X

Meditazioni / 9 agosto 2026

Vetus ordo

Domínica undecima post Pentecosten

Et suspiciens in caelum, ingemuit et ait illi: “Ephphetha”, quod est: “Adaperire” 

Mc 7,31-37

di Eremita

Gesù attraversa territori lontani, passa per la regione di Tiro, di Sidone e della Decàpoli, terre abitate in gran parte da pagani. Questo significa che il Signore non rimane dentro i confini che gli uomini hanno stabilito. Va a cercare chi è lontano, chi non conosce Dio, chi si sente escluso o indegno. Gesù attraversa anche oggi la tua terra, entra nella tua storia concreta e viene a cercarti proprio là dove ti trovi. Non aspetta che tu diventi migliore, che tu sappia pregare o che abbia risolto tutti i tuoi problemi. È lui che prende l’iniziativa e viene verso di te.

Gli conducono un sordomuto e lo pregano di imporgli la mano. Quest’uomo non riesce ad ascoltare e parla con difficoltà. La sua condizione fisica manifesta anche una realtà più profonda che riguarda ciascuno di noi. L’uomo può diventare sordo alla voce di Dio, incapace di ascoltare la sua Parola e di riconoscere il suo amore negli avvenimenti. Può ascoltare tante voci, tante opinioni, tante accuse, e tuttavia non riuscire più a udire la voce del Padre che gli dice: “Tu sei mio figlio, io ti amo, non ti abbandono”.

Forse anche tu hai dentro di te una sordità. Qualcuno ti annuncia che Dio ti ama, ma tu non riesci a crederlo. Ascolti il Vangelo, ma una voce interiore ti dice che non può essere vero per te, perché conosci i tuoi peccati, le tue cadute e le tue contraddizioni. Forse un avvenimento doloroso ti ha chiuso l’orecchio del cuore. Hai pregato e non hai ricevuto ciò che domandavi; hai sperato e sei rimasto deluso; ti sei fidato di qualcuno e sei stato tradito. Allora, per non soffrire ancora, hai smesso di ascoltare.

Chi non ascolta non riesce neppure a parlare veramente. Il Vangelo dice che quest’uomo parlava con difficoltà. Dalla sordità nasce una parola confusa, incapace di comunicare e di entrare in relazione. Anche noi spesso non sappiamo parlare. Sappiamo accusare, giudicare, difenderci e lamentarci, ma non sappiamo benedire. Non riusciamo a chiedere perdono, a dire grazie, a esprimere amore, a proclamare ciò che Dio ha compiuto nella nostra vita. Dalla nostra bocca possono uscire parole di morte, perché il nostro cuore non riesce più ad ascoltare la parola della vita.

Quest’uomo non arriva da solo davanti a Gesù: viene condotto da altri. Forse non poteva comprendere ciò che stava accadendo, eppure qualcuno si è preoccupato di lui, lo ha accompagnato e ha pregato per lui. Anche noi siamo stati portati davanti a Cristo da qualcuno. Forse da nostro padre, da nostra madre, da una persona che ha pregato per noi senza che lo sapessimo. Molte volte, quando non abbiamo la forza di cercare Dio, il Signore si serve della fede e dell’amore di altri per avvicinarsi a noi.

Ma Gesù non tratta quest’uomo come un caso da esibire davanti alla folla. Lo prende in disparte. Lo separa dal rumore, dagli sguardi e dai giudizi degli altri. Dio desidera incontrare personalmente ogni uomo. La salvezza non è qualcosa di anonimo. Cristo conosce il tuo nome, conosce le tue ferite e sa quale parola può raggiungerti. Ti conduce in disparte perché vuole stabilire con te una relazione intima, nella quale tu possa scoprire che non sei un numero e che il tuo dolore non gli è indifferente.

Gesù gli pone le dita negli orecchi e, con la saliva, gli tocca la lingua. Il Figlio di Dio non ha paura di entrare in contatto con la fragilità dell’uomo. Non guarisce da lontano, ma tocca concretamente il luogo della sua sofferenza. Cristo vuole toccare anche ciò che tu nascondi, quella ferita della quale ti vergogni, quel peccato che non riesci a vincere, quella parte della tua vita che consideri irrecuperabile. Non viene per condannarti, ma per guarirti.

