La ragazza che cercava Dio

«La donna più straordinaria di Roma». Così il cardinale Rafael Merry del Val definì una volta  Maria Elisabetta Hesselblad (1870 – 1957), fondatrice dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida, la religiosa svedese che il papa proclamerà santa il prossimo 5 giugno.

Quella del cardinale Merry del Val è una definizione significativa, con la quale il nobile porporato spagnolo, segretario di Stato vaticano dal 1903 al 1914, volle rendere omaggio a una donna dal carattere e dalle risorse spirituali certamente non comuni. Tuttavia l’espressione appare quasi riduttiva se si pensa alla vita di Elisabetta, alle sue imprese, ai suoi viaggi e alla portata non solo religiosa, ma anche culturale, del progetto che segnò la sua esistenza e fece di una semplice ragazza svedese una grande testimone del Vangelo e dell’impegno ecumenico.

Raccontare la storia di Elisabetta è quasi come scrivere un romanzo, perché la sua vicenda umana, oltre a essere stata avventurosa e movimentata, si è intrecciata con la vita e la testimonianza di un’altra donna straordinaria, anche lei svedese: santa Brigida, prima fondatrice dell’Ordine religioso che Elisabetta farà rinascere assieme all’identità spirituale e al carisma brigidino.

Brigida ed Elisabetta sono divise da più di cinque secoli di storia e da notevoli differenze, a partire dalle rispettive condizioni sociali, ma sono anche unite in modo indissolubile da un progetto divino che le ha rese protagoniste di un cammino singolare e prezioso, segnato dalla totale obbedienza alla Parola di Dio e insieme da un coraggio pieno di creatività evangelizzatrice.

Brigida, di origini aristocratiche, nasce nella Svezia del XIV secolo, quando la Chiesa non ha ancora vissuto la ferita della riforma protestante e l’Europa è segnata dalle tragiche vicende di un’epoca di passaggio: la guerra dei cent’anni fra Inghilterra e Francia, la crisi dell’autorità papale, l’esilio avignonese dei pontefici, il flagello della peste nera. Pur avvertendo una forte vocazione religiosa, diventa moglie e madre di otto figli, e proprio in questa dimensione materna ed educativa esprime una parte importante della sua chiamata alla santità.

Elisabetta, di origini umili, vede la luce nella Svezia di fine Ottocento e nasce luterana, quindi figlia della riforma, in una nazione in cui il luteranesimo è religione di Stato, in una Chiesa non più unita e in un continente europeo che sta per affacciarsi al secolo delle due grandi guerre mondiali, del dissolvimento degli imperi millenari e dei massacri causati da nazismo e comunismo. Elisabetta inoltre non si sposerà e non conoscerà altra maternità al di fuori di quella spirituale.

Se si esclude la comune radice scandinava, i due mondi sembrano quindi, e in effetti sono, diversissimi. Eppure, studiando le due vicende, si scoprono infiniti punti di contatto e si svelano tante circostanze, storiche e spirituali, che rendono Brigida ed Elisabetta inseparabili, quasi che l’una fosse il riflesso dell’altra.

Il primo aspetto che le unisce è lo slancio mistico, che nasce dal rapporto diretto con il Signore ma non si traduce in una fuga dal mondo, bensì in un robusto legame fra la dimensione contemplativa e quella attiva.

Brigida ed Elisabetta sono in contatto diretto con il soprannaturale, e lo sono in un modo così spontaneo, semplice e quotidiano da farlo apparire quasi ordinario. È un vincolo che per entrambe si alimenta essenzialmente mediante la preghiera e la solidarietà nei confronti dei poveri e dei malati, due vie attraverso le quali l’anima si innalza verso Dio senza abbandonare l’umanità, ma anzi mettendosi al servizio di chi, più reietto e sofferente, mostra il volto di Cristo. Così è per loro normale rispondere alle richieste del Signore e farlo con tutte se stesse, mettendosi in gioco completamente, a dispetto di limiti fisici e difficoltà ambientali.

