Ingenui di tutto il mondo, uniamoci!

Cari amici di «Duc in altum», sono lieto di annunciare l’uscita del mio nuovo libro: «Breve elogio dell’ingenuità». Se lo volete acquistare lo trovate a questo link.

Qui ve ne propongo un assaggio.

Buona lettura e grazie a tutti coloro che lo faranno conoscere.

*

di Aldo Maria Valli

Ci sono parole fortunate e parole sfortunate. Le prime godono di buona reputazione anche al di là dei loro meriti (penso, per esempio, all’abusata solidarietà). Le seconde, al contrario, sono sottovalutate e sminuite, e in molti casi prendono una connotazione negativa che in realtà non hanno, o hanno solo in parte.

Tra le parole sfortunate ho una predilezione per ingenuo.

In verità nella parola ingenuo c’è molto più di una certa dabbenaggine. Proveniente dal latino ingenuus, ingenuo ha in sé il nobile verbo gignĕre, generare. L’ingenuo, almeno etimologicamente, è prima di tutto l’indigeno, il nativo, e quindi colui che è nato libero. Come si vede, una radice più che decorosa. Dopo di che, anche in virtù di questi suoi natali, l’ingenuo diventa il puro e di conseguenza lo schietto. Non solo. Proprio perché l’ingenuus ha un legame forte e diretto con la sua terra e con la cultura nativa, egli è anche colui che meglio di altri custodisce il patrimonio originario, la tradizione. In senso più ampio, è colui che ha un rapporto più schietto, diretto e genuino con la realtà, in tutti i suoi aspetti.

Ma in questo nostro mondo, nel quale tutti tendiamo ad assegnare il primato allo scaltro, all’astuto, a chi sa essere doppio a seconda delle convenienze, la schiettezza è vista facilmente come un ostacolo, non come una virtù. E così l’ingenuo, da puro e schietto che era, diventa più che altro un inesperto, uno che non sa come gira il mondo. E, proprio per questo, è destinato a finire male, inevitabilmente schiacciato.

Ecco che la frittata, come succede spesso con le parole, ma non solo con loro, è stata rivoltata. Il nobile ingenuus si è trasformato in un poveruomo, che sarà pure onesto, ma è talmente semplice, anzi sempliciotto, da non riuscire a stare al mondo. Un incapace, a dirla tutta. Infatti, a che cosa possono servire purezza e innocenza d’animo in un mondo nel quale è necessario farsi largo giocando d’astuzia? Qualcuno può davvero sostenere che candore, trasparenza, semplicità, spontaneità e sincerità siano qualità sulle quali contare? Suvvia, siamo seri!

Così che l’ingenuo, nato libero e d’animo nobile, si ritrova tra i reietti, tra i più disprezzati ed emarginati. Molti lo compatiscono, altri dicono che, pur essendo in fondo un bravo ragazzo, non se la caverà mai nella vita. E ben pochi sono disposti a stare dalla sua parte. Se vivessimo in un mondo ideale, magari. Ma nella realtà le cose vanno diversamente. Il mondo è dei furbi e non c’è niente da fare.

Divenuta un disvalore, l’ingenuità se ne sta in un cantuccio. E osserva. A suo giudizio non è proprio vero che il mondo è dei furbi. Lei lo vede: questi gran furbacchioni, alla fin fine, che cosa ottengono? Ricchezze, onori, potere, d’accordo. Ma lei non farebbe a cambio. Lei, l’ingenuità, resta convinta di essere dalla parte giusta. Nonostante le critiche che ogni giorno le vengono rivolte da chi pensa di saperla lunga, lei tutto sommato è felice di essere com’è. Soprattutto perché sa di avere una cosa che agli altri manca: la fiducia. Ed è proprio la mancanza di fiducia che li fa vivere male. Inoltre gli altri, i non ingenui, i furbi di tre cotte, sono gravemente mancanti da un altro punto di vista: non credono nella verità. Per loro la verità, in senso assoluto, non esiste. E quindi non la cercano nemmeno. Ma, così facendo, si impoveriscono. Non arricchiscono la loro umanità, ma la mortificano.

Il francese naïf, dal latino nativus, ha mantenuto una forza che ingenuo ha perso. Il naïf (pensiamo all’arte) è ingenuo non in quanto sciocco o svantaggiato, ma in quanto innato, naturale. Ciò che è naïf ha in sé la potenza della natura e della spontaneità, senza mediazioni. Essere naïf non significa mostrare debolezza a causa di un’eccessiva semplicità: il naïf può avere poca esperienza e poca preparazione, ma è autentico, schietto, genuino, verace.

Ancora diverso il caso dell’inglese ingenuity, che, per quanto suoni molto simile all’italiano ingenuità, ha un significato completamente diverso: è infatti la capacità di risolvere problemi e di trovare vie d’uscita in modo brillante. È l’ingegnosità che nasce dalla creatività, il frutto di un ingegno pieno di risorse.  Il che dimostra ulteriormente che dentro l’ingenuità c’è davvero tanto da scoprire.

