Tanti papi santi, eppure la Chiesa è acciaccata. Perché? Risposta a un ateo
Caro Valli,
sono ateo, quasi suo coetaneo. Leggo il blog con interesse.
Vorrei che la mia domanda non suonasse come una provocazione. Mi chiedo come mai, se tutti papi del Novecento sono stati canonizzati o lo saranno, la Chiesa versa in queste condizioni.
La ringrazio
Fabrizio Sarpi
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Risponde l’Eremita
Caro signor Sarpi,
la sua domanda, che Aldo Maria Valli mi ha girato, non mi appare affatto provocatoria. Al contrario, nasce da un’osservazione intelligente e contiene una delle questioni più serie che oggi un credente dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Se la santità è realmente passata attraverso coloro che hanno guidato la Chiesa nel Novecento, come si spiega la condizione di fragilità, di divisione e, talvolta, persino di smarrimento nella quale essa oggi sembra trovarsi?
Vorrei anzitutto precisare che non tutti i pontefici del Novecento sono stati canonizzati, né è possibile affermare che certamente lo saranno. Alcuni sono stati proclamati santi, per altri è in corso o si è avviato un cammino di discernimento, mentre per altri ancora non vi è stata alcuna canonizzazione. Ma comprendo bene il senso più profondo della sua domanda: la presenza di tanti papi riconosciuti come santi non avrebbe dovuto produrre una Chiesa visibilmente più forte, più coerente e più credibile?
Forse l’equivoco nasce dal modo in cui immaginiamo la santità. La canonizzazione non dichiara che un pontefice abbia compreso tutto, governato sempre nel modo migliore o compiuto scelte storiche prive di errori. Non trasforma ogni sua decisione in una decisione perfetta e non costituisce un giudizio positivo automatico sull’intero funzionamento della Chiesa durante il suo pontificato. Essa afferma, più sobriamente, che in quella persona la fede, la speranza e la carità sono state vissute in modo autentico ed eroico. Un santo, tuttavia, rimane una creatura umana: può avere limiti culturali, valutazioni inadeguate e zone d’ombra. La santità non è impeccabilità; è piuttosto il continuo affidamento a Dio di una vita che conosce anche la propria povertà.
Vi è poi un’altra riflessione, a parer mio, forse ancora più importante. Un uomo santo posto alla guida di una comunità non rende automaticamente santa l’intera comunità. La libertà degli altri non viene cancellata. Un padre buono non garantisce che tutti i suoi figli compiano scelte giuste; un grande educatore non impedisce che alcuni suoi allievi tradiscano ciò che hanno ricevuto. Persino Gesù, secondo il racconto evangelico, ebbe tra i Dodici un traditore, uno che lo rinnegò e altri che fuggirono nell’ora decisiva. Se giudicassimo la verità del suo messaggio soltanto dal comportamento immediato dei discepoli, dovremmo concludere che egli ha fallito. Eppure proprio da quegli uomini impauriti ebbe origine qualcosa che attraversa la storia da duemila anni.
La Chiesa non ha mai affermato di essere composta soltanto da persone sante. Essa sostiene, con una formula che può apparire paradossale, di essere santa e nello stesso tempo continuamente bisognosa di purificazione. È santa non perché tutti i suoi membri siano moralmente migliori degli altri, ma perché custodisce una parola e una possibilità di vita che continuamente la giudicano e la oltrepassano. Il Vangelo non è il premio assegnato alla Chiesa per la sua buona condotta; è piuttosto la misura davanti alla quale anche la Chiesa scopre ogni giorno le proprie infedeltà.
