Meditazioni / Domenica 19 luglio
Vetus ordo
Dominica octava post Pentecosten
Facite vobis amicos de mammona iniquitatis
Lc 16,1-9
di Eremita
Questo Vangelo ci sorprende. A prima vista sembra quasi che Gesù lodi un amministratore disonesto. Ma non è così.
Gesù non loda la sua disonestà. Loda il fatto che, quando si trova davanti alla verità della sua situazione, prende una decisione.
L’amministratore scopre che tutto sta per finire. Il padrone gli dice: “Rendi conto della tua amministrazione”. Questa parola riguarda ciascuno di noi.
Un giorno anche noi renderemo conto della nostra vita. Non siamo padroni di nulla. Il tempo che abbiamo, la salute, il lavoro, la famiglia, i beni, l’intelligenza, persino la fede: tutto è stato affidato, non posseduto.
Noi viviamo come se tutto fosse nostro. Diciamo: la mia casa, il mio denaro, i miei figli, la mia carriera, il mio tempo. Ma davanti a Dio esiste una sola verità: nulla è nostro. Tutto ci è stato affidato per un tempo. E il tempo passa.
Quell’amministratore, improvvisamente, capisce che dovrà lasciare tutto. Questa è la nostra condizione. Ogni giorno ci avvicina all’incontro con Dio. Il problema è che noi viviamo come se la morte riguardasse sempre qualcun altro. Per questo Gesù scuote i suoi ascoltatori.
L’amministratore dice: “Che cosa farò?”
Ecco la domanda decisiva. Non rimane paralizzato. Non si lamenta. Non accusa il padrone. Si muove. Comprende che il futuro vale più del presente. Ed è proprio questo che Gesù ammira: la capacità di prepararsi.
Poi Gesù pronuncia una frase durissima: “I figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce”.
Pensiamo a quanto impegno mettono gli uomini per le cose che passano. Studiano anni. Lavorano senza sosta. Investono denaro. Fanno sacrifici enormi per una carriera, una casa, un’eredità, un successo che un giorno finirà. E per il Regno di Dio? Quanto tempo dedichiamo alla preghiera? Quanto combattiamo contro il peccato? Quanto desideriamo davvero la vita eterna? A volte basta una piccola difficoltà per scoraggiarci. È come se credessimo molto di più nelle cose visibili che nelle promesse di Dio.
Gesù allora dice: “Procuratevi amici con la ricchezza disonesta”. Che cosa significa? Non invita certo a rubare. La “ricchezza disonesta” è il denaro di questo mondo, fragile, passeggero, destinato a finire. Usatelo per amare. Usatelo per soccorrere chi è nel bisogno. Usatelo per costruire il bene. Perché il denaro può diventare un idolo oppure uno strumento della carità. Dipende dal cuore. Quando condividi, il denaro smette di essere il tuo padrone. Diventa un servo del Vangelo. Ogni gesto di misericordia entra nell’eternità. Ogni bicchiere d’acqua dato nel nome di Cristo non andrà perduto.
Noi spesso accumuliamo pensando di essere più sicuri. Ma la vera sicurezza non è nel conto in banca. È nell’amore di Dio. Alla fine della vita non ci verrà chiesto quanti beni abbiamo posseduto. Ci verrà chiesto che cosa abbiamo fatto dell’amore ricevuto. Abbiamo trasformato i doni di Dio in strumenti di comunione? Oppure li abbiamo usati solo per noi stessi?
Questa parabola ci invita a vivere con uno sguardo nuovo. La nostra vita non è un possesso. È una missione. Ogni giorno è un’occasione per amministrare ciò che Dio ci ha affidato. Ogni incontro può diventare un’opportunità per amare. Ogni prova può diventare un luogo dove imparare a fidarsi del Signore. E quando arriverà il momento di consegnare l’amministrazione, non entreremo davanti a un giudice sconosciuto. Entreremo davanti a quel Padre che ci ha affidato tutto perché imparassimo ad amare come Lui. Allora comprenderemo che l’unica ricchezza che attraversa la morte è quella che abbiamo donato.
Per questo Gesù oggi ci invita a una conversione concreta: non vivere come proprietari, ma come amministratori; non accumulare per paura, ma condividere nella fede; non investire solo nella terra, ma nel Cielo.
Perché il cristiano non è colui che possiede molto, ma colui che ha scoperto che Cristo è il vero tesoro, e che tutto il resto acquista valore solo se conduce a Lui.
