Il prezzo di un abbraccio

Chi sta pagando il prezzo dell’abbraccio tra papa Francesco e il patriarca Kirill? La domanda non sembri assurda né tanto meno provocatoria. Certi gesti hanno sempre un prezzo, e i protagonisti sono i primi a saperlo.

Di certo un prezzo lo stanno pagando i cattolici ucraini di rito orientale, coloro che gli ortodossi chiamano spregiativamente “uniati”, parola che esprime tutto il disprezzo verso chi è visto come un traditore, un “cavallo di Troia” del cattolicesimo nel campo ortodosso. Colpiti quasi a morte dallo stalinismo, che cercò di annientarli, questi cristiani di rito bizantino ma fedeli al papa di Roma hanno risollevato la testa con la fine dell’Unione Sovietica. Usciti letteralmente dalla catacombe, hanno ripreso a vivere nella libertà e finalmente hanno potuto piangere apertamente i loro innumerevoli martiri, ma ecco che Francesco, con l’abbraccio a Kirill e la relativa dichiarazione comune, fa capire di ritenerli un anacronismo storico, un esperimento che non andrà più ripetuto, perché non è con queste unioni, spiega, che si può progredire sul terreno ecumenico. “Oggi è chiaro – si legge nella dichiarazione – che il metodo dell’uniatismo del passato, inteso come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua Chiesa, non è un modo che permette di ristabilire l’unità”. Sta di fatto che per gli “uniati” l’incontro tra il papa di Roma e il patriarca di Mosca rappresenta un duro colpo e alcuni di loro parlano apertamente di tradimento.

Un altro prezzo lo stanno pagando gli ucraini aggrediti da Mosca e dalla sua politica espansionistica. Nella dichiarazione comune firmata dal papa e dal patriarca non c’è una sola parola per loro. Quando si deplora il ricorso alla violenza lo si fa in senso generico, senza distinzioni tra aggrediti e aggressori, quasi che le responsabilità fossero le stesse. Anche prima della dichiarazione comune, Francesco aveva stigmatizzato le violenze tra fratelli cristiani in Ucraina senza fare alcuna distinzione. Chiaro era l’intento di non urtare la suscettibilità di Mosca, intesa sia come Cremlino sia come patriarcato ortodosso. “L’incapacità di trovare qualsiasi tipo di riferimento nella dichiarazione congiunta all’aggressione straniera in Ucraina è un grande errore” commenta il Servizio di informazioni religiose dell’Ucraina. Il fatto è che non di “errore” si tratta, ma di scelta.  

Un prezzo lo stanno pagando, in un certo senso, tutti quelli che si oppongono a Putin, perché il legame tra patriarcato di Mosca e Cremlino non è un mistero e di certo non c’è decisione presa da Kirill che non sia stata vagliata con attenzione, e vidimata, da Vladimir Vladimirović, e quindi se il papa abbraccia Kirill è un po’ come se, per interposta persona, abbracciasse e benedisse anche Putin.

Un prezzo lo sta pagando il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I. Finora l’unico vero interlocutore del papa, in campo ortodosso, era lui, quest’uomo che ha sempre creduto nel dialogo ecumenico e che non ha mai lasciato nulla di intentato per riallacciare i rapporti con la Chiesa di Roma. Ma Bartolomeo, per sua sfortuna, è un pastore senza gregge, un generale senza esercito. I cristiani in Turchia sono spariti e i pochi su cui governa Bartolomeo si trovano quasi tutti all’estero, sparsi per il mondo. Primo per onore fra i patriarchi ortodossi, Bartolomeo non lo è affatto in senso reale e concreto. Se si guarda ai numeri e alla geopolitica, infinitamente più potente di lui è Kirill.

Un prezzo, infine, lo stanno pagando in varia misura gli oppositori di Castro e del castrismo (da quelli che sono in carcere a tutti gli altri), che hanno visto Raul elevato al rango di “facilitatore” dell’abbraccio tra il papa e il patriarca di Mosca e hanno assistito increduli al loro incontro in terra cubana, in uno scenario da socialismo reale (il triste aeroporto dell’Avana), tra due capi religiosi che nell’occasione si sono comportati da capi di governo, senza i loro popoli, senza alcun simbolo religioso, sotto la regia di un dittatore ateo, già testa di ponte dell’Unione Sovietica.

Ora, noi sappiamo che il realismo è un tratto distintivo di Francesco. Dunque non c’è da stupirsi di questa sua realpolitik nei confronti di Kirill. Francesco voleva l’abbraccio, lo voleva fortemente, e l’ha ottenuto. Lo voleva per abbattere un muro che resisteva da troppo tempo, per aprire uno spiraglio laddove, in precedenza, c’erano state solo porte chiuse. Lo voleva perché è convinto che dal rapporto diretto e personale, dal guardarsi negli occhi, possano scaturire più frutti che da tutte le conferenze e i congressi teologici possibili e immaginabili. Consapevole dei prezzi da pagare, e da far pagare ad altri, lo ha comunque voluto, perché convinto che i vantaggi, immediati e futuri, siano superiori ai costi.

Allo stesso modo, l’abbraccio è stato voluto da Kirill. Meno libero di Francesco (il patriarca non gode della stessa autonomia e capacità decisionale del papa di Roma), e alle prese con correnti contrarie alquanto agguerrite, alla fine ha comunque deciso per il grande passo, perché ha capito che lasciarsi condizionare dalle lotte intestine all’ortodossia equivale alla paralisi e perché ha visto in Francesco l’interlocutore giusto per aprire una pagina nuova, ancora tutta da scrivere ma comunque necessaria nel momento in cui anche la grande Chiesa ortodossa russa fa i conti con la profonda secolarizzazione della società, la fuga dei fedeli, la crisi delle vocazioni. In un quadro così drammatico, ha ancora un senso procedere separati o addirittura da nemici? Non è più ragionevole incominciare unire le forze, almeno rispetto ad alcuni problemi? E non lo è ancora di più davanti alle persecuzioni patite dai cristiani, cattolici e ortodossi, in alcune aree del mondo?

Intanto, non dimentichiamolo, gli ortodossi sono alla vigilia di un grande incontro che è stato preparato per cinquant’anni e nel quale si misureranno l’un l’altro. L’appuntamento è per giugno a Creta (un’altra isola, come Cuba). Un sinodo del genere non si teneva da milletrecento anni. Uno dei grandi temi sarà l’atteggiamento verso i cattolici e se finora gli antiecumenici potevano farsi forza pensando al muro di Mosca, adesso hanno le armi un po’ spuntate. Adesso che, dopo l’umile e isolato Bartolomeo, anche il potente Cirillo ha abbracciato Francesco, continuare nella linea dura sarà molto più difficile. Ed è sicuro che Bergoglio ha voluto l’abbraccio, sfruttando l’occasione cubana, anche pensando all’appuntamento cretese.

Aldo Maria Valli

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