Opinione / Il pontificato di Leone e quel crescente malcontento di chi ha fame di Verità
di Carlo Foresti
Caro Valli,
basta scorrere per pochi minuti le sezioni dei commenti dei principali blog cattolici o osservare le discussioni che animano i social media per accorgersi di un fenomeno tanto evidente quanto silente: un diffuso, profondo e talvolta rabbioso malcontento nei confronti del regnante pontefice, Leone XIV.
Ad appena un anno dalla sua elezione, l’iniziale curiosità o l’ottimismo di facciata sembrano aver ceduto il passo, in larghi strati del laicato e del clero più attento, a un profondo sentimento di sconcerto e smarrimento. Non si tratta di semplici polemiche virtuali sollevate per raccogliere click. C’è qualcosa di molto più serio che sta scavando un solco tra la cattedra di Pietro e il popolo dei fedeli. Proviamo ad analizzare lucidamente le cause di questa frattura.
La prima e più rilevante causa del malcontento risiede nel crollo di una grande illusione.
All’indomani dell’elezione di papa Prevost, gran parte del mondo conservatore e tradizionalista aveva sperato in una decisa inversione di rotta rispetto al pontificato precedente, sognando una restaurazione della dignità papale. Questa speranza era stata alimentata da alcuni significativi cambi di stile: l’abbandono di Casa Santa Marta con il ritorno nei sacri palazzi, il ripristino delle vacanze estive a Castel Gandolfo, e persino dettagli formali come la consegna diretta del pallio ai metropoliti. Tuttavia, come molti commentatori hanno amaramente notato, si è trattato di una rivoluzione puramente estetica e di facciata. Dietro i gesti dal sapore antico, la sostanza del governo ecclesiale è rimasta immutata. Leone XIV ha confermato nei loro ruoli chiave figure fortemente contestate come il cardinale Fernández o il cardinale Zuppi, e non ha mostrato alcuna reale volontà di arginare derive dottrinali dirompenti, come il controverso cammino sinodale tedesco. Il dissenso nasce proprio da qui: i fedeli avvertono l’incoerenza di un papato che riveste i panni della Tradizione ma continua a tollerare, nei fatti, lo smantellamento della dottrina.
Se la continuità amministrativa sconcerta, sono i gesti concreti e le omissioni di Leone XIV a incendiare i commenti dei fedeli. La rete non ha perdonato al pontefice alcune uscite pubbliche e diplomatiche percepite come veri e propri sdoganamenti dell’errore. Il caso più eclatante è stato il messaggio ufficiale inviato lo scorso marzo a Sarah Mullally, neo-insediata come primate della Chiesa Anglicana a Canterbury. Rivolgersi a una donna chiamandola “reverendissima” in un ruolo episcopale – in aperto contrasto con il magistero definitivo di “Ordinatio sacerdotalis” – e mostrare tale deferenza verso una figura pubblicamente favorevole all’aborto e alle unioni omosessuali, ha generato uno sdegno immenso. Molti commentatori hanno parlato apertamente di tradimento della missione petrina e di una progressiva “protestantizzazione” della Chiesa. A questo si aggiungono stravaganze liturgico-pastorali che lasciano interdetti, come la bizzarra benedizione di un blocco di ghiaccio o il mancato intervento di fronte alla decisione di premiare politici abortisti. Quando il papa sceglie il silenzio o decide di ritirarsi a Castel Gandolfo mentre a Roma sfilano eventi ambigui e apertamente distanti dalla morale cattolica, i fedeli avvertono un senso di abbandono pastorale e di orfanizzazione (mi si passi il termine).
C’è poi una causa di natura più sociologica e comunicativa. Leone XIV si è presentato fin dall’inizio come un pontefice “di mezzo”, un moderato che tenta di costruire ponti tra le opposte fazioni. Il suo stesso motto papale, In Illo uno unum (“Nell’Uno, siamo uno”), esprime questa volontà di conciliazione. Ma in un’epoca di estrema polarizzazione, la posizione centrista rischia di scontentare tutti. Per i progressisti, Leone XIV è un nostalgico del passato che frena sulle riforme necessarie (donne prete, celibato, morale sessuale); per i tradizionalisti, egli è un continuatore mascherato del modernismo che non ha il coraggio di difendere la Verità oggettiva. Nel tentativo di non scontentare nessuno, il Papa finisce per apparire ambiguo o persino indifferente ai destini della Fede.
Infine, la ferita liturgica aperta da “Traditionis custodes” continua a sanguinare. Molti speravano che Leone XIV avrebbe revocato le restrizioni di Francesco, restituendo piena libertà alla messa antica. Il suo silenzio e la sua discrezione su questo tema, uniti al muro contro muro con la Fraternità San Pio X – spinta ormai verso la rottura definitiva con la proclamata scomunica per le nuove consacrazioni episcopali – esasperano gli animi. I fedeli legati al rito antico si sentono trattati come reietti ed esiliati da una gerarchia che si dice inclusiva con tutti, tranne che con i propri figli più fedeli.
In conclusione, caro Valli, il malcontento che trabocca dai blog non è il capriccio di pochi fanatici dell’opposizione antiromana. È il grido di dolore di un popolo che chiede pane dottrinale e riceve pietre burocratiche o compromessi diplomatici.
Finché la gerarchia si illuderà di poter sanare questa crisi profonda con aggiustamenti stilistici o formule politiche “di mezzo”, la rete continuerà a ribollire, testimoniando che la fame di Verità dei fedeli non può essere sedata con il silenzio.



