Di che cosa è pieno il cuore dei sinodali. Qualche indicazione dall’analisi della parole più frequenti

Come abbiamo annunciato [qui], lunedì 27 luglio la Segreteria generale del sinodo ha pubblicato “Fare memoria. Accompagnare la preparazione dell’Assemblea di valutazione della Chiesa locale”, documento che dovrebbe guidare i vescovi e i gruppi sinodali nella preparazione delle “assemblee di valutazione diocesane” del 2027.

Gli autori del documento spiegano che l’obiettivo è far sì che i sinodali “discernano” se il cammino sinodale stia veramente trasformando la loro vita e la loro missione.

Sei le domande al centro del testo: se stia emergendo una Chiesa più missionaria e sinodale; come siano cambiate le relazioni all’interno della Chiesa; se i processi di discernimento e decisionali siano migliorati; se le relazioni della Chiesa con il mondo esterno si siano ampliate; se la corresponsabilità e la partecipazione di tutto il Popolo di Dio siano aumentate; se la Chiesa sia diventata più capace di annunciare il Vangelo.

Come abbiamo scritto, tra le proposte c’è di allargare ulteriormente la sinodalità inglobando altre fedi e religioni, e già qui c’è da riflettere: il meccanismo sinodale vuole solo aggiornare i processi interni o fondare di fatto una nuova religione?

Radical Fidelity, sito che conoscete bene perché spesso ne traduciamo gli articoli, ha condotto sul documento una ricerca interessante: ha verificato le occorrenze dominanti, ovvero quali parole ed espressioni compaiono di più, e il risultato, in un certo, senso, parla da solo.

Il vocabolario impiegato nel documento illustra le priorità teologiche che guidano i sinodali, e se è vero, come si legge in Matteo 12, che “la bocca parla di ciò di cui è pieno il cuore”, tali priorità appaiono ben poco cattoliche.

I temi dominanti non sono la dottrina, la rivelazione, la Persona di Cristo o la liturgia, bensì le solite parole-talismano, come le chiamava Plinio Corrêa de Oliveira, fumose e ambigue, quali “viaggio”, “esperienza”, “ascolto”, “discernimento”.

Il motivo o tema che ricorre più frequentemente è quello del “cammino”, parola che compare 57 volte nell’arco delle diciannove pagine, presentando la Chiesa sinodale come una comunità in continuo movimento lungo un percorso sinodale.

Al secondo posto troviamo il linguaggio dell’esperienza, con le parole “esperienza”, “esperienze” e “sperimentato” che ricorrono ben 43 volte.

E poi c’è, ovviamente, l’ascolto. Le parole “ascoltare” e “ascolto” compaiono infatti 31 volte, mentre le parole “sentire” e “udire” non compaiono affatto. A ciò si aggiungono 21 occorrenze di varianti della famiglia di “discernere “, 10 occorrenze di “conversazione ” (quasi sempre nell’espressione “conversazione nello Spirito”) e 30 riferimenti allo Spirito o al discernimento spirituale.

Altrettanto battente il ricorso a “vie” (27 occorrenze), “percorsi” (14 occorrenze) e “accompagnamento” (12 occorrenze). Verso dove?

C’è chi dice che non è vero che siamo di fronte a una nuova religione. Tuttavia la parola “nuovo” compare 11 volte, e termini correlati come “rinnovare” , “rinnovamento” e “rinnovato” ricorrono ben 18 volte. Ripetuti i riferimenti a “nuovi percorsi”, “nuove forme” e “nuovi inizi”.

Nelle diciannove pagine del documento il nome di Gesù compare una sola volta, e Cristo non compare mai.

E le parole “cattolico” , “Chiesa cattolica” o “cattolicesimo”? Niente. Assenti. Nulla.

E la Madonna? Nulla. Non c’è un solo riferimento alla Beata Vergine Maria sotto nessuno dei suoi titoli tradizionali: Maria, Vergine, Beata Vergine, Beata Vergine Maria, Madre di Dio, Nostra Signora, Theotokos, Immacolata. Ripeto: zero.

Certo, la frequenza nell’utilizzo di una parola non è necessariamente indice, di per sé, di adesione alla reta dottrina, ma noi conosciamo il contesto nel quale nascono questi documenti (che probabilmente, al di là dei burocrati sinodali incaricato di scriverli, nessuno legge).

Dunque: proprio sicuri che non siamo di fronte al tentativo di approdare a una nuova religione?

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