Una lettera sul papa all’Eliseo. E la risposta di “Duc in altum”

di Pietro Piciocchi

Gentile Valli,

ho letto il commento di monsignor Viganò, che lei ha pubblicato, alle parole del Santo Padre a Parigi, nel discorso pronunciato al Palazzo dell’Eliseo.

Secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe “aprire a ogni culto” ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.

Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi ottocentomila persone partecipare devote alla santa messa, allo stadio Saint Denis ottantamila giovani cantare in latino il “Salve Regina”, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell’Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano davanti e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia a uno sciagurato presidente che ha voluto inserire il diritto all’aborto in Costituzione.

Io non possiedo certo la cultura di monsignor Viganò, ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso, negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.

Il Santo Padre deve annunciare Cristo all’uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.

Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell’uomo, nonostante le nostre insufficienze.

È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.

*

Gentile Piciocchi,

sarei curioso di sapere che cosa avrebbero pensato del discorso di Leone XIV le sedici suore carmelitane che il 17 luglio 1794 furono condotte per le strade di Parigi e poi alla ghigliottina. Undici monache, due converse, due suore esterne e una novizia, guidate dalla priora madre Teresa di Sant’Agostino, furono mandate a morte con l’accusa di complotto contro la Repubblica per aver rifiutato di rinunciare ai propri voti religiosi dopo la messa al bando della vita monastica. Durante il tragitto verso l’attuale Place de la Nation non mostrarono segni di disperazione né lanciarono maledizioni. Cantarono salmi e inni religiosi (tra cui il “Veni Creator”) e offrirono la propria vita così, per fedeltà alla Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo. Sì, il loro crimine fu la fedeltà alla vocazione religiosa, rivendicata anche dopo l’espulsione dal monastero.

E come avrebbero preso il discorso di Leone tutti gli altri martiri cattolici della Rivoluzione francese, sacerdoti, religiosi e laici uccisi tra il 1789 e il 1799 per essersi rifiutati di giurare fedeltà allo Stato e aver testimoniato fino all’ultimo la fede? Uomini, donne, persino bambini: perseguitati, infamati, uccisi. Pensiamo ai martiri dei massacri del settembre 1792: 191 ecclesiastici (tra cui vescovi e gesuiti) incarcerati e trucidati a Parigi. Pensiamo ai martiri di Angers: novantanove tra sacerdoti e laici, contadine, artigiani, nobili.

Nel suo discorso all’Eliseo, il papa ha di fatto elogiato il motto rivoluzionario francese, libertà, uguaglianza e fraternità, dichiarando che i suoi principi trovano ispirazione e compimento nel Vangelo. Ed ha attribuito all’Illuminismo francese importanti progressi in materia di diritti umani, in particolare per quanto riguarda la libertà religiosa.

Ora, con tutto il rispetto per Prevost, io quando leggo le targhe e le iscrizioni che inneggiano a Liberté, Egalité e Fraternité vedo che rivoli di sangue sgorgano da quelle parole e scivolano sulle pietre della Ville Lumière.

Non parto da un pregiudizio, non mi sento mosso da fanatismo. Lascio parlare la Storia. Le autorità rivoluzionarie francesi che perseguitarono la Chiesa confiscarono i beni ecclesiastici, soppressero le comunità religiose, pretesero di subordinare la vita religiosa ai dettami dello Stato ateo e perseguitarono tutti coloro che rifiutarono di sottomettersi. Questi sono fatti.

Ed ecco che a due secoli e mezzo di distanza un uomo che rivendica il titolo di successore di Pietro va a Parigi e di fronte alle autorità elogia il motto nazionale da cui gronda il sangue dei cattolici.

Lei, caro avvocato Piciocchi, non avverte in tutto ciò una nota un tantino stridente?

Capisco le ragioni della diplomazia, ma almeno rievocare il contesto storico sarebbe stato, se non altro, un segno di onestà e di rispetto per i martiri.