Qui mi propongo dunque di affrontare una sfida che, me ne rendo conto, è al limite dell’impossibile, eppure mi affascina: sviluppare un elogio dell’ingenuità. Lo scopo? Dimostrare che l’ingenuo non è affatto, come viene dipinto, un poveruomo, uno sconfitto, ma colui che, nato libero, intende restarlo. E che le sue strane armi, dalla purezza al candore, dalla semplicità alla schiettezza, sebbene svalutate e sottostimate, possono in realtà diventare autenticamente rivoluzionarie e garantire a tutti una vita migliore.

So che mi muoverò su un filo e che mantenere l’equilibrio sarà difficile. Ma voglio provarci.

Sono sempre rimasto colpito da certe immagini dei rifugi di camorristi e mafiosi. Non so se avete presente: questi boss, a volte molto potenti, si riducono spesso a vivere in veri e propri buchi, come animali dentro una tana. Magari poi all’interno del nascondiglio hanno molti confort, ma vivono comunque in una condizione subumana: senza finestre, senza poter uscire all’aria aperta, senza la possibilità di andare in giro tranquilli mostrando il proprio volto. Braccati da tutti (forze dell’ordine e nemici), in costante pericolo di vita, i grandi capi della malavita organizzata, nonostante gli ingenti capitali rastrellati con i loro traffici, alla fin fine conducono una vita grama, che certamente non può suscitare invidia. Sono, o sono stati, molto furbi, ma a che cosa è servita tutta questa furbizia? Soltanto a fare di loro dei morti viventi, costretti a trascorrere le giornate sottoterra.

Bernardo Provenzano, il boss dei boss di Cosa nostra, non si nascose nei sotterranei, ma poco ci mancò. Quando fu arrestato venne trovato in un casolare poverissimo, dove disponeva di un letto, un cucinino, un vecchio frigo, un piccolo bagno e nient’altro. L’unico «bene» a sua disposizione era una macchina per scrivere, usata per confezionare i «pizzini» con i quali comunicava gli ordini ai suoi picciotti.

Il furbo, in fondo, si comporta allo stesso modo: quanto più si ritiene furbo, tanto più ha bisogno di difendersi. Una spirale nella quale siamo caduti un po’ tutti, se pensiamo alle nostre case che assomigliano a bunker (allarmi, porte blindate, telecamere, sbarre), alla nostra smania di assicurarci contro i rischi, al nostro timore di tutto e di tutti, all’incapacità di concedere fiducia.

Ricordo che mia moglie ed io, quando andavamo in vacanza (da qualche tempo preferiamo starcene a casa), lasciavamo sul tavolo un foglio con il seguente messaggio: «Signori ladri, siamo una famiglia numerosa e non ricca. Non possediamo nulla di prezioso. Se vi va di prendere qualcosa, fate pure, ma per favore non distruggete niente. Grazie mille».

Usare un antifurto del genere può sembrare da ingenui, e probabilmente lo è. Ma a noi piaceva così.

L’ingenuo non sarà ricco e potente, ma almeno può godersi la luce del sole senza essere oppresso da troppi pensieri e da paure angoscianti.

Come avrete intuito, il sottoscritto si sente dare spesso dell’ingenuo. Sono ingenuo perché credo che una classe politica migliore sia ancora possibile, perché credo che la maleducazione dilagante possa essere fermata, perché ritengo che la devastazione del territorio non sia irreversibile, perché immagino un futuro migliore per i nostri figli e nipoti, perché sono convinto che non tutti i ciclisti siano dopati, perché sono altrettanto convinto che la maggior parte dei calciatori professionisti sia attaccata davvero alla maglia e non solo ai quattrini, perché so che l’Inter prima o dopo rivincerà il triplete, perché penso che l’amicizia disinteressata esista, perché penso che non tutti i giornalisti siano pennivendoli, perché credo che i libri di carta non scompariranno mai, perché… perché…

Come dite? Oltre che ingenuo sono anche illuso? E pazienza. Il sottoscritto è contento così e non scambierebbe la sua ingenuità con la furbizia. A parte il fatto che ormai sarebbe un po’ tardi, l’ingenuità mi fa compagnia e ci sono affezionato. In fondo è lei che mi ha consentito per tutti questi anni di alzarmi al mattino pensando che la giornata mi avrebbe offerto meraviglie incomparabili. Quali? Beh, prima di tutto un caffè con Serena sul vecchio tavolo della cucina. Poi le fusa di Brivido Cosmico (il nostro gatto di casa), e poi ancora la possibilità di leggere un buon libro, la voglia di scrivere, le risate delle mie figlie, la voce dei nipoti…

