In guerra contro la modernità. Ma quali sono le caratteristiche del campo di battaglia?

di Marco Anca

L’intervento di Martino Mora “Non c’è più tempo per le finte soluzioni. Spunti per un pensiero antimoderno”, pubblicato da “Duc in altum” [qui], e che condivido, richiede a mio avviso una ricognizione del campo di battaglia, giacché l’ingaggio di una battaglia esige la perfetta conoscenza del campo su cui si combatte.

Concentriamoci sull’Europa, che è la realtà che conosciamo meglio e che Benedetto XVI considerava necessario rievangelizzare.

Oggi che cosa vediamo?

La Russia difende, già da tempo, la cristianità e i valori tradizionali, valori per cui combattono anche tutti quei cittadini russi non russi etnici e non cristiani (la differenza tra “Russkij” e “Rossijskij”), come ci spiegano politici e milbloggers russi così come Gian Micalessin in un suo recente e coraggioso reportage dal Donbass.

È per questo che la Russia è così odiata dalle elites transnazionali e dai democratici americani, di cui la Ue e molti governi nazionali in Europa sono i pedissequi esecutori.

Cristianesimo e valori tradizionali ancora reggono nei paesi dell’Europa centrale e orientale ex socialisti, ma nell’Europa settentrionale è il nulla assoluto, mentre pochi nuclei di resistenza umana si trovano nell’Europa meridionale, anche se in crescita.

Ora, se uno fosse caduto in letargo cinquant’anni fa, e si risvegliasse oggi, non si capaciterebbe.

Che cosa è successo?

Il presidente Putin, che di storia capisce (o ha degli ottimi assistenti), da anni spiega che la continuità della Russia è tra l’Impero russo e la Russia di oggi, fissando in modo chiarissimo il concetto di “Russia profonda”, o di “Russia eterna”, di cui sono architrave sul piano storico la Grande Guerra Patriottica e sul piano spirituale e culturale l’Ortodossia (che però non si contrappone alle altre religioni presenti in Russia).

Non a caso il periodo sovietico, che comunque ha molti nostalgici per il tipo di vita quotidiana e non per l’ideologia, viene derubricato a casualità storica generata da una rivoluzione in cui i vertici rivoluzionari erano in gran parte ebrei e non russi ortodossi.

Alcuni storici invece vedono delle continuità con il passato, il che configura un interessante dibattito storiografico.

Sta di fatto che il comunismo non ha eradicato il sentimento religioso, nonostante persecuzioni e il martirio di non pochi sacerdoti, e di questo nel 1941 si era accorto pure Stalin.

Gli unici territori ex sovietici in cui oggi l’ateismo è dilagante sono Estonia e Lettonia, dove quasi tutti gli estoni e lettoni etnici protestanti sono convintamente atei.

Ortodossia, cattolicesimo, musulmanesimo, ebraismo e buddismo sono sopravvissuti e ricresciuti. Il protestantesimo è morto, tranne che per qualche piccola comunità tedesca.

Nei Paesi europei dell’ex socialismo reale cristianesimo e valori tradizionali ancora reggono, sia in quelli cattolici sia in quelli ortodossi.

Con due eccezioni in cui l’ateismo dilaga: l’ex DDR, nominalmente protestante, e la Repubblica Ceca, nominalmente cattolica con una piccola minoranza hussita, dove si guarda al mondo tedesco.

Da qui possiamo a mio avviso trarre due lezioni.

La prima è che il comunismo, che pure aveva il sostegno in parte di chi ci credeva e in parte di chi faceva finta di crederci (ricordo la famosa battuta di Ranuccio Bianchi Bandinelli su chi “era fascista” e su chi “faceva il fascista” in Italia nel ventennio), ha fallito nel creare l’uomo nuovo.

Il comunismo, filosoficamente e storicamente materialista, non è riuscito a scavare fino a modificare le fondamenta antropologiche del “paese profondo”, o del “paese eterno”, scorrendo solo in superficie.