Il papa Pio VI, che si trovò ad affrontare l’orrore mentre la Rivoluzione era in corso, nel “Quod aliquantum” (10 marzo 1791) condannò la Costituzione civile del clero e contestò la concezione di libertà e uguaglianza dell’Assemblea rivoluzionaria. In particolare, respinse il presunto diritto naturale alla libertà illimitata di opinione ed espressione religiosa, perché, sulla scorta dell’insegnamento della Chiesa, riteneva tale concezione di libertà incompatibile sia con gli obblighi dell’uomo verso Dio sia con l’autorità della Chiesa.

Dinnanzi a uno Stato totalitario, Pio VI disse no. Disse che lo Stato non può arrogarsi il diritto di stabilire condizioni e limiti della vita religiosa, fino alla pretesa di nominare vescovi e sacerdoti, fino a richiedere al clero di giurare fedeltà alla Repubblica.

Un altro papa, Leone XIII, in seguito affrontò la questione nella “Immortale Dei” criticando le teorie politiche che individuano la fonte ultima dell’autorità nel popolo, escludendo gli obblighi dei singoli e delle comunità verso Dio. E respinse decisamente l’affermazione secondo cui lo Stato deve considerare ogni religione ugualmente vera e ugualmente meritevole di approvazione.

Papi come Pio VI e Leone XIII si appellarono ai diritti di Dio e alla retta ragione. Leone XIV invece, pur facendo riferimento all’eredità cristiana della Francia, ha usato lo stesso vocabolario della Rivoluzione e non ha posto neppure una timida domanda. Davvero l’Illuminismo ha contribuito e continua a contribuire alla civiltà? Davvero ha promosso i “diritti umani” così come sono concepiti dalla Chiesa cattolica?

La persecuzione della Chiesa durante la Rivoluzione è scomparsa dalla narrazione di Leone XIV, e qui, me lo lasci dire, siamo di fronte a un atto grave di omissione.

Certo, sarebbe stato di cattivo gusto, davanti al governo francese, dedicare l’intero discorso alle persecuzioni anticattoliche del XVIII secolo, ma scegliere di lodare il contributo dell’Illuminismo alla libertà religiosa e di interpretare il motto rivoluzionario come se fosse in linea con il Vangelo è qualcosa a cui il papa non era obbligato.

A Parigi, dinnanzi alle autorità, non è possibile, per un cattolico degno di questo nome, non affrontare la questione della sovranità politica in rapporto all’autorità religiosa.

Sarebbe bastato accennare al fatto che la libertà dal peccato, l’uguaglianza davanti a Dio e la fratellanza in Cristo sono ben diverse dalla libertà, dall’eguaglianza e dalla fraternità a cui si ispira la Rivoluzione. Ma il papa ha taciuto.

In questo modo, la condanna delle minacce alla vita umana non ancora nata e vulnerabile, la difesa dell’educazione cattolica e la critica al secolarismo sembrano affermazioni costruite sulla sabbia.

Nello stesso giorno del discorso all’Eliseo, il papa ha visitato Notre-Dame e ha venerato la Corona di Spine, reliquia che ci rimanda alla regalità di Gesù Cristo. Ma con quale coerenza ha reso omaggio a Gesù Cristo re dell’universo dopo aver reso parimenti omaggio alla Rivoluzione?

Non è un caso che la nuova Chiesa sinodale non affronti mai il tema della regalità sociale di Nostro Signore.

Caro Piciocchi, nel ringraziarla per avermi scritto e per la sua cortesia, le chiedo: com’è possibile appellarsi all’unità nella Chiesa prescindendo dalla verità?

La invito umilmente a riflettere sul fatto che il mio non è un “arroccarsi su posizioni preconcette”. È solo avere a cuore la Chiesa e la fede, e non accettare di svendere il tesoro più prezioso in cambio dell’applauso del mondo.

A.M.V.

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