Senza un po’ di ingenuità e illusione avrei già potuto dichiararmi sconfitto. Sono nato nel 1958. Ho visto crollare il muro di Berlino, l’Unione Sovietica, il comunismo e le torri gemelle di New York. Ho visto scomparire la Democrazia cristiana, il Partito comunista e tutti i partiti protagonisti della politica italiana nel dopoguerra. Ho visto tramontare le ideologie, la destra e la sinistra. Ho visto i frutti amari del Sessantotto. Ho visto il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e il dilagare del terrorismo, prima italiano e poi internazionale. Ho visto le stragi di Stato e la strategia della tensione. Ho visto un’intera classe politica cancellata per via giudiziaria. Ho visto la nascita e l’affermarsi dei populismi. Ho visto finire nel dimenticatoio Luigi Sturzo, Luigi Einaudi e tutti gli altri maestri sui quali mi sono formato. Ho visto lo stravolgimento dello spirito europeista e il tramonto dell’autentico federalismo. Ho assistito alla progressiva trasformazione dell’arena politica in un pollaio abitato da gallinacci tanto arroganti quanto ignoranti. Ho visto la nascita e l’affermarsi delle nuove tecnologie della comunicazione che impongono il dominio della velocità e dell’immagine a svantaggio della riflessività e della parola. Ho visto il mio paese diventare prima più ricco e poi più povero, ma sempre a corto di coesione nazionale e malato di cronica litigiosità. Ho visto il Bel Paese massacrato da amministratori ladri e incapaci. Ho visto Roma umiliata dalla mancanza di classe dirigente e dal dominio dell’affarismo. Ho visto il territorio devastato da incuria e imprevidenza. Ho visto la scuola rovinata prima dal virus dell’ideologia e poi dall’abbandono. Ho visto il dilagare dello statalismo più miope, accompagnato da una fiscalità rapace. Ho visto il cittadino trasformato in suddito di uno Stato sprecone. Ho visto una pandemia utilizzata per imporre l’autoritarismo. Ho visto una società intera cadere in preda alla paura.

Se il replicante Roy Batty in «Blade Runner» dice «Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi…», il sottoscritto potrebbe dire: «Ho visto cose che mai avrei potuto immaginare…». E, ahimè, sono state quasi tutte piuttosto sgradevoli, oltre che altamente destabilizzanti.

Come posso permettermi di essere così ingenuo da sperare nel futuro?

Se mi guardo allo specchio mi dico: non puoi. Se guardo i miei figli e miei nipoti mi dico: non solo puoi, ma devi.

I lunghi periodi di chiusura, autoisolamento e limitazioni delle libertà imposti dalle misure contro il Covid hanno messo tutti alla prova. Da questa esperienza, secondo alcuni, avremmo dovuto uscire migliori, ma guardandomi attorno mi sembra che ne siamo usciti più nervosi, sospettosi, incattiviti, malfidati. I drappi appesi ai balconi, con scritto sopra «Andrà tutto bene», furono presto strappati dal vento o resi quasi illeggibili dalle intemperie. Fu ingenuità sperare di poter diventare migliori?

«Ai posteri l’ardua sentenza» potremmo dire con Alessandro Manzoni. Intanto, cerco di vaccinarmi contro lo sconforto, nemico forse ancor più insidioso e subdolo del virus. E come vaccino scelgo proprio l’ingenuità. Sembra un controsenso, un condannarsi alla sconfitta. Ma forse non è così.

Il filosofo Robert Spaemann considerava la filosofia come un esercizio di «ingenuità istituzionalizzata». Compito del filosofo, sosteneva, è dire ad alta voce ciò che è sotto gli occhi di tutti ma tutti fingono di non vedere. Un compito insostituibile, anche se non ti garantisce certamente il successo e la popolarità.

Si racconta che una sera il monaco zen Ryōkan Taigu, a un ladro che aveva fatto irruzione nella povera capanna dell’eremita e non aveva trovato niente da rubare, disse: «Hai fatto un lungo cammino per farmi visita e non puoi tornare a mani vuote. Ti prego di prendere in regalo i miei vestiti». E quando poi il ladro se la diede a gambe con i suoi vestiti, Ryōkan, sedendosi nudo e guardando la luna, commentò: «Pover’uomo, ha lasciato la cosa migliore: la luna alla finestra!».

Parafrasando due rivoluzionari un tempo di moda: ingenui di tutto il mondo, uniamoci! E uno spot pubblicitario dei mei tempi: toglietemi tutto, ma non la mia ingenuità!

Ed ora la mia preghiera dell’ingenuo.

Signore, concedimi l’ingenuità che coltiva la fiducia, anche se il mondo sembra essere dei furbi che seminano sfiducia; concedimi di avere occhi puri, anche se attorno a me c’è tanta malizia; concedimi di provare sempre stupore e meraviglia per tutti i tuoi doni, anche se il mondo è pieno di annoiati; dammi la forza di restare candido anche se il mondo sembra privilegiare la sporcizia; dammi la forza di non cedere al mondo e alla logica della furbizia; fai di me un servitore della verità che sempre si accompagna al bene, al buono e al bello; tienimi lontano dalla menzogna e dalle sue suggestioni; e abbi pietà dei poveri furbi, che non sanno che cosa si perdono. Amen.

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Aldo Maria Valli, «Breve elogio dell’ingenuità», Chorabooks 2026, 82 pagine, 12,47 euro.

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Nell’immagine: Pablo Picasso, «Bambino con colomba», olio su tela, 1901 (collezione privata).

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