Morto senza essere stato indagato Ricardo Yesquén, uno dei sacerdoti di Chiclayo accusati di abusi ai tempi del vescovo Prevost

È morto a Ferreñafe, in Perù, il sacerdote Ricardo Yesquén Paiva, cinquantanove anni, uno dei due chierici della diocesi di Chiclayo accusati di abusi su minori quando Robert Prevost, oggi papa Leone XIV, era vescovo.

Yesquén è morto senza che nei sei anni trascorsi dalla prima denuncia, presentata allo stesso Prevost nel 2020, sia stata aperta contro di lui alcuna indagine, canonica o civile.

La notizia del decesso è stata diffusa dai media di Ferreñafe, località nella cui parrocchia di Santa Lucía il prete era vicario. La diocesi di Chiclayo non ha emesso per il momento alcun comunicato ufficiale.

Una denuncia mai indagata

I fatti attribuiti a Yesquén risalgono al 2006, quando il sacerdote, allora trentanovenne, avrebbe imposto baci di carattere libidinoso a una bambina di dieci anni nella casa parrocchiale di La Victoria (Chiclayo), durante un periodo di almeno un anno. La denunciante è Ana María Quispe, che ha reso pubblica la sua storia dopo aver constatato che le sue denunce alla Chiesa non producevano alcun effetto.

Nella stessa casa parrocchiale conviveva con Yesquén il sacerdote Eleuterio Vásquez Gonzales, il noto «padre Lute», denunciato dalle stesse vittime per fatti di estrema gravità: le testimonianze descrivono trasferimenti di bambine di nove e undici anni, con il pretesto di presunte attività missionarie, in un alloggio isolato nella sierra di Ferreñafe, a sei ore dalle loro case, dove il sacerdote pernottava da solo con loro in un unico letto. Come ha riconosciuto pubblicamente l’allora amministratore apostolico Guillermo Cornejo, Vásquez arrivò ad ammettere i fatti.

La prima notitia criminis su Yesquén arrivò all’allora vescovo di Chiclayo, Robert Prevost, nel marzo 2020, tramite una telefonata della vittima. Il canone 1717 del Codice di diritto canonico obbliga l’ordinario del luogo ad aprire d’ufficio un’indagine preliminare davanti a qualsiasi notizia verosimile di reato. La risposta che la denunciante riferisce di aver ricevuto fu l’invito a rivolgersi alla via civile, che in Perù si era prescritta da anni. In sede canonica, invece, il reato non era prescritto, perché il termine è di vent’anni contati dalla maggiore età della vittima, ma nessuna indagine fu aperta.

Nell’aprile 2022 le tre denuncianti furono ricevute da Prevost nel vescovado. Circa Yesquén, secondo la loro testimonianza, il vescovo comunicò loro che il sacerdote si trovava alle prese con una «depressione» ed era stato allontanato dalle sue funzioni, per cui non si era ritenuto di dover procedere legalmente. I registri pubblici, tuttavia, propongono un’altra versione. Nel giugno 2020, cinque mesi dopo la prima denuncia, Yesquén portava il ciborio con il Santissimo in processione pubblica per Chiclayo. Stando alle pubblicazioni ufficiali della diocesi, egli era ancora vicario parrocchiale di Santa Lucía de Ferreñafe e rimase in carica almeno fino al gennaio 2023. Risulta inoltre la sua presenza alla messa crismale del 2023, come riconosciuto da un sacerdote diocesano in una conversazione registrata.

Nei confronti di Yesquén non fu mai disposta alcuna misura cautelare. Contro Vásquez, il decreto di Prevost dell’aprile 2022 impose sì misure, ma il suo contenuto, letto integralmente dall’istruttore del caso davanti alle vittime, si limitò a due restrizioni: la cessazione dal suo ufficio di parroco di Ciudad Eten e il divieto di confessare. Non fu sospeso dal ministero pubblico, e di fatto risulta che continuò a celebrare messa, persino concelebrando insieme al vescovo nella cattedrale.

Esistono fotografie diffuse sui social network, datate 12 gennaio 2023, in cui l’allora vescovo Prevost appare in una celebrazione di compleanno insieme a Yesquén, vestito da chierico, e altri sacerdoti della diocesi: quasi tre anni dopo la prima denuncia e nove mesi dopo la seconda.