Il gesto di Gesù manifesta il mistero dell’incarnazione. Dio si è fatto carne, è entrato nella nostra condizione e ha assunto la nostra debolezza. Non ci ha inviato semplicemente una dottrina o una serie di comandamenti. Ci ha donato suo Figlio. Gesù ha camminato sulle nostre strade, ha conosciuto la fame, la stanchezza, il rifiuto e la sofferenza. Ha lasciato che le sue mani fossero inchiodate sulla croce per poter toccare e guarire le nostre ferite. È entrato nella nostra morte per aprire il nostro orecchio alla notizia della risurrezione.

Poi Gesù alza gli occhi al cielo ed emette un sospiro. Questo sospiro manifesta tutta la sua compassione davanti alla sofferenza dell’uomo. Cristo non è freddo e distante. Soffre davanti alla nostra chiusura e porta su di sé il peso della nostra incapacità di ascoltare e di amare. Quel sospiro anticipa il grido della croce. Gesù assume la nostra sordità, la nostra solitudine e il silenzio nel quale il peccato ci ha rinchiusi.

Infine pronuncia una parola: «Effatà», cioè: «Apriti!». Non dice soltanto: “Si aprano le tue orecchie”, ma: «Apriti!». È tutto l’uomo che deve essere aperto. Apriti alla vita, apriti alla grazia, apriti all’amore di Dio. Esci dalla prigione che hai costruito per proteggerti. Apriti alla possibilità che Dio ti ami veramente e che la tua storia, nonostante tutto, sia una storia di salvezza.

Questa parola è rivolta oggi a ciascuno di noi. «Effatà!». Apriti, tu che ti sei chiuso perché sei stato ferito. Apriti, tu che non vuoi più fidarti di nessuno. Apriti, tu che pensi che la tua vita non possa cambiare. Apriti, tu che hai ascoltato per anni soltanto parole di accusa e hai finito per credere di non valere nulla. Cristo ti dice che non sei condannato a rimanere prigioniero della tua sordità. La sua parola possiede il potere di compiere ciò che annuncia.

Il Vangelo dice che subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente. Esiste un nodo che impedisce all’uomo di parlare: è il peccato, è la paura, è l’esperienza della morte che portiamo dentro. Noi vorremmo sciogliere questo nodo con le nostre forze, con i buoni propositi e con la volontà, ma spesso scopriamo di non esserne capaci. È Cristo che può scioglierlo. La sua morte e risurrezione spezzano il legame che ci tiene prigionieri.

Quando l’uomo ascolta finalmente che Dio lo ama gratuitamente, la sua lingua si scioglie. Può smettere di accusare gli altri e cominciare a benedire. Può riconoscere i propri peccati senza disperare, perché sa che esiste il perdono. Può chiedere scusa, ringraziare e parlare con verità. Può annunciare che Cristo lo ha incontrato e liberato. La parola nuova nasce dall’ascolto: prima si apre l’orecchio, poi si scioglie la lingua. Nessuno può annunciare veramente l’amore di Dio se prima non lo ha ascoltato e sperimentato nella propria vita.

Gesù ordina di non dirlo a nessuno, ma più egli lo proibisce, più essi lo proclamano. Chi ha visto un uomo liberato non riesce a tacere. La buona notizia non è una teoria: è un fatto che suscita stupore. La gente dice: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». Queste parole richiamano la creazione, quando Dio vide quanto aveva fatto ed ecco, era cosa molto buona. In Gesù Cristo comincia una nuova creazione. L’uomo ferito dal peccato viene ricreato; ciò che era chiuso si apre, ciò che era legato viene sciolto, ciò che sembrava perduto viene restaurato.

«Ha fatto bene ogni cosa». Forse tu, guardando la tua storia, non riesci a pronunciare queste parole. Vedi eventi che ti sembrano sbagliati, sofferenze senza senso e preghiere apparentemente rimaste senza risposta. Il Vangelo non ti chiede di chiamare bene ciò che è male. Ti annuncia che Cristo è capace di entrare anche nel male che hai sofferto e di farne un luogo di salvezza. La croce era un’ingiustizia, uno scandalo e una morte infamante; ma Dio l’ha trasformata nella porta della risurrezione.

Questa è la buona notizia per te: Gesù Cristo è vivo e si avvicina alla tua sordità. Ti prende in disparte, tocca le tue ferite e pronuncia su di te la sua parola: «Effatà!». Tu non sei condannato a rimanere chiuso. Il Signore può aprire il tuo cuore, può sciogliere il nodo della tua lingua e renderti capace di ascoltare, amare, perdonare e benedire.

