Salò. Quei frati che se ne vanno e la triste parabola della vita religiosa
di Carlo Foresti
Caro Valli,
per chi come me vive e lavora a Salò, la notizia della definitiva chiusura del monastero dei padri cappuccini di Barbarano non rappresenta soltanto un fatto di cronaca locale.
Dopo oltre quattro secoli di ininterrotta presenza spirituale e caritativa, le porte di quel complesso adagiato sulle rive del Garda si chiuderanno per sempre.
Salò è da sempre legata a doppio filo a questi religiosi dal saio ruvido e dalla barba austera.
Per quattrocento anni, infatti, il convento di Barbarano non è stato un semplice elemento del paesaggio, ma una rocca di preghiera, un porto sicuro e una sorgente ininterrotta di Grazia per generazioni di fedeli in cerca di consiglio, di conforto e di perdono sacramentale.
Il debito di gratitudine che la nostra comunità nutre verso i cappuccini affonda le sue radici nei momenti più bui della nostra storia.
Durante la terribile epidemia di peste del 1630, quando il contagio seminava il terrore e la morte in tutta l’Italia settentrionale, Salò visse ore drammatiche. In quel frangente spaventoso, mentre molti si davano alla fuga, furono proprio i cappuccini del nostro convento ad accorrere spontaneamente, assumendo la cura spirituale e materiale degli appestati.
Con un’abnegazione totale, i frati rifornirono di infermieri e coordinatori i luoghi di contrazione del morbo, erigendosi a scudo della città. Grazie alla loro disciplina, alle loro severe norme di contenimento e soprattutto alla loro incessante intercessione e assistenza spirituale, Salò fu prodigiosamente preservata dal dissolvimento totale che devastò altri centri vicini, riportando ferite assai meno letali del previsto e tributando ai religiosi un’imperitura venerazione.
Ciò che accadde a Salò nel 1630 fu in tutto e per tutto identico alla sublime epopea immortalata da Alessandro Manzoni nei “Promessi sposi”. Descrivendo l’eroismo dei cappuccini nel lazzaretto di Milano, il grande scrittore ricordava come quei frati si sacrificassero sul campo, morendo letteralmente come mosche pur di non abbandonare il proprio gregge:
«I cappuccini, che l’avevano in custodia, vi prestavano l’opere di medici, di chirurghi, di dispensieri, di cuochi, di lavandai, di tutto… Più di sessanta uffiziali ecclesiastici di quel solo ordine morirono nel lazzaretto… La carità, e non altra virtù terrena, poteva animare tanti uomini a sacrificare la vita nell’esercizio d’un ministero così orrendo».
I cappuccini di Salò morivano allo stesso modo, a decine, consumati dalla peste e dalla fatica, spinti non da un vago filantropismo terreno, ma dalla carità di Cristo e dall’assoluta certezza che la salvezza eterna di un’unica anima valesse più della propria vita corporale.
Raffrontare quel passato glorioso di martirio con il declino degli ultimi decenni lascia un senso di profonda amarezza.
Negli ultimi anni, purtroppo, anche la comunità di Barbarano ha mostrato i sintomi indubitabili di un progressivo e malinconico deperimento spirituale. Quelle rare volte in cui mi è capitato di salire al convento, la sensazione di uno sfilacciamento interiore era evidente. Si incontravano talvolta frati vestiti in modo palesemente trasandato, privi di quel decoro e di quel rispetto per l’abito che è anzitutto riverenza verso la propria consacrazione.
Ma ciò che feriva maggiormente – forse si trattava soltanto di una mia sensazione – era l’impressione che si avvertiva nel ministero della Riconciliazione: la percezione che scendessero ad ascoltare le confessioni con un malcelato fastidio, come se l’amministrazione del Sacramento fosse diventata per loro un fardello insopportabile, quasi una condanna a stare sul letto di Procuste.
Sarebbe tuttavia miope e ingiusto ridurre questa vicenda a una critica moralistica rivolta ai singoli religiosi.
Il dramma di Barbarano di Salò non è un caso isolato, ma l’epilogo locale e visibile di una catastrofe ben più vasta: il fallimento sistematico della vita religiosa all’indomani del Concilio Vaticano II.
Per oltre mezzo secolo ci è stata raccontata la narrazione consolatoria della “primavera conciliare”, di un “aggiornamento” che avrebbe dovuto spalancare le porte degli ordini religiosi a un’esplosione di fervore e di vocazioni.
I fatti, con spietata lucidità, hanno dimostrato l’esatto contrario.
L’adeguamento allo spirito del secolo ha prodotto una vera e propria eutanasia del mondo religioso. Quando gli ordini hanno abbandonato i loro carismi fondativi – la penitenza, la contemplazione, il silenzio, il rigore della regola e la centralità dell’Adorazione Eucaristica – per inseguire il sociologismo da salotto, il pauperismo di maniera e un vago orizzontalismo umanitario, hanno reciso le radici stesse che alimentavano la loro linfa vitale.
Se la Confessione cessa di essere percepita come il tribunale della Misericordia divina in cui si strappano le anime all’inferno e si restituisce la Grazia, è del tutto logico che il confessionale diventi per il sacerdote un noioso fardello da sbrigare con fastidio. Se la vita consacrata si spoglia della sua carica escatologica e trascendente per conformarsi alle mode del mondo, perde ogni attrattiva: i giovani non cercano una brutta copia dell’attivismo laico, ma la radicalità dell’Assoluto. Diluendo la propria identità per piacere al mondo, gli ordini religiosi si sono resi irrilevanti sia per il Cielo che per la terra.
La chiusura del monastero di Barbarano di Salò è l’ennesima lapide posta su un’illusione ideologica.
Mentre i vertici ecclesiastici continuano a celebrare i trionfi della “sinodalità” e della “Chiesa in uscita”, le luci dei conventi storici si spengono una ad una. A noi fedeli di Salò, custodi della memoria di quei frati che nel 1630 diedero la vita per i nostri padri, non resta che guardare con dolore a quelle mura silenziose, pregando il Padrone della messe affinché susciti nuovamente operai che abbiano il coraggio, il saio e il cuore dei padri di un tempo.
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Foto da giornaledibrescia.it