Una malattia mai accertata

Quando il caso trapelò sui media peruviani alla fine del 2023, la diocesi spiegò che Yesquén si trovava «in precarie condizioni di salute», in una casa di riposo, e che non sarebbero stati formulati capi d’accusa contro di lui. Nel settembre 2024, un comunicato ufficiale precisò che il sacerdote soffriva di una «grave malattia degenerativa» che gli impediva di difendersi, «per cui non si può aprire un procedimento contro di lui», e aggiunse che «da anni non esercita il ministero sacerdotale», affermazione che contrasta però con i registri diocesani del 2023.

Tale incapacità non fu mai accertata davanti alle vittime mediante perizia medica indipendente, come prevedono i canoni 1574 e 1577. Nell’ottobre 2025 le denuncianti chiesero formalmente al Dicastero per la dottrina della fede l’inserimento nel fascicolo della documentazione clinica di Yesquén: un referto medico del 2020 che attestasse l’incapacità dichiarata e un altro aggiornato che determinasse la sua situazione. La richiesta non ottenne risposta.

Le vittime non accettano la chiusura fasulla del caso

La morte di Yesquén estingue la possibilità di un processo contro la sua persona, ma non risolve il caso. Le vittime sostengono che né questo esito né la soluzione data al fascicolo di Vásquez costituiscono chiusure conformi al diritto, e che sussiste integra la responsabilità per il modo in cui entrambi i fascicoli furono gestiti: l’omissione del dovere di indagare che il canone 1717 impone all’ordinario, l’insufficienza delle misure cautelari, il rinvio reiterato a una via civile prescritta e il diniego di accesso alla documentazione fin dal 2022. La normativa pontificia vigente (“Vos estis lux mundi”, “Come una madre amorevole”) contempla la negligenza delle autorità ecclesiastiche davanti a denunce di abusi come condotta di per sé sanzionabile.

Non si tratta solo della valutazione delle denuncianti. Lo stesso delegato istruttore del caso, Giampiero Gambaro, qualificò davanti alle vittime l’indagine preliminare istruita sotto Prevost come «una presa in giro», «molto mal fatta», con «molti errori» e «molta superficialità».

A oggi, le vittime proseguono le azioni legali, in sede canonica e civile, per far sì che il caso prosegua e si faccia giustizia. Ma la risposta, da sempre, è un silenzio tombale da parte delle diverse istituzioni interpellate.

La tesi della «cospirazione» che non regge

Da quando il caso ha raggiunto rilevanza internazionale con l’elezione di Leone XIV, si è tentato di presentarlo come il frutto di un’operazione del Sodalicio de Vida Cristiana (società di vita apostolica fondata in Perù nel 1971 e soppressa dal papa nel gennaio 2025) o di settori «ultraconservatori» contro il papa. È la tesi raccolta nella biografia autorizzata del pontefice firmata da Elise Ann Allen e riproposta da media come “El País” o “Religión digital”, che hanno preferito concentrare l’attenzione sui presunti interessi di chi informa sul caso piuttosto che sui fatti documentati.

Questa versione non resiste al confronto con quanto accertato: le denunce del 2020 e del 2022 sono molto anteriori a qualsiasi contesto di conclave; i fatti e le omissioni sono documentati in registri ufficiali, comunicati diocesani e registrazioni degli stessi responsabili ecclesiastici del fascicolo; e la negligenza dell’istruttoria è stata riconosciuta dall’istruttore designato dall’attuale diocesi. Le vittime, che esposero il caso con una lettera a papa Francesco già nell’ottobre 2024, non fanno parte di alcuna cospirazione: reclamano, attraverso i canali legali della stessa Chiesa, ciò che chiedono dal primo giorno: verità, un’indagine seria e accesso al proprio fascicolo.

Lo scorso marzo Vásquez è riapparso pubblicamente in una celebrazione parrocchiale a Chiclayo accompagnato dal sacerdote Edward Tocto, canonista che è stato suo avvocato difensore nel processo, è attuale vicario giudiziario aggiunto della diocesi ed è sempre stato legato a Robert Prevost fin dagli anni a Chiclayo.

Con la morte di Yesquén, nessuno dei due sacerdoti denunciati sarà mai comparso davanti a un tribunale, canonico o civile. Le questioni che le vittime mantengono aperte davanti alla Santa Sede restano tutte in attesa di risposta.

infovaticana

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Nella foto, don Ricardo Yesquén Paiva alla sinistra dell’allora vescovo Prevost durante una festa di compleanno il 12 gennaio 2023

 

 

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