Le sue condizioni attuali, dunque, non possono essere negate o abbellite. Vi sono stati scandali gravissimi, abusi, silenzi colpevoli, ricerca del potere, irrigidimenti, divisioni e un linguaggio che spesso non riesce più a raggiungere l’uomo contemporaneo. Chi crede non dovrebbe difendere tutto per principio, perché difendere l’indifendibile significa fare un cattivo servizio alla verità. Talvolta sono proprio gli occhi di chi non crede a costringere i credenti a vedere ciò che, per abitudine o timore, non vogliono più vedere. Anche la sua domanda, in questo senso, può rappresentare un aiuto offerto alla Chiesa.
Ma la crisi della Chiesa non dimostra necessariamente l’assenza di Dio. Potrebbe mostrare, più semplicemente e più dolorosamente, quanto sia difficile per gli uomini, anche quando parlano di Dio, lasciarsi realmente trasformare da lui. Il cristianesimo non afferma che Dio sottragga magicamente l’uomo alla sua fragilità; afferma che entra in quella fragilità, la assume e apre al suo interno una possibilità di conversione. Questa possibilità può essere accolta oppure rifiutata, persino dentro le strutture ecclesiastiche.
Forse dovremmo anche domandarci che cosa significhi dire che la Chiesa “versa in queste condizioni”. Se pensiamo ai numeri, all’influenza sociale, alla disciplina interna o al prestigio pubblico, certamente assistiamo a un indebolimento. Ma il Vangelo non identifica mai la verità con il successo. Il suo simbolo centrale non è un trono, bensì una croce. Non è dunque escluso che la perdita di potere e di privilegi possa diventare, se accolta con umiltà, un’occasione per ritrovare l’essenziale. Una Chiesa meno potente potrebbe essere chiamata a diventare più evangelica; una Chiesa meno ascoltata potrebbe finalmente imparare ad ascoltare; una Chiesa ferita potrebbe comprendere meglio le ferite degli uomini.
Questo, naturalmente, non basta a dimostrare l’esistenza di Dio, né pretendo che possa condurla improvvisamente alla fede. La fede autentica non nasce da una pressione psicologica e neppure dalla paura. Nasce, quando nasce, dall’incontro libero con una domanda che non riusciamo più a mettere a tacere: se l’uomo sia soltanto ciò che di lui possiamo misurare; se il desiderio di verità, di giustizia e di amore sia un semplice accidente biologico; se il volto di chi amiamo sia destinato a diventare definitivamente nulla. Sono domande davanti alle quali credente e ateo possono sostare insieme, senza fingere di possedere risposte facili.
Le direi allora di non guardare soltanto ai papi, ai palazzi o alle strutture. Guardi anche alle persone sconosciute che, senza apparire sui giornali, assistono un malato, accolgono chi è solo, perdonano un’offesa, rimangono accanto a chi non può ricambiare nulla. Non costituiscono una prova matematica di Dio, ma forse sono piccole fenditure attraverso le quali la sua luce può ancora raggiungerci. La Chiesa più vera non coincide sempre con quella che fa più rumore.
Continui dunque a rivolgere domande come questa. Non sono nemiche della fede. Una fede che teme le domande è già diventata un’ideologia; una fede matura, invece, sa che anche il dubbio può essere un luogo nel quale la coscienza cerca onestamente la verità. E forse Dio, se esiste – mi permetta di parlare per un istante partendo dalla sua prospettiva – non è infastidito dalla sua incredulità sincera quanto potrebbe esserlo dalla fede superficiale di chi pronuncia il suo nome senza lasciarsi cambiare la vita.
La ringrazio per aver posto una domanda che obbliga anche noi credenti a esaminarci. La risposta più credibile, alla fine, non potrà essere una difesa d’ufficio della Chiesa. Dovrà essere una Chiesa capace di riconoscere i propri peccati, di chiedere perdono e di tornare al Vangelo. Soltanto allora le canonizzazioni non appariranno come medaglie appuntate su un’istituzione, ma come il ricordo esigente che, persino nelle stagioni più oscure, l’essere umano può ancora lasciarsi raggiungere e trasformare da una luce più grande di lui.
Con viva cordialità,
Eremita



