Cronache dalla grotta / Antigone e la cripta ferrata

di Rita Bettaglio

Πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀν-

θρώπου δεινότερον πέλει·

Polla deinà koudèn antrópou deinóteron pélei.

Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo.

Così canta il coro del primo stasimo dell’Antigone di Sofocle.

L’uomo è deinòs, termine ambivalente che ben si adatta a lui: terribile e mirabile insieme, l’uomo è capace di bene e di male.

La cavernicola, forse in isconto del suo confessato vagolare qua e là col pensiero e con la fantasia, è stata bloccata nel suo giaciglio da un ginocchio malandrino che ha deciso unilateralmente di dare forfait. Il marrano ha trovato sponda alla sua ribelle scostumatezza in un allievo d’Ippocrate che ha sentenziato: riposo assoluto. Ecco cosa capita alle povere cavernicole quando vengono messe in minoranza dall’apparato muscoloscheletrico e dai suoi seguaci!

Sicché altro non l’è restato che cedere al rio che si rifiutava di sorreggerla.

Nell’immobilità forzata, però, non si è data per vinta e si è data alla lettura e allo studio.

Nella grotta, quindi, si è introdotta Antigone, colei che rappresenta le ragioni della pietà verso il fratello Polinice, insepolto per volere del sovrano e, perciò, impedito nell’accesso all’Ade. La insegue Creonte, il sovrano severo che applica duramente la legge. Voce della coscienza è il coro del primo stasimo che canta la mirabile ambiguità dell’uomo, capace di tanto bene ma anche di tanto male. L’uomo capace di dominare la natura e il creato, di parlare, di pensare, di stabilire la convivenza civile, di curarsi da malattie ritenute invincibili.

Egli, “possedendo oltre ogni speranza un’intelligenza creativa dell’arte, talvolta verso il male, altre volte invece verso il bene si dirige, quando rispetta le leggi della patria e la giustizia giurata degli dei; elevato nella città; privo di città colui al quale il non bello coesiste a motivo della (sua) tracotanza”.

Così scrive Sofocle nel V secolo avanti Cristo, così cantarono i coreuti nell’Atene del 442 e vinsero la competizione teatrale. Noi che siamo Cristiani non possiamo non cogliere in queste parole del coro una lontana eco della Scrittura Sacra che proprio alla tracotanza e alla superbia adduce il peccato d’origine.

Nell’Atene d’allora contava la patria, la polis, e il giuramento agli dei: valori non soprannaturali, ma morali. La città era solo quella umana dove gli dei si comportavano come uomini: per poter concepire la civitas Dei ci voleva la Rivelazione e l’Incarnazione del Verbo. Ma i migliori tra loro giunsero al massimo grado a cui l’uomo può giungere senza la Rivelazione, tanto che san Paolo all’Areopago trovò ascolto. Racconta infatti san Luca negli Atti degli Apostoli che “certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui” (At 17, 18) e che “tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare” (At 17, 21). Quest’apertura mentale significava terreno dissodato per seminare il Verbo e san Paolo non perse occasione di annunciare il Vangelo: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio”, Quod ergo ignorantes colitis, hoc ego annuntio vobis. (At 17, 23).

Mi perdonino gli israeliti e i cristiani giudaizzanti ma i greci, con la sola speculazione naturale, avevano fatto più strada di loro! Cosa sarebbero stati gli ebrei se Dio non si fosse loro rivelato? Avrebbero avuto un Socrate, un Platone o un Aristotele? Dio solo lo sa, però qualche dubbio la cavernicola ce l’ha.

È infatti dall’incontro tra la fede cristiana e la filosofia aristotelica che nasce quel monumento ineguagliabile dell’opera di san Tommaso d’Aquino. Sentir parlare un tomista come padre Tyn, figlio di san Domenico, con quel suo ordine cristallino e finissimo, riconcilia col creato e mostra a quale vette possa arrivare l’intelletto umano illuminato dalla grazia! Eppure tutto ciò, disse l’Aquinate stesso, è “tutta paglia” in confronto alla visione beatifica di Dio.

Ma è mirabile anche tutto ciò che c’è prima di questa visione, la speculazione ordinata e razionale della creazione. Polla deinà: molte sono le cose mirabili, canta Sofocle, ma nessuna più mirabile dell’uomo, l’uomo razionale, l’uomo che fu capace di costruire la polis.

Giorni fa la cavernicola, dilettandosi col martirologio, si è imbattuta nel ricordo di san Nilo abate, fondatore, intorno all’anno mille, del monastero basiliano di Grottaferrata, Cryptae Ferratae. Crypta Ferrata era probabilmente una cella sepolcrale di età tardorepubblicana munita di inferriate, che poi venne consacrata al culto cristiano.

Una cripta con le inferriate per garantire il riposo di chi vi era stato deposto, si dice Tulliola, l’amata figlia di Cicerone. Il sepolcro era annesso ad una grande villa romana di età repubblicana: qui i santi Nilo e Bartolomeo videro apparire la Madre di Dio, che chiedeva l’edificazione di un Santuario a Lei dedicato. Qui sorse il monastero ancor oggi attivo e ancor oggi vi si celebra la liturgia secondo il rito di san Giovanni Crisostomo.

Crypta Ferrata: un’idea anche per la grotta, sul cui terreno, chissà, potrebbe sorgere un monastero. San Nilo cercasi.

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Per scrivere alla cavernicola: cronachedallagrotta@gmail.com

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