Quelli del Cinquantotto. Cronaca di una rimpatriata

I miei compagni del liceo classico di Legnano mi hanno fatto un regalo bellissimo. Sono venuti a trovarmi a Roma e abbiamo trascorso insieme un indimenticabile fine settimana. Il sottoscritto, purtroppo, è stato costretto a  dividersi tra la loro compagnia e i doveri del lavoro, ma non importa. Il clima è stato da gita scolastica, con annesse battute, battutacce e prese in giro, come se il tempo si fosse fermato alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, ma con una leggerezza e una tenerezza che allora ci erano forse sconosciute.

A quasi sessant’anni, abbiamo ricostruito in pochi secondi un clima di complicità e ci siamo sentiti uniti più che mai. I miei compagni, che si vedono abbastanza spesso, forse non se ne sono resi conto, ma per me, che sono più lontano e non ho tante occasioni per incontrarli, l’esperienza è stata speciale: come se fossimo dentro una bolla, e si stava bene, ci si sentiva a casa.

Non c’è stato bisogno di troppe parole. Uno sguardo, un gesto, ed ecco l’antica sintonia. So che la vecchiaia è quando si incomincia a dire «non mi sono mai sentito così giovane», quindi non cadrò nel tranello. Siamo stati bene, e basta.

Molti di noi sono genitori, qualcuno è anche nonno. Facciamo lavori completamente diversi e i nostri mondi sono, sotto molti aspetti, lontani. Religione, politica, interessi: non possiamo certamente dire di pensarla tutti allo stesso modo. Eppure tra noi non c’è estraneità. Anzi, le affinità sono più elettive ora che quarant’anni fa.

Come mai? Difficile rispondere.

Forse siamo tutti un po’ reduci. Non abbiamo combattuto guerre vere e proprie, ma siamo passati attraverso tanti rivolgimenti e stravolgimenti: il terrorismo rosso e nero, la fine delle ideologie e dei partiti tradizionali, la caduta del muro di Berlino, il crollo del vecchio sistema geopolitico, l’addio alla lira, la rivoluzione tecnologica, l’attentato alle Torri gemelle di New York, il terrorismo internazionale.

A pensarci bene, forse è proprio il verbo «crollare» quello che ha accompagnato le nostre vite. Attorno a noi è cambiato veramente tutto. Destra, sinistra, progresso, libertà, tradizione, innovazione, diritti, famiglia: nemmeno le parole hanno conservato gli stessi significati di un tempo. Sarà per questo, per questa nostra condizione di sopravvissuti, che ci sentiamo così uniti?

Non lo so. So soltanto che, guardandoci, ci rivediamo sui banchi, a sbuffare per una versione di greco o latino dai contenuti imperscrutabili: così  ci viene da sorridere e ci riconosciamo. Ne è valsa la pena? La risposta è troppo difficile, e forse certe domande non hanno risposta.

I capelli, per chi li ha, sono grigi o bianchi, e sui volti le rughe non mancano, ma non ce ne importa proprio niente. Anzi, questi segni del tempo sono bellissimi e ci fanno sentire ancora più vicini. Con un pensiero ai nostri compagni che se ne sono andati troppo presto, ci guardiamo e pensiamo: eccoci qui, siamo quelli del Cinquantotto, della maturità del Settantasette. Numeri del secolo scorso, di un altro mondo. Ma non siamo stati travolti. È poco? Forse. Comunque è qualcosa.

Mi dicono che il nostro liceo, a Legnano, è in stato di abbandono. Nella vecchia palazzina di via Verri, con la cancellata di ferro e il balcone al primo piano, non risuonano più le voci degli studenti, ora ospitati in una struttura molto più moderna e accogliente. Chissà, forse nelle aule vuote si aggirerà qualche fantasma! Fra l’altro, prima di diventare una scuola, l’edificio era stato la sede di un ospedale psichiatrico, quindi a questo punto i fantasmi dei due mondi andranno a braccetto: matti liceali con i matti conclamati. Certo, dev’essere triste vedere la palazzina chiusa e sprangata. Ricordo ancora gli intervalli trascorsi nei corridoi oppure nel piccolissimo cortile interno. Non c’era una palestra, ma solo una specie di garage, talmente angusto da rendere impossibile ogni attività sportiva degna di questo nome. Per fortuna il prete che ci faceva religione ci portava spesso a giocare a pallone lì vicino. Eravamo forti anche a pallacanestro, e la nostra classe si tolse qualche soddisfazione contro le altre scuole.

Ora succede che dopo una semplice camminata le gambe ci facciano male come se avessimo scalato l’Everest, ma non drammatizziamo. Ci ridiamo sopra. Siamo stati abituati a non lamentarci, ad accettare i nostri limiti.

Qualcuno di noi, da giovane, voleva cambiare il mondo. Il mondo è cambiato al di là di ogni immaginazione, e non proprio nel senso desiderato. Se è vero che le quattro fasi della vita sono infanzia, fanciullezza, adolescenza e obsolescenza, noi dovremmo incominciare a preoccuparci. Invece siamo contenti di essere come siamo. Abbiamo dovuto adattarci a talmente tanti cambiamenti che, a questo punto, non ci spaventa più niente.

Molte cose non ci piacciono: la volgarità, la superficialità, la mancanza di responsabilità, il disprezzo per la cosa pubblica. Detestiamo il populismo imperante. La demagogia ci fa venire l’orticaria. Vediamo in giro un sacco di gente che parla tanto per parlare. Verrebbe da chiedersi: a chi inoltrare il reclamo? Ma non è questo il nostro spirito, non lo è mai stato. Noi siamo quelli che, nel nostro piccolo, cercano ogni giorno di rendere il tutto meno sgradevole.

Ho letto da qualche parte che ti accorgi che stai invecchiando quando i colpi della strega incominciano a superare quelli di fulmine. Può essere. Comunque, visto che noi siamo del classico, preferisco concludere come si deve. Il nostro motto? Frangar, non flectar.  La lezione che abbiamo imparato? Verae amicitiae sempiternae sunt.

 

Aldo Maria Valli

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