Quello “stilum” nella carne di una Chiesa smarrita

Il primo papa che ho seguito come cronista è stato Giovanni Paolo II e ricordo bene i miei tentativi, spesso vani, di dipingerlo al di là dei cliché stabiliti dalla grande stampa. Siccome viaggiava moltissimo e i giovani andavano in massa ai suoi incontri, i giornali lanciavano osanna al “papa globetrotter”, al “papa dei giovani”, al “papa moderno”, e ne mettevano in  risalto le qualità di attore e intrattenitore, ma parlavano pochissimo delle proposte, assai controcorrente e per niente “moderne”, che il papa polacco faceva agli uomini e alle donne del suo tempo. In realtà Wojtyła non fu mai, semplicemente, un “one man show”, un fascinoso affabulatore. E non fu per niente “moderno”. Fu anzi un mistico, un autentico contemplativo di stampo quasi medievale, e proprio dal suo misticismo, dalla sua unione con Dio, che andava ben oltre l’esperienza comune, traeva l’energia che gli permetteva di realizzare le sue imprese.

Più difficile ancora è stato andare in controtendenza rispetto all’immagine appiccicata addosso a Benedetto XVI, quella di “pastore tedesco” della dottrina e di plumbeo inquisitore. Certo, nessuno mette in dubbio che Joseph Ratzinger sia stato caparbio nel difendere la fede, ma nulla fu più lontano da lui, sul piano sia del magistero sia del carattere, della durezza intesa come mancanza di sensibilità e come tetraggine. Per me, anzi, è stato il papa della dolcezza e della gioia. E che dire di chi, dipingendolo come arcigno teologo, lasciava intendere che fosse troppo astruso e lontano dalla gente? In realtà è stato il papa dell’intelligenza cristiana espressa nella forma più limpida, come mi hanno detto tante persone che, pur non essendo particolarmente ferrate in filosofia e teologia, lo hanno capito benissimo, lo hanno apprezzato, gli hanno voluto bene e continuano a sentirlo vicino.

Quanto a papa Francesco, l’operazione di etichettatura compiuta dai mass media è stata velocissima. Erano trascorsi soltanto pochi istanti dalla sua prima apparizione alla loggia centrale della basilica vaticana, quel 13 marzo del 2013, e già avevamo il papa semplice, umile, dialogante, francescano nel senso più superficiale del termine. Un’etichetta che di giorno in giorno non ha fatto altro che appiccicarsi in modo ancora più deciso, grazie ad abbondanti dosi di stucchevole melassa, quel sentimentalismo sdolcinato al quale i mass media ricorrono in dosi massicce, e con gran sprezzo del ridicolo, quando decidono di creare un personaggio che deve essere amato senza se e senza ma.

Ecco perché dico che oggi fare il vaticanista non significa soltanto cercare di spiegare, ma significa anche (forse soprattutto) andare contro i cliché prefabbricati dalla grande macchina dell’informazione. Un’attività che, nel caso del pontificato di Bergoglio, ha coinciso con una vera e propria opera di controinformazione, perché si è trattato di smascherare, svelare, mettere a nudo. Con tutto ciò che comporta.

Un’attività del genere non può essere svolta in mancanza, almeno, di tre risorse: buone fonti, indipendenza di giudizio e onestà intellettuale. E che Marco Tosatti possieda tutte e tre queste risorse, oltre a molte altre, credo sia fuori discussione. Inoltre, da quando scrive su Stilum Curiae, il suo frequentatissimo blog, ha acquisito un’indole corsara che lo rende ancora più ficcante e convincente.

Un grande vaticanista del passato, il compianto Benny Lai, disse: “Uno scoop vaticano non è anticipare una notizia. È piuttosto dare la giusta lettura di una notizia. Oggi, in pochi sono in grado di capirlo”. È proprio così. E fra quei pochi che sono in grado di capirlo, e di farlo, c’è sicuramente Marco Tosatti, questo gentleman del giornalismo che sotto un aplomb anglosassone, non privo di autoironia, nasconde l’anima dell’incursore, sempre al servizio di sua maestà la Verità.

Da buon 007, Tosatti ama le sfide, e con Stilum Curiae gioca a tutto campo. Che si tratti di un’enciclica o di una nomina vescovile, di un viaggio papale o di un pettegolezzo curiale, di uno scandalo da svelare o di una grande questione culturale da sviscerare, lui è lì, impavido, e fornisce al lettore, assetato di informazioni non asservite, tutte le chiavi di lettura di cui dispone. Mettendoci la faccia.

Una volta, in un’intervista, Marco ha detto: “Un vaticanista è prima di ogni altra cosa un giornalista. Vale a dire che il suo compito è quello di informare, nel modo più veritiero e corretto possibile”. Sembra quasi un’ovvietà, ma oggi non è mica tanto ovvio. Come nella politica, anche nella “vaticanistica” ormai ci si muove in bande e si ragiona in termini partitici: pro o conto il papa, pro o contro una certa linea. Sempre con l’attenzione rivolta al palazzo, al referente di turno. Cercare semplicemente di utilizzare il cervello, per mettersi al servizio del lettore, è diventata quasi una bizzarria.

Aldo Maria Valli

Tratto dalla prefazione al libro di Marco Tosatti Uno stilum nella carne. Diario impietoso di una Chiesa in uscita (e caduta) libera, Chorabooks, 2018

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Uno stilum nella carne: 2017: Diario impietoso di una Chiesa in uscita (e caduta) libera

 

 

 

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