“Perché odio la vecchia messa in latino: una confessione”. Si intitola così un articolo di Thomas Reese nel quale il gesuita americano, già editorialista del “National Catholic Reporter” e caporedattore di “America” (la rivista dei gesuiti statunitensi), sostiene che la messa tradizionale “è come uno zombie”. Infatti, “quando siamo passati dal latino all’inglese, nel 1964, pensavamo fosse morta, e invece continua a tornare. Pensavamo che sarebbe scomparsa o che la gente si sarebbe accontentata di andare a una versione latina della nuova liturgia. Non è stato così”.
Il gesuita precisa, bontà sua, che non odia i fedeli che vanno alla vecchia messa, anche perché molte di loro sono brave persone, persino pie. Tuttavia, ritiene che “con una catechesi migliore apprezzerebbero la nuova liturgia”.
Nell’articolo, che il gesuita scrive nella forma di un dialogo con un confessore, Reese, nato nel 1945, ricorda che è cresciuto con la messa tradizionale e gli piaceva molto. “Alle elementari e fino al liceo andavo a messa tutti i giorni. Quando entrai in noviziato, nel 1962, la messa era in latino e pensavo che sarebbe stata in latino per il resto della mia vita. Anche se non ero bravo con le lingue, riuscivo a seguirla sul mio messale, che aveva la versione in latino su un lato della pagina e l’inglese sull’altro. E così, dopo anni di liceo e seminario, persino io riuscivo a seguirla”.
“Il nostro noviziato gesuita – ricorda ancora Reese – era molto tradizionale e dava grande importanza all’obbedienza” Così, quando la Chiesa disse che la messa doveva essere nella lingua volgare, “noi ci adeguammo e la celebrammo nel modo nuovo senza fare domande”. Ed ecco un altro motivo per cui Reese ha problemi con i tradizionalisti, i quali, a suo giudizio, se davvero volessero essere tali “dovrebbero essere obbedienti al Concilio e ai papi che hanno promosso la liturgia in lingua volgare, perché l’obbedienza era la virtù più importante nella Chiesa antica”.
“Una volta che mi abituai alla nuova liturgia – prosegue Reese – io l’adorai. Le letture bibliche finalmente erano in inglese, e abbiamo avuto una maggiore varietà di letture con il ciclo triennale la domenica e il ciclo biennale durante la settimana. Anche le nuove preghiere eucaristiche sono meravigliose, sebbene mi irriti quando i sacerdoti le recitano di corsa, come se avessero fretta di finire la messa. A volte i canti di apertura e di chiusura sono più lunghi della preghiera eucaristica stessa”.
Reese, secondo il quale “la nostra tradizione è fatta per cambiare”, entra poi negli aspetti più teologici. “Prima del Concilio Vaticano II, vedevo la messa come un rinnovamento del sacrificio di Gesù. Il nostro ruolo era quello di accettare la redenzione che deriva da questo sacrificio e unire le nostre vite alla sua offerta. Continuo a crederci, ma la mia comprensione si è arricchita riconoscendo le radici della preghiera eucaristica nella preghiera ebraica della Pasqua. Entrambe le preghiere sono rivolte al Padre. Nell’Eucaristia non preghiamo Gesù, preghiamo con Gesù. Come gli ebrei, ricordiamo le azioni di Dio nel mondo. Lo ringraziamo e lo lodiamo per la creazione e per le sue azioni a favore del suo popolo. Lo ringraziamo in modo particolare per aver mandato Gesù. Ricordiamo la sua vita, la sua morte, la sua risurrezione e l’invio dello Spirito Santo. In passato abbiamo in gran parte ignorato lo Spirito, ma egli è fondamentale per la nostra trasformazione in discepoli di Cristo. Ricevendo la Comunione, diventiamo il corpo di Cristo, continuando la sua missione nel mondo di oggi”.
A sorpresa, Reese confessa di essere un po’ invidioso dei tradizionalisti che promuovono la messa tridentina: “Sono così ben organizzati che, pur essendo pochi, riescono ad attirare un’enorme attenzione da parte dei vescovi e dei media. Invece, coloro tra noi che desiderano ulteriori riforme nella liturgia vengono ignorati. Non riusciamo ad attirare l’attenzione di nessuno”.
E quali altre riforme vorrebbe? “Innanzitutto, una migliore traduzione in inglese. Esiste un’ottima traduzione realizzata nel 1998 dalla Commissione internazionale sull’inglese nella liturgia. Fu approvata dalle conferenze episcopali anglofone di tutto il mondo, ma respinta dal cardinale Joseph Ratzinger, che desiderava una traduzione più letterale. Mi fa ancora infuriare che un madrelingua tedesco abbia potuto dire agli anglofoni come pregare nella loro lingua”.
A Reese va riconosciuta chiarezza e sincerità. Non si nasconde dietro fumisterie moderniste e lascia capire non solo come molti della sua generazione vissero il cambiamento e continuano a viverlo, ma anche perché sono totalmente incapaci di leggere il desiderio di tradizione che sale di nuovo tra i fedeli.
Un rito che ha nutrito i cattolici per secoli e secoli, ha formato innumerevoli santi ed è stato celebrato da quasi tutti i santi che lo stesso Reese probabilmente invoca, per lui è solo un cadavere che si rifiuta di restare sepolto. Ma come si spiega allora che di nuovo attragga i cattolici, fra i quali tanti giovani? Per Reese a quanto pare è solo una questione di promozione sui social. Niente a che fare con la bellezza liturgica e la profondità teologica. Come al solito, quando la realtà contraddice un progressista, è la realtà che deve farsi da parte.
Quanto all’obbedienza, Reese opera, quanto meno, una semplificazione. La Chiesa, infatti, non disse mai che fosse necessario passare al volgare cancellando il passato. Nella “Sacrosanctum Concilium” dichiarò piuttosto che “l’uso della lingua latina deve essere conservato nei riti latini” e chiese ai pastori di assicurarsi che i fedeli potessero cantare o recitare le loro parti in latino.
Ma già, i gesuiti devono vivere nell’obbedienza “perinde ac si cadaver essent“. Il che rende quanto meno curioso che proprio un gesuita per dipingere il rito tradizionale usi l’immagine degli zombie. Verrebbe da chiedersi: chi sono i veri zombie?