13 ottobre 1917 – 13 ottobre 2017. Chi veglia nella notte?

Oggi, 13 ottobre 2017, centesimo anniversario dell’ultima apparizione di Fatima e del «miracolo del sole», tornano alla mente le parole che Benedetto XVI pronunciò sette anni fa, il 13 maggio 2010, quando, nell’omelia della messa celebrata nella spianata del santuario di Fatima, si chiese: «Chi veglia, nella notte del dubbio e dell’incertezza, con il cuore desto in preghiera? Chi aspetta l’alba del nuovo giorno, tenendo accesa la fiamma della fede?».

Poi papa Ratzinger aggiunse: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. Qui rivive quel disegno di Dio che interpella l’umanità sin dai suoi primordi: “Dov’è Abele, tuo fratello? […] La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!” (Gen 4, 9). L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo… Nella Sacra Scrittura appare frequentemente come Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda: “Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?” (Memorie di Suor Lucia, I, 162)».

«Con la famiglia umana pronta a sacrificare i suoi legami più santi sull’altare di gretti egoismi di nazione, razza, ideologia, gruppo, individuo, è venuta dal Cielo la nostra Madre benedetta offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l’Amore di Dio che arde nel suo […] Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità».

Sono parole chiare. Come chiare erano state quelle pronunciate davanti ai giornalisti, sull’aereo in volo da Roma a Lisbona, quando, rispondendo a una domanda sul terzo segreto e sulla possibilità di inserire nella visione della Chiesa perseguitata anche le sofferenze della Chiesa di oggi a causa dei peccati degli abusi sessuali sui minori, disse: «Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio è anche che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo lo vediamo sempre ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione alla Chiesa non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa. E che la Chiesa ha quindi profondo bisogno di reimparare la penitenza, accettare la purificazione, imparare il perdono ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia. Dobbiamo imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza, le virtù teologali e che il male attacca anche dall’interno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che finalmente il Signore è più forte del male e la Madonna per noi è la garanzia. La bontà di Dio è sempre l’ultima risposta della storia».

Imparare di nuovo le virtù teologali (fede, speranza, carità), fare penitenza, praticare il perdono non disgiunto dalla giustizia, convertirsi, pregare. La «ricetta» di Benedetto XVI non potrebbe essere più cristallina. La riflessione prende spunto dai casi di pedofilia, ma certamente quando Ratzinger parla del peccato che c’è nella Chiesa non pensa soltanto a quelli. Tanti sono i peccati, tante le infedeltà.

Rievocando le parole pronunciate da Benedetto XVI sette anni fa tornano alla mente anche quelle che il teologo Joseph Ratzinger utilizzò nel 1969 in una serie di conversazioni radiofoniche, durante le quali, spingendosi a fare quella che poi fu definita una vera e propria profezia sulla Chiesa del futuro, la immaginò piccola, ridimensionata, costretta ad abbandonare molti luoghi di culto, umiliata, non più rilevante socialmente e chiamata a ripartire dalle origini.  Una Chiesa passata attraverso un  «enorme sconvolgimento», ma che proprio per questo potrà rinascere purificata.

«A me sembra certo – disse – che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte».

E allora sarà possibile vedere «quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo» e le persone «lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto».

A proposito della giustizia e della necessità di recuperare la nozione di giudizio, Benedetto XVI ha scritto pagine indimenticabili nella «Spe salvi». Dopo aver notato che «nell’epoca moderna il pensiero del Giudizio finale sbiadisce», Ratzinger spiega che laddove non c’è più un Dio che crea giustizia è l’uomo stesso a stabilirne la misura. Il che di fatto apre la strada all’ingiustizia, come dimostra la storia.

È vero che per l’uomo l’immagine del Giudizio finale può essere spaventosa, ma più corretto è dire che «è un’immagine che chiama in causa la responsabilità».

Ecco l’aspetto che l’uomo, specie ai nostri giorni tende spesso a non considerare. Dio ci prende sul serio. Per questo ci vuole liberi e per questo ci insegna la libertà nella responsabilità.

Certamente Dio, nella sua giustizia, «è insieme anche grazia», e «questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto». Ma «ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore». Perché «la grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s’è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore».

«Contro un tale tipo di cielo e di grazia – ricorda Benedetto XVI – ha protestato a ragione, per esempio, Dostoëvskij nel suo romanzo “I fratelli Karamazov”. I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato».

Buon 13 ottobre a tutti.

Aldo Maria Valli