davanti a Dio – di aver colpito, in nome della fede, la fede stessa.