Lasciati toccare da Cristo. Non nascondergli la tua sordità e non vergognarti della tua incapacità di parlare. Egli non viene per accusarti, ma per fare di te una creatura nuova. E allora anche tu, guardando ciò che il Signore avrà compiuto nella tua debolezza, potrai confessare con stupore: «Ha fatto bene ogni cosa».

*

Novus ordo

Coraggio, sono io, non abbiate paura!

Mt 14,22-33

di Eremita

Questo Vangelo ci mette davanti a una barca che si trova in mezzo al mare, lontana dalla terra e agitata dalle onde, perché il vento è contrario. Questa barca è la nostra vita. Anche noi siamo saliti su una barca pensando di poter raggiungere tranquillamente l’altra riva, ma a un certo momento abbiamo incontrato il vento contrario. Sono arrivati avvenimenti che non avevamo scelto: una malattia, una crisi familiare, una delusione, un fallimento, la solitudine, la paura del futuro, forse persino la morte di una persona cara. E allora ci siamo domandati: dov’è Dio? Perché mi ha lasciato entrare in questa tempesta? Perché non interviene?

Il Vangelo dice che è Gesù stesso a costringere i discepoli a salire sulla barca. Questo è importante: essi non si trovano nella tempesta perché hanno disobbedito, ma proprio perché hanno obbedito. Molte volte pensiamo che, se Dio ci ama, dovrebbe evitarci ogni sofferenza. Invece il Signore permette che attraversiamo il mare perché vuole condurci all’altra riva. Non vuole distruggerci, ma manifestarci chi siamo e, soprattutto, chi è lui.

Mentre i discepoli lottano contro il vento, Gesù è sul monte a pregare. Apparentemente è lontano, ma non li ha dimenticati. Anche quando non lo vediamo, Cristo intercede per noi. Tu puoi pensare che Dio ti abbia abbandonato, perché la notte è lunga e la barca sembra sul punto di affondare; eppure il Signore ti vede. Conosce la tua fatica, il tuo peccato, le tue paure e quelle lacrime che forse nessuno ha mai visto. Egli non è indifferente alla tua sofferenza.

Gesù giunge sul finire della notte. Non arriva quando i discepoli avrebbero voluto, ma nel momento stabilito da Dio. Arriva quando ormai le forze umane sembrano esaurite. E viene camminando proprio sopra ciò che li terrorizza. Il mare, nella Scrittura, rappresenta spesso il caos, il pericolo e la morte. Gesù cammina sul mare perché ha potere su tutto ciò che minaccia l’uomo. Quello che per te è un abisso, per Cristo è una strada. Quello che sembra destinato a sommergerti può diventare il luogo nel quale il Signore viene a incontrarti.

I discepoli, vedendolo, gridano: «È un fantasma!». La paura impedisce loro di riconoscere il Salvatore. Anche noi, molte volte, interpretiamo male gli avvenimenti. Vediamo un nemico là dove Dio sta preparando una salvezza. Consideriamo una disgrazia ciò attraverso cui il Signore vuole venirci incontro. La sofferenza ci può dare un’immagine falsa di Dio: pensiamo che sia un fantasma, qualcuno che ci spaventa, un giudice venuto a condannarci. Ma Gesù parla e dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Letteralmente, quel «sono io» richiama il nome stesso di Dio. È come se Cristo dicesse: «Io sono qui. Io sono il Signore. Non sei solo. La tua storia non è nelle mani del caso, del vento o della morte: è nelle mie mani».

Questa è la buona notizia: Dio è entrato nella nostra notte. Gesù Cristo ha preso su di sé il vento contrario del nostro peccato, è entrato nelle acque della morte ed è risorto vittorioso. Non è rimasto lontano sul monte, ma è disceso fino alla nostra condizione. Ha conosciuto il rifiuto, il tradimento, l’angoscia e la croce. È entrato nell’abisso affinché nessun uomo possa più dire: Dio non sa quello che sto vivendo. Cristo lo sa. È passato di lì e ha aperto una strada attraverso la morte.

Pietro allora dice: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Pietro non chiede semplicemente di compiere un prodigio. Chiede di poter andare verso Gesù. Ed è la parola di Cristo che rende possibile l’impossibile: «Vieni!». Finché Pietro si appoggia a quella parola, cammina sopra le acque. Non cammina perché è forte, perché possiede qualità straordinarie o perché non prova paura. Cammina perché Cristo lo ha chiamato. La fede non consiste nel sentirsi forti, ma nell’appoggiarsi alla parola di colui che ci chiama.

