Lettera dalla Cisgiordania / Cimiteri di auto, case vuote e strade e verso la vita

di Laura Dodsworth

I primi scorci della Cisgiordania arrivano attraverso i finestrini del nostro autobus blindato.

Inizialmente c’è ben poco che distingua l’Autorità Palestinese dal resto di Israele. La strada è la stessa, il paesaggio lo stesso, la vita sembra continuare normalmente. Ma poi ecco le differenze.

La Cisgiordania è il territorio compreso tra Israele e Giordania, conquistato da Israele alla Giordania durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e amministrato, a partire dagli Accordi di Oslo, a seconda di una serie di zone: l’Area A sotto il pieno controllo dell’Autorità Palestinese, l’Area B sotto accordi congiunti, l’Area C sotto il controllo israeliano. I palestinesi e gran parte della comunità internazionale la definiscono territorio occupato. Molti israeliani la chiamano Giudea e Samaria, i nomi biblici della regione montuosa in cui si è svolta gran parte degli eventi narrati nella Bibbia ebraica, e sottolineano che gli ebrei vi hanno vissuto ininterrottamente fino alla loro espulsione da parte dell’esercito giordano nel 1948. Entrambi i nomi hanno una valenza politica. Qui userò il nome Cisgiordania perché è il termine più conosciuto, non perché io possa pronunciarmi sulle rivendicazioni contrastanti. (Posso però affermare che il clamore mediatico sulla violenza dei coloni è una semplificazione eccessiva. Sul campo la situazione è molto più complessa e ne parlerò in un altro articolo).

Nel sito web del ministero degli Esteri, del Commonwealth e dello Sviluppo, la Cisgiordania è attualmente contrassegnata da una combinazione di verde (zona sicura), rosso (zona pericolosa) e arancione (zona da evitare assolutamente). Ai cittadini britannici il governo consiglia di recarsi in Cisgiordania solo per motivi essenziali.

Io ci sono andata perché penso che comprendere questo Paese pieno di contraddizioni sia fondamentale.

Ho viaggiato nell’ambito di un tour sulla libertà di assistenza medica a cui sono stata invitata dalla produttrice e scrittrice Karys Rhea e dall’organizzazione Combat Antisemitism Movement. Programma: visitare Shiloh, l’antica capitale di Israele, dove per secoli è sorto il Tabernacolo prima ancora che esistesse il Tempio di Gerusalemme, e due fattorie.

Una cosa che mi ha piacevolmente sorpreso in Israele è la cura con cui tutto viene realizzato. La pianificazione urbana è estremamente razionale e l’estetica non è un aspetto secondario. Ci sono più alberi, bordi erbosi ben curati e piante in fiore di quanto ci si aspetterebbe in un paese desertico.

Invece, entrando in Cisgiordania, il primo e più evidente cambiamento è la spazzatura: ce n’è molta di più, sparsa lungo i bordi delle strade.

Poi il secondo cambiamento che ho notato: la comparsa di cimiteri di automobili.

Dopo aver superato una serie infinita di vecchie auto abbandonate e malconce, ho chiesto alla nostra guida perché ce ne siano così tante, e mi ha dato un paio di spiegazioni. I palestinesi probabilmente comprano vecchie auto a basso prezzo, le riparano e poi le usano o le vendono a pezzi. In secondo luogo, le rubano. Probabile anche che le smontino e ne rivendano i pezzi agli israeliani, che inconsapevolmente riacquistano pezzi di auto rubate ai loro vicini.

Non si tratta di un’attività artigianale, il che spiega perché il territorio sia disseminato di cimiteri di auto. Il furto d’auto in Israele è un’epidemia che vale miliardi di shekel. Tra il 2020 e il 2023 sono stati rubati quasi ventimila veicoli all’anno. Secondo un rapporto di JNS del 2023, il 95% delle auto rubate in Israele finisce nell’Autorità Palestinese.

Chi c’è dietro? Secondo un’inchiesta di “Haaretz”, molti furti sono commessi da ragazzi palestinesi poveri, alcuni appena adolescenti, adescati da uomini più grandi e da bande organizzate e reclutati sui social media, per esempio da un annuncio come questo su TikTok: “Cercasi autisti esperti. Nove minuti di guida. 3.200 shekel sul tuo conto in banca. Ti portiamo noi. Il lavoro è sicuro”. Sullo sfondo del video, un SUV scende da una ripida discesa, con la didascalia: “Alzati e fai qualcosa invece di stare seduto”. Viene fornito un numero di telefono.