E qui si viene al secondo aspetto che hanno in comune: la totale e incondizionata disponibilità a diventare strumenti di un progetto del quale avvertono la smisurata grandezza rispetto alle forze disponibili e che tuttavia ha bisogno, per realizzarsi, proprio di loro, della loro tenacia e della loro risolutezza, come dimostrano ripetutamente e soprattutto di fronte alle realtà più avverse.

Inoltre, ed è il terzo punto di contatto, pur all’interno di circostanze storiche differenti, entrambe sono missionarie dell’unità fra i cristiani, e lo sono non sulla carta, in modo astratto o intellettualistico, ma nei fatti, attraverso azioni e scelte concrete, consapevoli di quell’insegnamento e di quella richiesta, ut unum sint, ovvero perché siano una sola cosa, espressi da Gesù nell’ora suprema della passione.

Ma c’è un quarto punto in comune fra Brigida ed Elisabetta, ed è il loro desiderio di dare una forma anche strutturalmente compiuta alla spiritualità di cui si sentono portatrici e che le coinvolge così pienamente. In mezzo a tante difficoltà e incomprensioni, infatti, Brigida ed Elisabetta non si accontentano di una predicazione generica, ma lottano per lasciare un segno durevole attraverso un Ordine religioso con caratteristiche ben precise: una presenza sia femminile sia maschile, un radicamento sia in Svezia sia a Roma, la funzionalità reciproca di contemplazione e azione, l’ospitalità come tratto distintivo e la tensione costante all’unità in un quadro di valorizzazione della cultura europea come espressione di una comune appartenenza e non di fatale propensione allo scontro.

Fare la volontà di Dio. In silenzio, senza mettersi in primo piano, ma con determinazione e concretezza tutte femminili. Come per Brigida, anche per Elisabetta questo è stato il filo conduttore di una vita trascorsa in due continenti (America ed Europa), a cavallo di due secoli (XIX e XX secolo) e all’interno di due confessioni religiose (prima il luteranesimo, poi il cattolicesimo).

Forse sta proprio in questa doppia prospettiva (che è geografica, culturale e religiosa) il segreto di quella cattolicità, nel senso originario di universalità, che è l’altro suo grande tratto distintivo. Una prospettiva complessa e che tuttavia Elisabetta sa ricondurre a unità nella fedeltà alla Chiesa cattolica e al papa.

Nasce qui quel suo desiderio potente di dare all’Ordine brigidino, un nuovo ramo su un antico tronco, una base proprio a Roma, vicino alla tomba di Pietro, e di restituire alle brigidine la casa di piazza Farnese, dove già Brigida visse negli anni romani.

Per chi guarda alla vicenda umana di Elisabetta da lontano questa per la casa di Roma può sembrare quasi un’ossessione. È invece una promessa che Elisabetta fa al Signore fin da quando è bambina e che diventa una sorta di bussola interiore. Pur in presenza di tanti avvenimenti e spostamenti, e in mezzo a tanti viaggi e a tanti contatti con le persone più diverse, l’ago calamitato punta sempre dritto su Roma e su piazza Farnese, la bella casa che ancora oggi possiamo ammirare, con l’elegante facciata della piccola chiesa, le ampie finestre e quel campanile un po’ civettuolo che svetta nel cielo.

C’è, in questa tensione, una concretezza tutta femminile che qualcuno potrebbe scambiare per materialità e invece è generosità. Elisabetta vuole lasciare qualcosa alle sue consorelle e alla sua Chiesa. Vuole che i pellegrini scandinavi abbiano un luogo in cui essere ricevuti a Roma. Vuole che le brigidine siano radicate sia nella sua Svezia sia nella città in cui vive il papa e c’è la tomba del principe degli apostoli. È una preoccupazione materna, espressione di sollecitudine. Ed è un altro segno di quel legame inscindibile che unisce Elisabetta a Brigida, perché nella casa di piazza Farnese, donata a Brigida da un’amica romana quando in realtà la piazza ancora non esisteva e nemmeno c’era il famoso palazzo che poi diventerà sede dell’ambasciata di Francia, la santa veggente svedese ha vissuto ed è morta, lasciando alla figlia Caterina, anche lei santa, un’unica raccomandazione, anche questa tipica di una mamma abituata ad andare all’essenziale: «Pazienza e silenzio».

