“Amoris laetitia”, le etichette e la verità

Siccome da tempo vado dicendo che in «Amoris laetitia» c’è qualcosa di non cattolico, per alcuni sono diventato improvvisamente un tradizionalista. Ci sono amici che, dandosi di gomito, mi guardano pieni di tristezza e dicono: «Poverino. Era una così brava persona, e ora è tradizionalista». Come se mi fossi preso una brutta malattia.

«Che cosa ti è successo?», mi ha chiesto una simpatica collega che non vedevo da un annetto. Pensando si riferisse agli avvenimenti notevoli degli ultimi mesi, ho risposto giulivo: «Sono diventato nonno, due volte!».

«Non intendevo quello», ha ribattuto leggermente infastidita e sventolando una mano, come quando si ha a che fare con un finto tonto. «Parlo del papa e della Chiesa. Avanti, perché sei diventato tradizionalista?».

Ma io non sono diventato tradizionalista. Semmai sono tradizionale. Anche perché penso che non si possa essere cattolici senza essere tradizionali. Tradizione viene dal bellissimo verbo latino «tradere», consegnare, trasmettere. E quando ricevi un dono così immensamente bello come la fede non puoi fare altro che desiderare di trasmetterla. Possibilmente integra. Magari ci riesci, magari no, ma non puoi rinunciarci.

Non sto facendo il pesce in barile. Semplicemente, trovo insopportabile questa voglia di etichettare, che in genere va di pari passo con l’incapacità di argomentare.  Confesso che sono un uomo di parte. Non riesco a essere neutrale. Perfino quando guardo una partita della quale non mi interessa nulla finisco col tifare per una delle due squadre in campo (in genere per quella con meno giocatori tatuati). Mi piace parteggiare. Però, in quanto figlio della Chiesa, non mi sono mai affiliato a un gruppo, un movimento, una qualche associazione. La fede ti dona una libertà così grande che mi sembra di immiserirla scegliendo di appiccicarci sopra un’ etichetta. Perfino l’etichetta  «cattolico» mi mette a disagio.  Se proprio fosse necessario, sceglierei «cattolico ambrosiano», ma in generale apprezzo il detto di Ignazio di Antiochia: «È meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo».

Ecco perché quando mi sento dare del tradizionalista resto sinceramente sorpreso.

E pensare che non troppo tempo fa qualcuno mi diede del cattocomunista e un teologo apprensivo scrisse che forse il diavolo stava lavorando dentro di me. Ovviamente la faccenda del diavolo mi preoccupò, e mi tranquillizzai soltanto dopo che il mio amico parroco, guardandomi dritto negli occhi, mi disse che secondo lui era tutto a posto.

Le etichette sono infinite. L’unica che non tirano mai fuori è «libero pensatore che magari sbaglia ma è onesto e ci mette la faccia». Forse perché troppo lunga?

Comunque sia, eccomi tradizionalista. Anzi, a volte «ultra-tradizionalista», e perfino «legato alla destra cattolica». E naturalmente, mentre ti appiccicano l’etichetta, sussurrano: chissà per quali, inconfessabili e reconditi interessi fa tutto questo!

In realtà non ho fatto altro che chiamare a raccolta i miei (pochi) neuroni e dire loro: ragazzi, basta oziare e pensare all’Inter, al basket e al rugby; mettetevi all’opera. È così che mi sono convinto che in «Amoris laetitia» c’è un’allarmante tendenza a giustificare il peccato e a lasciar intendere che il comportamento moralmente sbagliato può essere addirittura quello che Dio richiede in date circostanze.

Far funzionare i (pochi) neuroni rimasti è roba da tradizionalisti? Non so. Quel che so è che quando sento parlare di «cammino di discernimento», «pastorale innovativa» e «circostanze attenuanti»  mi metto subito sul chi vive: vuoi vedere che qui si sta cercando di aggirare l’ostacolo? Fatta la legge, trovato l’inganno: furbizia popolare, non fede cattolica.

Pochi giorni fa è morto Brunero Gherardini, teologo e studioso della Chiesa, che non smise mai di ricordare che il servizio ecclesiale consiste prima di tutto nella custodia. Non ci sono opinioni da discutere. C’è una sola «verità salutare» (per l’anima, s’intende) da custodire e trasmettere («tradere»). Questa verità «la Chiesa e il suo Magistero, in nome e “in persona Christi”, l’han detta ieri e la ripetono oggi, e poi domani, e sempre, fedelmente, integralmente, rinnovandone ogni giorno la proposta senza mai innovarne sostanzialmente il contenuto» (da «Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia», Lindau, pag. 39).

Questo sarebbe tradizionalismo? A me sembra fedeltà.

In «Amoris laetitia» ci si occupa molto delle famiglie così come sono, e sembra di capire che per la Chiesa questo sia da considerare un bel passo avanti, quasi che occuparsi delle famiglie come dovrebbero essere equivalesse a una prevaricazione. Ma Gesù ha detto «sono venuto nel mondo per esaminare la situazione» o «sono venuto nel mondo per  rendere testimonianza alla verità»?

Quando faccio queste domande, oltre al solito «tradizionalista», mi piove addosso un bel «moralista», e gli amici mi guardano ancora più tristi, direi affranti. Mi spiace, non vorrei rattristare nessuno, ma come si fa a non interrogarsi?

Clive Staples Lewis raccomandava: quando ci rivolgiamo al buon Dio non confondiamo la richiesta di perdono con la richiesta di essere scusati. C’è una differenza non da poco. Perdonare significa dire: anche se hai fatto questa cosa, accetto le tue scuse, non te lo rinfaccerò e tra di noi tutto resterà come prima. Scusare invece significa dire: capisco che non hai potuto evitare questa cosa, non l’hai fatto apposta e in fondo non è colpa tua, povero caro.

Ecco, a me sembra che nel capitolo ottavo di «Amoris laetitia», specie là dove si parla delle «circostanze attenuanti», l’equivoco non sia sciolto, ma alimentato.

Ovviamente posso benissimo sbagliarmi, perché i neuroni rimasti sono davvero pochi. Ma mai che incontri un amico che mi dica: guarda, ti sbagli, e ti sbagli per questo motivo, per quest’altro e per quest’altro ancora. No. Mi dicono solo che sono diventato tradizionalista, imbastiscono ragionamenti apodittici e si dimostrano molto preoccupati. Sapete cosa? Voglio argomentazioni, non sguardi preoccupati.

«Un uomo – ha scritto Chesterton  in “Ortodossia”–  ha diritto di dubitare di se stesso, non della verità», ma noi questa proposizione l’abbiamo rovesciata. «Oggigiorno ognuno crede esattamente in quella parte dell’uomo in cui dovrebbe non credere, se stesso, e dubita esattamente in quella parte in cui non dovrebbe dubitare: la ragione divina».

Sante parole. E niente sguardi preoccupati, per favore.

Aldo Maria Valli