C’era una volta il senso del ridicolo
di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
c’era una volta un giudice piuttosto severo che emetteva sentenze anche in mancanza di esplicita richiesta. Non sedeva in tribunale, non era nominato da nessuno e non aveva bisogno di codici. Si chiamava senso del ridicolo.
Era un giudice piuttosto diffuso che di solito impediva a un adulto di comportarsi come un bambino, a un intellettuale di scrivere sciocchezze troppo evidenti e a un politico di promettere l’impossibile senza almeno arrossire. Non rendeva gli uomini migliori, ma almeno li costringeva a mantenere un minimo di decoro e decenza.
Improvvisamente sembra essere morto. Non saprei dire quando. Forse il giorno in cui abbiamo deciso che ridere di un’assurdità o di una sciocchezza sia più grave che proporla.
Da allora è successo di tutto.
Abbiamo visto uomini partorire, donne con il pomo d’Adamo, Shakespeare corretto perché non abbastanza inclusivo, fiabe riscritte per non offendere il lupo, università in cui si insegna a declinare pronomi secondo il linguaggio inclusivo ma non a coniugare un verbo, aziende che dedicano più tempo ai corsi sulla diversità che alla qualità dei prodotti, sacerdoti che ritengono che l’unico peccato davvero imperdonabile sia ricordare il Catechismo e annunciare genuinamente il Vangelo.
Ogni novità è stata presentata come una conquista della civiltà. Chi osava anche solo sorridere è stato immediatamente accusato di essere retrogrado, insensibile, ignorante per non aver compreso la complessità del fenomeno o, nei casi più gravi, un pericoloso criminale da punire severamente.
Eppure il senso del ridicolo svolgeva una funzione sociale preziosissima. La paura di essere derisi ha trattenuto per secoli moltissime persone dal dire o fare sciocchezze. Era un rimedio naturale contro l’eccesso di ideologia. Se una teoria non sopravviveva a una risata, forse non meritava di essere diffusa né tantomeno di essere presa sul serio.
Oggi accade il contrario. Se una teoria suscita il riso, il problema non è la teoria, è chi ride di essa. Anzi, più è ridicola e assurda, più viene presa sul serio, con il ridicolo criminalizzato alla stregua del peggiore dei reati.
Guai a ironizzare, guai a mettere in evidenza le contraddizioni, perché qualcuno potrebbe sentirsi ferito. L’umorismo, che per secoli è stato la più efficace arma contro il fanatismo e il potere, viene ormai considerato una forma di violenza.
È curioso. Le grandi ideologie del Novecento temevano spesso la satira più delle manifestazioni di piazza. Un regime può sopravvivere alle proteste; difficilmente sopravvive quando diventa una barzelletta. Per questo i totalitarismi non hanno mai amato chi faceva ridere.
Anche oggi, nelle democrazie moderne, il meccanismo sembra simile a quello delle peggiori dittature. Non si confuta chi mette in luce un’assurdità: si cerca piuttosto di impedirgli di farlo, accusandolo di mancare di sensibilità, inclusione o rispetto, quando non di istigazione all’odio. Il risultato è che il confine tra il serio e il grottesco si è dissolto.
Ogni mattina leggiamo notizie che fino a trent’anni fa sarebbero sembrate la sceneggiatura de “I mostri” di Dino Risi. Solo che nessuno ride più, perché ci spiegano che è tutto mostruosamente serio.
Chesterton osservava che quando gli uomini smettono di credere in Dio finiscono per perdere il buon senso. Forse qualcosa di simile vale anche per il ridicolo. Quando una civiltà perde il senso del ridicolo, prima poi rischia di perdere anche quello della realtà e finisce per prendere sul serio qualsiasi assurdità. E una civiltà che non sa più ridere delle proprie follie è destinata, prima o poi, a subirle.
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Nell’illustrazione: Francisco Goya, “Il sonno della ragione genera mostri”, 1797.