Alcuni ragazzi ce la fanno, ma altri vengono fermati ai posti di blocco. Nel corso del 2025, 478 minorenni sono stati arrestati. Si prova compassione per questi giovanissimi che sono ingannati, hanno abbandonato la scuola, provengono da famiglie povere e ora si trovano ad affrontare la forza della legge israeliana. Adescati, sfruttati e abbandonati dagli uomini che li hanno assunti, anche loro sono vittime.

Cimiteri di auto punteggiano le strade, di fronte a città che mostrano un forte contrasto tra estrema ricchezza e povertà. Ci sono case sontuose con giardini e piscine, perché nell’Autorità Palestinese circolano ingenti somme di denaro. Ma ci sono anche baracche fatiscenti e numerosi palazzi a metà costruzione, apparentemente abbandonati, con finestre spalancate e vuote, piano dopo piano, senza nessuno in casa.

Poiché il numero degli edifici sembra molto superiore a quello degli abitanti, sull’autobus ne parliamo e facciamo congetture, ma non sono riuscita a svelare questo enigma. Forse questioni fiscali? Forse aiuti esteri investiti in immobili? Data la storia documentata di fondi dei donatori mal indirizzati nei territori palestinesi, è una domanda legittima, ma non sono riuscita a verificarla. Potrebbero esserci spiegazioni ancora più sinistre. Quello che posso dirvi è ciò che ho visto: edifici vuoti ovunque.

Il giorno successivo, durante un tour ricco di impegni, visitiamo la sede centrale di United Hatzalah, con la sua flotta di ambulanze e motociclette di colore arancione brillante.

Hatzalah in ebraico significa soccorso. L’organizzazione è stata creata da Eli Beer, e la sua storia è fonte di ispirazione. Da bambino, mentre a Gerusalemme tornava a casa da scuola con suo fratello, assistette all’attentato a un autobus. Un uomo ferito gli chiese aiuto, ma Eli, spaventato, all’epoca non aveva l’età, l’esperienza e le conoscenze per prestargli soccorso. Quel ricordo non lo ha mai abbandonato e da quel giorno ha voluto essere in grado di aiutare. Così ha studiato come tecnico di emergenza medica volontario ed è entrato nell’equipaggio di un’ambulanza, dove ha scoperto di persona il problema del ritardo nei soccorsi in un paese con strade strette e traffico intenso. In un’occasione, la sua ambulanza ha impiegato più di venti minuti per raggiungere un bambino di sette anni che stava soffocando, e il bambino non ce l’ha fatta.

La risposta di Eli è stata quella di sviluppare una rete di volontari per salvare vite umane più velocemente, e nel 2006 è nata United Hatzalah, che oggi conta oltre ottomila volontari. Si tratta di paramedici, infermieri e medici, laici e religiosi, ebrei, musulmani, drusi e cristiani, in ogni città e paese di Israele. Quando arriva una chiamata, la tecnologia GPS individua i volontari più vicini e li invia sul posto. Sono volontari sempre pronti ad abbandonare il lavoro, lo studio, il sonno o qualsiasi altra attività per correre ad aiutare.

Circa un migliaio di persone si sposta con motociclette allestite come mini-ambulanze senza barella, veicoli che possono districarsi nel traffico molto meglio di un’autoambulanza. Il servizio dispone però anche di vere e proprie ambulanze, così come di biciclette, ambulanze-barche, unità di droni e ora anche una flotta di ambulanze-scooter elettriche.

Il tempo medio di risposta a livello nazionale è inferiore ai tre minuti e nelle città si aggira intorno ai novanta secondi, che è l’obiettivo prefissato dall’organizzazione per l’intero Paese.

Quest’organizzazione non ha eguali al mondo: ecco migliaia di persone comuni che accettano di lasciare tutto per salvare degli sconosciuti. Solo una società basata sulla fiducia e dotata di un grande cuore avrebbe potuto farlo.

