Ma perché Pietro viaggia?

Da poco rientrato dal Myanmar e dal Bangladesh, ripenso ad alcune delle risposte date dal papa in aereo, sul volo di ritorno. E, per quanto mi sforzi, non riesco a respingere alcune perplessità.

La prima è sotto forma di domanda: ma perché il papa è andato nel Myanmar e nel Bangladesh?

Il quesito non sembri peregrino. Da quando i successori di Pietro si sono messi a viaggiare, lo scopo principale delle loro trasferte è sempre stato uno solo: confermare i fratelli nella fede, e soprattutto i fratelli più lontani e più soli, quelli che vivono in mondi e contesti nei quali l’appartenere alla Santa Romana Chiesa fa di te il rappresentante di una sparuta minoranza, non di rado perseguitata. Tuttavia alcune affermazioni fatte da Francesco sull’aereo lasciano pensare che Bergoglio questa volta abbia viaggiato per altri motivi.

Infatti, nel corso della conferenza stampa, spiegando come e perché ha voluto incontrare alcuni profughi rohingya a Dacca, il papa ha detto a un certo punto: «Io sapevo che avrei incontrato i rohingya. Non sapevo né dove né come, ma questo era condizione del viaggio, per me, e si preparavano i modi».

Dunque il papa afferma che l’incontro con i rohingya non è stato un elemento «a latere», certamente importante ma comunque aggiunto a una visita pensata per  confermare nella fede i fratelli delle piccole e coraggiose Chiese del Myanmar e del Bangladesh. No, è stata la «condizione» stessa del viaggio, posta dal papa in  persona.

Il motivo fondamentale del viaggiare del successore di Pietro è dunque cambiato? Dal confermare i fratelli nella fede si è passati all’incontrare profughi? E se le autorità, per un motivo o per l’altro, avessero vietato l’incontro con i musulmani rohingya, il papa come si sarebbe comportato? Dato che aveva posto quell’incontro come condizione del viaggio, non si sarebbe più recato dai suoi fratelli nella fede?

Proprio a proposito dei rohingya, Francesco ha fatto un’affermazione che apre un altro problema. Accennando presumibilmente ai terroristi rohingya (ovvero all’ARSA, Arakan Rohingya Salvation Army, organizzazione responsabile di attentati contro le postazioni della polizia del Myanmar), ha sostenuto che i rohingya sono «gente di pace» e che «questi che si sono arruolati nell’Isis, benché siano rohingya, sono un gruppetto fondamentalista piccolino». Che significa? Se un gruppo terroristico è piccolino è un po’ meno terroristico? L’essere piccolino è forse una circostanza attenuante?  Dobbiamo pensare che, dopo tutto, un’etnia discriminata va capita se ha un gruppo terroristico piccolino?

Circa i collegamenti tra i rohingya e il terrorismo Francesco ha poi detto:  «Come in tutte le etnie e tutte le religioni, c’è sempre anche un gruppo fondamentalista. Anche noi cattolici ne abbiamo».

Come sarebbe a dire che «anche noi cattolici ne abbiamo?». Dal momento che Francesco sta parlando di fondamentalisti e terroristi islamici, quando dice «anche noi cattolici ne abbiamo» intende dire che anche fra i cattolici c’è gente che va in giro ad ammazzare e a fare attentati?

Altro punto. Rispondendo alla domanda di un giornalista francese, che gli chiedeva se per lui è più importante evangelizzare o dialogare, Francesco ha detto: «Prima distinzione: evangelizzare non è fare proselitismo. La Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione, cioè per testimonianza. Questo lo ha detto Papa Benedetto XVI. Com’è l’evangelizzazione? È vivere il Vangelo, è testimoniare come si vive il Vangelo: testimoniare le Beatitudini, testimoniare Matteo 25 [“ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato”… ndr], testimoniare il Buon Samaritano, testimoniare il perdono settanta volte sette. E in questa testimonianza lo Spirito Santo lavora e ci sono delle conversioni. Ma noi non siamo molto entusiasti di fare subito le conversioni. Se vengono, aspettano: si parla…, la tradizione vostra…, si fa in modo che una conversione sia la risposta a qualcosa che lo Spirito Santo ha mosso nel mio cuore davanti alla testimonianza del cristiano».

L’evangelizzazione, sostiene insomma Francesco, non si fa a parole («l’ultima cosa che tu devi fare è dire qualcosa»), ma con l’esempio, e si lascia che l’esempio sia contagioso. A supporto della tesi, il papa cita, come anche in «Evangelii gaudium», un passaggio dell’omelia di Benedetto XVI  ad Aparecida (13 maggio 2007), in occasione della quinta conferenza generale dell’episcopato latino americano e dei Caraibi. Ma che cosa disse precisamente Ratzinger in quell’occasione? Ecco il passaggio: «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore».

Come si può vedere, Benedetto XVI dice sì che la Chiesa si sviluppa per attrazione, ma con ciò non intende sostenere che nell’azione missionaria deve sostanzialmente astenersi dall’annuncio della buona novella. Dice che l’azione è tanto più missionaria quanto più la Chiesa si mantiene fedele a Cristo.

Infine, in un altro punto della conferenza stampa, a proposito dell’incontro avuto con i capi militari a Yangon, Francesco afferma: «Io non chiudo mai la porta. Tu chiedi di parlare? Vieni. Parlando non si perde nulla, si guadagna sempre».

Francesco non chiude mai la porta? Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensano i cardinali dei «dubia» (per lo meno i due superstiti). Di fronte a loro, che non sono mai stati ricevuti né hanno avuto un messaggio scritto, la porta del papa non è forse rimasta chiusa? Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensano anche tutti gli altri che hanno rispettosamente inviato lettere e messaggi a Santa Marta per esprimere dubbi o sconcerto, ma non hanno ricevuto né una risposta scritta né una di quelle telefonate delle quali Francesco in altri casi è prodigo.

Sappiamo che sulla sua porta, a Santa Marta, il papa ha appeso un cartello che dice «Vietato lamentarsi». Dobbiamo dedurne che le osservazioni critiche dei fratelli nella fede sono per lui soltanto lamentele da evitare? Ma allora perché chiede sempre parresia, cioè franchezza nell’esprimersi, e mette in  guardia dalle chiacchiere?  Il modo migliore di evitare chiacchiere e vane speculazioni non è forse quello di stabilire un dialogo franco e diretto, a viso aperto, ovvero proprio quel dialogo del quale Bergoglio parla spesso come di una delle attitudini più importanti per una Chiesa «in uscita», amica del mondo e non arcigna? O forse il dialogo va bene quando si tratta di essere Chiesa «in uscita», cioè dialogante verso il mondo e i lontani, e non va più bene quando è interno alla Chiesa stessa e si tratta di dare risposte ai vicini perplessi?

Aldo Maria Valli