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Novus ordo
Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro.
Mt 13,24-43
di Eremita
Questo Vangelo ci pone davanti a una verità che spesso non vogliamo accettare: nel campo della nostra vita crescono insieme il grano e la zizzania.
Gesù dice che il seminatore è Lui. Dio non ha seminato il male. Dio ha seminato solo il bene. Quando ti ha creato, ti ha pensato per la santità, per la comunione con Lui, per la vita eterna. Nel Battesimo ha deposto nel tuo cuore un seme divino.
E allora perché esistono il peccato, le divisioni, l’odio, le guerre, le malattie dell’anima? Gesù risponde con una semplicità disarmante: “Un nemico ha fatto questo.”
La Scrittura non banalizza il male. Dietro il peccato c’è un avversario, il diavolo, che cerca di distruggere l’opera di Dio. Egli semina sfiducia, orgoglio, impurità, rancore, disperazione. Lo fa nel mondo, nelle famiglie, nella Chiesa e persino nel cuore di ciascuno.
Per questo tutti sperimentiamo una lotta interiore. San Paolo dirà: “Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,19). Quante volte ci proponiamo di amare e finiamo per giudicare; di perdonare e torniamo a covare rancore; di essere fedeli al Signore e ci scopriamo deboli.
I servi della parabola propongono una soluzione immediata: “Vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania?”
È la nostra tentazione.
Vorremmo una Chiesa fatta solo di santi, una famiglia senza problemi, una vita spirituale senza combattimenti. Vorremmo eliminare subito tutto ciò che ci disturba.
Ma Dio risponde: “No”. Perché?
Perché Dio è paziente. La pazienza di Dio non è debolezza. È misericordia. Egli conosce la fragilità dell’uomo. Sa che il grano è ancora tenero e che un giudizio affrettato rischierebbe di distruggere proprio ciò che Lui vuole salvare.
Quante persone noi avremmo già condannato! E forse anche noi saremmo stati giudicati senza appello.
Invece Dio aspetta. Aspetta la nostra conversione. Aspetta che il suo Spirito trasformi il nostro cuore. Aspetta perché nessuno vada perduto.
Questo Vangelo è una grande consolazione per chi combatte contro il proprio peccato. Se sei qui e scopri dentro di te tanta zizzania, non disperare. Cristo non è venuto per i giusti, ma per i peccatori. Egli continua a seminare il suo Vangelo proprio dentro la tua povertà.
Poi Gesù racconta la parabola del granello di senape. Un seme piccolissimo. Così è il Regno di Dio.
Dio non comincia con cose spettacolari. Inizia con un piccolo sì, con una preghiera fatta tra le lacrime, con un perdono dato a fatica, con una confessione sincera, con un atto di fiducia quando tutto sembra perduto.
Quello che agli occhi del mondo sembra insignificante, nelle mani di Dio diventa un grande albero. Anche il lievito lavora nel silenzio. Non fa rumore. Scompare dentro la pasta. Eppure trasforma tutta la massa. Così opera lo Spirito Santo.
Molte volte pensiamo che Dio non stia facendo nulla perché non vediamo risultati immediati. Ma il Signore sta lavorando nel profondo del cuore, dove nessuno può arrivare.
La fede cresce spesso nel nascondimento. La conversione matura lentamente. La santità è un’opera paziente di Dio.
Infine Gesù spiega che arriverà il giorno della mietitura. La storia non finirà nel caos. Non vincerà il male. Non vincerà la menzogna. Cristo tornerà nella gloria. Allora ogni cosa sarà manifestata. La giustizia di Dio trionferà definitivamente. Per questo il cristiano vive nella speranza. Non giudica prima del tempo. Non si scandalizza se vede il male. Non perde la fiducia quando scopre la propria debolezza. Sa che il Signore conduce la storia e che l’ultima parola appartiene sempre a Lui.
Il Vangelo termina con una promessa meravigliosa: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro”. Questa è la nostra vocazione. Non siamo destinati alla zizzania. Siamo chiamati a diventare luce. Siamo chiamati alla gloria dei figli di Dio.
Per questo oggi il Signore ci invita semplicemente ad aprirgli il cuore, a lasciare che il suo seme continui a crescere e a non scoraggiarci davanti alle nostre fragilità. Perché il Dio che ha iniziato in noi quest’opera buona la porterà a compimento nel giorno di Cristo Gesù.
“Chi ha orecchi, ascolti”.