Beatificata da san Giovanni Paolo II il 9 aprile 2000, in pieno anno giubilare, e canonizzata da papa Francesco il 5 giugno 2016 (di nuovo durante un giubileo, quello straordinario della misericordia), Elisabetta Hesselblad è stata segnata, come ha detto il cardinale Angelo Amato, «da una quadruplice conversione: alla Chiesa cattolica, alla vita consacrata, alla fondazione dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida, alla santità eroica. Sono i quattro gradini della sua personale scala di perfezione, che la innalzò verso il suo sposo divino, il Crocifisso Risorto. Furono tutte scelte dettate dalla carità e da una grande libertà di spirito» (omelia nel decimo anniversario della beatificazione, 9 aprile 2010).

La conversione di Elisabetta al cattolicesimo avviene lentamente, in modo meditato, e all’insegna della passione per l’unico ovile in cui il Signore vuole riuniti tutti i suoi figli. La conversione alla vita consacrata è preparata in modo altrettanto minuzioso, con l’aiuto decisivo di un padre gesuita, Johann Georg Hagen, che è anche astronomo e quindi unisce la tensione spirituale e la ricerca scientifica. La fondazione dell’Ordine è attuata con una forza d’animo incredibile, in grado di rispondere colpo su colpo a tutte le avversità e alle non poche incomprensioni. Infine la santificazione è perseguita nella sofferenza (la «lucidatura del diamante», come la chiama Elisabetta) a causa di una malattia che si manifesta prestissimo e che non l’abbandonerà mai.

Ecco, è così che santa Elisabetta si è messa alla sequela di Cristo, ben sapendo che la vita cristiana è conversione continua. Ed è così che oggi, ripercorrendone la vita, possiamo toccare con mano una fede attiva, operosa, luminosa, mai ridotta a semplici atti di culto o a una serie di prescrizioni morali, ma vissuta come relazione continua con il Signore e come abbandono alla sua volontà. Una fede che ha permesso a una donna debole e malata di far rifiorire l’albero brigidino, oggi presente in tre continenti con più di cinquanta comunità.

Moderna nell’atteggiamento aperto al mondo e nello stile missionario, Elisabetta ha saputo leggere i segni dei tempi, come avrebbe detto Giovanni XXIII. Morta due anni prima dell’annuncio del Vaticano II, ha incarnato una spiritualità già spiccatamente conciliare. Lo ha fatto con la proposta di centrare il cammino di conversione sulla figura di Cristo, con la ricerca del dialogo ecumenico e interreligioso, con l’impegno concreto a favore dei più poveri e della pace fra tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalle diverse fedi e culture. Emblematico resta il rapporto di amicizia intrecciato con Eugenio Zolli, rabbino capo di Roma convertito al cattolicesimo, uomo tanto retto da aspettare la fine della seconda guerra mondiale per farsi battezzare, onde evitare l’accusa di essersi convertito solo per evitare di incorrere nelle leggi razziali.

La cattolicità a tutto tondo di Elisabetta Hesselblad è stata inoltre caratterizzata da un europeismo ante litteram eppure convinto. Se fosse vissuta in questo nostro tempo sarebbe stata felice dell’allargamento dell’Unione europea a tanti paesi e della realizzazione pratica dei progetti che animarono statisti come Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Jean Monnet. Elisabetta visse l’Europa come una grande opportunità, mai come un problema, e per una donna della sua generazione, costretta a vivere sia la prima sia la seconda guerra mondiale, questa fiducia costituisce un fattore per nulla scontato.

Conoscere Elisabetta e la sua storia vuol dire, quindi, non soltanto entrare in contatto con uno spirito elevato e una religiosità intensa, segnata dalla ricerca di Dio in ogni aspetto della vita e delle relazioni umane. Significa anche rivivere la lezione civile di una donna che ancora oggi riesce a parlare a tutti, superando ogni tipo di confine e di barriera.

Aldo Maria Valli, La ragazza che cercava Dio. Santa Maria Elisabetta Hesselblad, Àncora editrice, Milano 2016, 160 pagine, 15 euro.

 

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