Anche a te il Signore dice: «Vieni!». Vieni fuori dalle tue sicurezze, dalle difese che hai costruito, dalla necessità di controllare ogni cosa. Vieni verso di me. Non guardare soltanto le acque, non misurare tutto partendo dalla tua debolezza. Se guardi esclusivamente te stesso, dirai: non posso cambiare, non posso perdonare, non posso ricominciare, non posso sopportare questa croce. Ed è vero: con le tue sole forze non puoi. Ma Cristo non ti chiede di camminare sulla base delle tue forze. Ti dona una parola e, insieme alla parola, ti offre la grazia per compierla.

Pietro, però, vede la violenza del vento, si spaventa e comincia ad affondare. Pietro non affonda perché il vento diventa improvvisamente forte: il vento era già forte prima. Affonda quando distoglie lo sguardo da Cristo e guarda soltanto al pericolo. Qui è rappresentata la nostra esperienza. Ascoltiamo la parola di Dio, iniziamo un cammino, desideriamo perdonare e confidare nel Signore; poi guardiamo le difficoltà, le nostre ferite e i nostri peccati e ricominciamo ad affondare.

Ma proprio nel momento in cui affonda, Pietro pronuncia una preghiera breve e autentica: «Signore, salvami!». Questa è la preghiera del povero. Non contiene ragionamenti né giustificazioni. Pietro non dice: Signore, io merito di essere salvato perché ho lasciato la barca. Grida semplicemente perché sta morendo. Forse anche tu oggi non riesci a fare lunghe preghiere. Forse puoi soltanto gridare: Signore, salvami! Salva il mio matrimonio, salva mio figlio, salvami dal peccato, dalla disperazione, dal rancore, dalla paura della morte. Questo grido è già una preghiera di fede.

Il Vangelo dice: «E subito Gesù tese la mano, lo afferrò». Subito. Prima ancora di rimproverarlo, lo salva. Questa è la misericordia di Dio. Il Signore non aspetta che Pietro impari a camminare perfettamente sulle acque. Non gli impartisce una lezione mentre sta annegando. Prima lo afferra, poi gli parla. Così Dio agisce con noi: non ci ama perché siamo già diventati buoni; ci salva mentre siamo peccatori. Cristo è morto per noi quando eravamo suoi nemici. La mano tesa di Gesù è l’immagine della sua Pasqua: il Figlio di Dio entra nella nostra morte, ci afferra e ci trae fuori dall’abisso.

«Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Gesù non vuole umiliare Pietro. Gli mostra il punto nel quale ha smesso di appoggiarsi a lui. La poca fede non significa non possedere sentimenti religiosi; significa dubitare dell’amore di Dio quando il vento è contrario. Quando tutto va bene è facile dire che Dio ci ama. La fede viene provata quando gli avvenimenti sembrano affermare il contrario. È allora che Cristo ci domanda: credi che io ti ami anche dentro questa storia? Credi che non ti abbandonerò? Credi che posso trarre la vita persino da ciò che oggi ti appare come una morte?

Gesù sale sulla barca e il vento cessa. Ma il miracolo più grande non è la cessazione del vento. Il vero miracolo è ciò che nasce nel cuore dei discepoli. Prima credevano di vedere un fantasma; ora si prostrano e confessano: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». La tempesta ha rivelato loro il volto di Cristo. Prima lo conoscevano come maestro e operatore di prodigi; adesso riconoscono in lui il Signore che domina il mare e salva dalla morte.

Forse il Signore sta permettendo una tempesta nella tua vita perché tu possa conoscerlo in una maniera nuova. Non soltanto per sentito dire, non soltanto perché qualcuno ti ha parlato di lui, ma perché tu possa sperimentare personalmente la sua mano che ti afferra. Il cristianesimo non è anzitutto uno sforzo per essere migliori. È l’annuncio di un avvenimento: Cristo è morto ed è risorto per te. È vivo, viene nella tua notte e ti dice: «Coraggio, sono io, non avere paura».

Non avere paura della tua debolezza. Non avere paura neppure se hai già cominciato ad affondare. Grida al Signore. Egli non si scandalizza della tua poca fede e non ritira la sua mano. Lasciati afferrare da Cristo. La morte non avrà l’ultima parola, il peccato non avrà l’ultima parola, il fallimento non avrà l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che viene verso di te sulle acque e apre, nel cuore stesso della tua notte, una strada verso l’altra riva.

 

 

Aldo Maria Valli:
Post Correlati