Tragicamente, a volte i volontari devono intervenire indossando giubbotti antiproiettile. Secondo il “Jerusalem Post”, il 7 ottobre 1.700 volontari di Hatzalah si sono avventurati nel vivo del pericolo, molti a bordo delle loro motociclette arancioni, verso gli spari. Trovereste un numero simile di volontari disposti a rischiare la vita in Gran Bretagna, negli Stati Uniti o in qualsiasi altro luogo? È difficile immaginarlo. Hatzalah ora ha aumentato le scorte e dispone di cinquemila giubbotti antiproiettile per proteggere i suoi volontari.

Mi è stato detto che il valore fondamentale di Hatzalah è racchiuso in questo versetto del Talmud: “Chi salva una sola vita è come se avesse salvato il mondo intero”. Gli ebrei sono testardi, ma non per questo sono meno generosi.

Ora, quando ripenso al vortice di immagini viste durante il viaggio, ce ne sono due che mi tornano subito in mente: un’ambulanza arancione guidata da un volontario in una corsa contro il tempo, e un’auto rubata da un ladro adolescente che cerca di eludere il checkpoint.

Nei media di tutto il mondo Israele è accusato di genocidio, eppure tutto ciò che ho visto testimonia un Paese ostinatamente, quasi ossessivamente, impegnato a difendere la vita.

Partiamo dall’indicatore più elementare: il tasso di fertilità in Israele è di circa 2,9 figli per donna, il più alto dell’Ocse. Qualunque cosa si possa dire sugli israeliani, è certo che guardano al futuro.

Poi ci sono le istituzioni. Save a Child’s Heart, con sede presso il Wolfson Medical Center vicino a Tel Aviv, ha portato in Israele più di ottomila bambini con malformazioni cardiache provenienti da circa settantacinque paesi, dall’Etiopia all’Iraq a Zanzibar, oltre a bambini palestinesi della Cisgiordania e di Gaza. Tutti bisognosi di interventi chirurgici per i quali i chirurghi israeliani offrono volontariamente il loro tempo. Un paese che sta perpetrando un genocidio sarebbe un luogo alquanto strano per gestire un servizio destinato a riparare i cuori dei nemici.

Persino Yahya Sinwar, la mente dietro la barbarie di Hamas del 7 ottobre, doveva la sua vita alla medicina israeliana. Nel 2004, mentre scontava quattro ergastoli in una prigione israeliana per omicidio, Sinwar si sottopose a un intervento chirurgico salvavita per rimuovere un tumore al cervello. Pensateci bene. Lo Stato accusato di genocidio ha eseguito ore di neurochirurgia per salvare l’uomo che sarebbe poi diventato la mente del più grande massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto, perché era un paziente, e questo è ciò che si fa per i pazienti.

Se vi sembra che mi stia soffermando troppo su questi aspetti, devo precisare che Israele è una terra ricca di simboli. Potreste dedurre che io sia semplicemente incline a individuare e decodificare schemi, ma non sono certo la prima a percepire Gerusalemme come uno “spazio sottile”, come i celti definivano un luogo in cui il velo tra il mondo fisico e quello spirituale appare poroso e ultraterreno. L’ho percepito negli antichi boschi di tassi millenari, nelle piccole cappelle simili a grembi e sotto le imponenti guglie gotiche d’Europa, e l’ho percepito allo stesso modo nelle strade e sulle colline di Israele. In uno spazio sottile le cose assumono un significato più profondo del loro stesso aspetto.

C’è ancora molto da dire. Non posso pretendere di conoscere a fondo l’anima di un Paese dopo una sola visita, ma Israele mi ha profondamente colpita e c’è molto su cui riflettere. Ha soddisfatto alcune aspettative e ne ha deluse altre. È un Paese di paradossi e contraddizioni, antico e sorprendentemente nuovo, accusato di morte e al tempo stesso brulicante di vita.

È un paese caldo e luminoso, dove sono stata costretta a strizzare gli occhi per il sole. Ora che sono tornata in Inghilterra, rifletterò, elaborerò e forse scriverò di più. Per ora vi lascio con questo. Un cimitero di auto non è solo una discarica, e un’ambulanza-motocicletta non è solo una moto. Sono due risposte alla stessa domanda: cosa fai della vita che ti è stata data e delle vite che ti circondano?

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Nella foto: una parte della flotta di veicoli di emergenza di Hatzalah.

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