di Maurizio d’Orlando
Non sono un teologo. La mia formazione è statistico-economica ed econometrica. Non intendo quindi giudicare il Concilio Vaticano II attraverso una disputa fra scuole teologiche. Mi limito a fare ciò che si fa quando si deve valutare qualsiasi grande riforma: confronto il punto di partenza con quello di arrivo.
Il Concilio si concluse l’8 dicembre 1965. Sono trascorsi sessant’anni. Il tempo delle previsioni è finito. Possiamo guardare i risultati.
Intorno al 1965 quasi il 99 per cento degli italiani si dichiarava cattolico. Più del 98 per cento dei matrimoni era celebrato in chiesa. Nel 1965 nacquero 1.017.944 bambini; il numero medio di figli per donna era 2,66, ampiamente superiore al livello necessario per assicurare la continuità delle generazioni. I morti furono circa 517.000: le nascite li superarono di mezzo milione.
Gli stranieri residenti erano statisticamente quasi inesistenti: 62.780 al censimento del 1961 e 121.116 in quello del 1971. Al centro dei due censimenti, nell’anno in cui terminava il Vaticano II, si trattava dunque di circa una persona ogni cinquecento.
Quella era l’Italia consegnata al dopo-Concilio.
Sessant’anni dopo, nel 2025, sono nati soltanto 355 mila bambini e ne sono morte 652 mila persone. La fecondità è precipitata a 1,14 figli per donna. Il saldo naturale è stato negativo per circa 296 mila abitanti.
Nello stesso anno il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per 296 mila persone.
Meno 296 mila per movimento naturale. Più 296 mila per movimento migratorio.
La corrispondenza è quasi perfetta. Gli italiani che non nascono vengono sostituiti da persone provenienti dall’estero.
Non è un’espressione inventata dalla cosiddetta destra estrema. Nel 2000 la Divisione popolazione delle Nazioni Unite pubblicò uno studio intitolato «Replacement Migration: Is It a Solution to Declining and Ageing Populations?»: «Migrazione sostitutiva: è una soluzione alla diminuzione e all’invecchiamento della popolazione?». L’espressione indica precisamente l’immigrazione necessaria a compensare una popolazione che diminuisce e invecchia.
All’inizio del 2026 gli stranieri residenti in Italia erano 5.560.000, pari al 9,4 per cento degli abitanti. A essi si aggiungono quanti hanno già ottenuto la cittadinanza italiana e i loro discendenti.
La grande maggioranza di questa popolazione non è cattolica. Secondo le stime della Fondazione ISMU, all’inizio del 2025, su oltre cinque milioni di stranieri residenti, i cattolici erano circa 900 mila. I musulmani avevano raggiunto 1,7 milioni; gli ortodossi superavano il milione e mezzo. Più di quattro stranieri su cinque appartenevano dunque ad altre confessioni o non professavano alcuna religione.
Non è un giudizio sul valore delle persone. È un dato sulla trasformazione dell’Italia.
Una Chiesa che non trasmette più
Nello stesso arco di tempo è crollata la continuità religiosa.
Oggi non si dichiara cattolico neppure un italiano su tre? No: un’indagine del 2023 colloca ancora l’appartenenza dichiarata intorno al 61 per cento. Ma frequenta settimanalmente un luogo di culto soltanto il 17,9 per cento della popolazione.
Il dato decisivo riguarda i figli. Nel 1995 partecipava ogni settimana al culto il 70,3 per cento dei bambini fra sei e tredici anni. Nel 2023 soltanto il 32,4 per cento. Fra i giovani adulti non si arriva a uno su dieci.
Nel 2024 appena il 38,7 per cento dei matrimoni è stato religioso. Nel 1965 lo era più del 98 per cento.
Fra il 2000 e il 2024 i battesimi sono diminuiti del 64,6 per cento, mentre le nascite sono scese del 31,9. Non è dunque soltanto la denatalità a ridurre i battesimi: i bambini diminuiscono, ma la trasmissione della fede diminuisce due volte più rapidamente.
I seminaristi erano 6337 nel 1970. Nel 2019 ne rimanevano 2103. Le ordinazioni sacerdotali sono passate da 527 nel 2000 a 279 nel 2024.
Non è caduto un solo indicatore. Sono caduti insieme appartenenza, pratica, matrimoni religiosi, battesimi, vocazioni e ordinazioni.
Una coincidenza lunga sessant’anni
Si obietterà: post hoc non est propter hoc. Il fatto che qualcosa avvenga dopo qualcos’altro non dimostra che ne sia la conseguenza.
È vero. Ma nemmeno dimostra il contrario.
Quando una grande riforma pastorale è seguita dal peggioramento concorde di tutti gli indicatori che avrebbero dovuto misurarne il successo, non è razionale proclamare che fra i due fatti non possa esistere alcun rapporto. La successione cronologica non basta a provare la causalità; basta però a imporre la domanda.
E la domanda diventa inevitabile quando il Concilio viene presentato come la risposta della Chiesa alla modernità. Non si può attribuire alla modernità il fallimento della riforma e, contemporaneamente, celebrare come provvidenziale la riforma concepita per affrontarla.
Forse la società italiana si sarebbe scristianizzata comunque. Forse la natalità sarebbe crollata ugualmente. Forse la famiglia si sarebbe dissolta con la stessa rapidità e la popolazione mancante sarebbe stata sostituita dalla medesima immigrazione.
Ma anche queste sono ipotesi. I fatti osservabili sono altri.
Nel 1965 l’Italia era una nazione quasi interamente cattolica, celebrava in chiesa quasi tutti i matrimoni, generava più di un milione di figli l’anno e assicurava largamente la propria continuità demografica.
Nel 2025 la pratica religiosa è minoritaria, i matrimoni cattolici sono meno di quattro su dieci, la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna e il saldo naturale negativo viene quasi esattamente compensato dal saldo migratorio. La popolazione che subentra è, in larga maggioranza, non cattolica.
Qual è la probabilità che tutto questo sia soltanto casuale? Non esiste una formula onesta capace di calcolarla. Ma occorre molta più fede per credere alla coincidenza che per riconoscere almeno una relazione.
Dopo sessant’anni non basta ripetere che il Concilio deve ancora essere compreso, attuato o portato a compimento. Sessant’anni sono più di due generazioni. Il tempo della sperimentazione è terminato. È arrivato il tempo del rendiconto.
I numeri non pronunciano sentenze teologiche. Ma registrano i risultati.
E il Vangelo ci ha lasciato un criterio che anche uno statistico può comprendere: «Dai loro frutti li riconoscerete».
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