La seconda lezione è che il protestantesimo, dal punto di vista spirituale e religioso, è ben poca cosa, e questo spiega anche il nulla umano ed esistenziale dei Paesi del Nord Europa (inclusi Olanda e Gran Bretagna). I tempi dei puritani sono passati da un pezzo. Oggi la mentalità protestante, suprematista e razzista, sopravvive perché funzionale al neoliberismo, all’eccezionalismo occidentale e al tecnocapitalismo finanziarizzato (siamo piuttosto lontani da Max Weber).

Il protestantesimo è ancora vivo in quelle realtà minoritarie nei propri Paesi (calvinisti ungheresi, luterani sassoni della Transilvania, altre piccole comunità germanofone, valdesi eccetera, e aggiungo pure gli afrikaners del Sudafrica), minoranze che è dovere di tutti tutelare, dove la religione si salda a un’identità da difendere e mantenere.

Però ciò non spiega la situazione dei Paesi europei non protestanti.

E qui io vorrei scomodare l’economia, che, contrariamente all’insufficiente approccio materialista, è anche organizzazione sociale, e tocca anche gli aspetti umani e antropologici.

Sarà un caso, ma i Paesi europei dove il cristianesimo è ancora vivo sono quelli che hanno mantenuto un sistema economico più tradizionale, con industria e agricoltura ancora importanti, e dove quindi in un modo o nell’altro un senso di comunità esiste ancora, e dove al momento c’è meno benessere apparente (ma più solido, e in crescita).

Nell’Europa settentrionale e occidentale, basata invece sulla economia dei “servizi”, le società sono fortemente atomizzate, e questo ha disgregato ogni idea di comunità, con ognuno in competizione contro l’altro. E ultimamente alcuni analisti fanno notare come proprio una società fortemente atomizzata sia funzionale a questa economia drogata di consumo inutile e debito (la persona sola per le stesse spese incomprimibili spende molto di più rispetto a una famiglia).

Cinquant’anni fa un grande intellettuale “maledetto” ma libero e geniale, Pierpaolo Pasolini (invito tutti a leggere i suoi “Scritti corsari”), aveva capito una cosa fondamentale.

Il consumismo nichilista nell’Europa occidentale ha scavato nelle fondamenta del “paese profondo”, modificandolo antropologicamente, e riuscendo dove il comunismo ha fallito.

Non a caso Pasolini si era decisamente schierato a difesa delle tradizioni e dei valori profondi, arrivando addirittura a criticare la Rivoluzione dei garofani in Portogallo e rischiando di apparire, proprio lui, nostalgico di Salazar!

Questo ha creato una società “sazia e disperata” (per usare l’espressione del compianto cardinale Biffi), materialista, scristianizzata, ignorante, anglofona e nichilista, che oggi, consumando a debito e non producendo più nulla, è sempre meno sazia e sempre più disperata, oltretutto drogata dalla spazzatura ideologica anglosassone: “gender”, “woke”, “green” (più bruxellese, quest’ultimo) eccetera.

Se lo scenario è questo, siamo ancora in tempo, qui in Italia, a invertire la rotta?

Emmanuel Todd parla della necessità della “umiltà davanti alla Storia”, quindi nell’avanzare pronostici sul futuro senza certezze granitiche e consapevoli della fallacia degli stessi.

Io posso azzardare una mia risposta, che è un no.

A meno che il “guerrone” (cit. da san Pio X), nel quale la classe dirigente europea, testimonianza vivente del fallimento antropologico in cui siamo immersi, ci sta portando, non faccia tabula rasa, dopo una sconfitta totale e senza appello, e si possa ripartire dalle fondamenta, senza però riproporre modelli del passato sic et simpliciter, come le virtù salvifiche della “comunità” (sarà che sono un individualista, ma chi come me dal 2011 in poi ha dovuto subire l’isolamento sociale, per le proprie idee e scelte di vita, sulla “comunità” è alquanto diffidente).

Certo che se l’unica speranza di salvezza è questa, come siamo messi!

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