Chiesa in uscita (di testa) / 27

Leone XIV ha promosso monsignor Ferenc Palánki, già vescovo di Debrecen-Nyíregyháza, ad arcivescovo metropolita di Kalocsa-Kecskemét, in Ungheria.

Se non sapete pronunciare questi nomi, non preoccupatevi, l’ungherese è notoriamente ostico. E se non avete mai sentito nominare il suddetto monsignore, non datevi pena.

Riassumo: Palánki presiede la Commissione dottrinale dei vescovi ungheresi. E, dall’alto della sua dottrina, sostiene: «Non prego mai che i riformati diventino cattolici, ma piuttosto che siano buoni cristiani riformati».

Occorre sapere che il monsignore è molto impegnato nel dialogo ecumenico, che è uno dei dogmi della chiesa antidogmatica. In quanto esperto di ecumenismo, si batte per l’unità dei cristiani (cattolici, riformati, luterani, battisti, ortodossi, metodisti) e la sua strategia è molto semplice: svuotare la dottrina cattolica di tutto ciò che è cattolico. Ecco perché non ricorda mai che un cristiano riformato, in quanto tale, rifiuta verità che un arcivescovo cattolico deve insegnare. Per lui l’unità visibile della Chiesa sotto Pietro, il carattere sacrificale della santa messa, il sacerdozio ministeriale e l’autorità della Chiesa sul deposito della fede sono accidenti del tutto collaterali, da nascondere quanto più possibile.

Una ventina d’anni fa la Congregazione per la dottrina della Fede mise in guardia contro l’idea, diffusa tra gli ecumenisti di professione, che i cattolici debbano aiutare gli altri non a convertirsi al cattolicesimo ma a diventare più fedeli alle loro religioni. E fece bene: altrimenti, perché mai la Chiesa sarebbe missionaria? Ancora prima, Pio XI disse chiaramente che l’unità dei cristiani si realizza in un modo solo: attraverso il ritorno dei separati all’unica vera Chiesa.

Ma monsignor Palánki ha preferito capovolgere il motivo della missione. Lui prega perché un cristiano separato perseveri nella separazione.

E puntualmente è stato promosso. Avanti così.

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