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In morte di Enzo Bianchi

di Aldo Maria Valli

Negli anni in cui sono stato vaticanista per la Rai, al Tg3 e al Tg1, ho avuto modo di conoscere e frequentare Enzo Bianchi, sia al monastero di Bose sia in occasione di incontri pubblici. Conservo il ricordo di una persona accogliente, curiosa, sempre disposta a interrogarsi. Conversare con lui era piacevole e di certo non ci si annoiava. Le sue considerazioni non erano mai banali. A dispetto di una formazione non classica (si era diplomato in ragioneria e non aveva concluso gli studi universitari in economia) era in grado di affrontare temi filosofici e teologici con una certa maestria. Aveva facilità di scrittura sia sul passo breve dell’articolo di giornale sia nella saggistica. Ammetto di essere rimasto affascinato dalla sua figura, salvo poi rendermi conto della distanza delle nostre posizioni quando ho incominciato a riconoscere in me un modernista inconsapevole e, di conseguenza, ho riscoperto la Tradizione.

Con don Nicola Bux nel 2022 ho dedicato a Enzo Bianchi il libro “Il cambio della guardia”, in cui ho riassunto lo scontro interno al monastero di Bose, l’intervento del Vaticano e le vicissitudini alle quali Bianchi è andato incontro nell’ultima parte della vita.

Credo che la vicenda di Enzo Bianchi sia paradigmatica della Chiesa post Concilio Vaticano II, con tutte le sue deviazioni, ambiguità e contraddizioni, sullo sfondo del plauso quasi unanime della cultura laicista.

Il libro scritto con don Bux si conclude con una mia lettera a Bianchi nella quale non solo confermo l’amicizia, ma mi azzardo a dire che forse, dopo la mia “conversione” verso il tradizionalismo, è diventata ancora più vera. È quanto mi sento di poter dire anche adesso.

Qualche anno fa in un articolo Bianchi scrisse che papa Francesco nella Chiesa è stato “segno di contraddizione” e giustificò i cattolici tradizionalisti, aggiungendo di conoscerli personalmente e apprezzarli. “Come non riconoscere anche per loro un posto nella Chiesa?” si domandava in quel testo. Una posizione che gli fa onore.

Ultimamente il suo pensiero andava spesso alla morte. Una volta lo trovai in vena di confessioni e dopo avermi detto “Credi che se fossi stato alto e bello avrei fatto il monaco?” aggiunse a sorpresa: “Sai, Aldo, io con questa faccenda della morte non ho fatto pace. Ne ho paura”. Poi cambiò discorso e si mise a parlare di qualche piatto che lui, abile cuoco, aveva in mente di preparare.

In un articolo del 2019 scriveva: “Quali sono le ragioni per cui ci diciamo cristiani e viviamo? Crediamo veramente che la morte non sia l’ultima parola su ciascuno di noi?”. Penso che rivolgesse questa domanda prima di tutto a sé stesso.

Qualche anno dopo pubblicò un libro, “Cosa c’è di là”, nel quale tornava a interrogarsi. E spiegava: “Noi conosciamo il di qua e vediamo che ha un limite ineludibile. Speriamo che un aldilà ci sia, ma credo che l’aldilà dobbiamo renderlo presente già nel qui e ora. Già qui e ora ci sono elementi di eternità. Ciò che non è ancora c’è già adesso”.

Caro Enzo, prego per la tua anima.

Aldo Maria Valli:
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