Parole, parole, parole. Sull’uso compulsivo di assolutamente. Noterelle di un linguista dilettante

Avrete certamente notato la diffusione dell’avverbio assolutamente. Se fino a qualche anno fa lo si poteva rintracciare qua e là, e comunque sempre accompagnato da e no, adesso assolutamente si infila dappertutto, ma lo fa con grande sfrontatezza, perché non vuole più essere accompagnato da nulla.

«Stai bene?»

«Assolutamente».

«Stai male?»

«Assolutamente».

«Riuscirai a portare a termine il lavoro?»

«Assolutamente».

«Pensi di farcela a laurearti entro l’estate?»

«Assolutamente».

Arrogante e invadente, assolutamente si fa bello, si compiace del suo protagonismo e se la ride. Usato da solo, lascia tutti nel vago, perché tu non puoi mai sapere se è un assolutamente sì o un assolutamente no, ma lui non se ne preoccupa. Anzi. L’ambiguità lo diverte e lo fa sentire ancora più influente. È come se dicesse: io mi piazzo qua, dopo di che, se vuoi sapere qual è il mio vero significato, se è positivo o negativo, sono affari tuoi. A me non interessa. Assolutamente!

Alla radio (della quale sono un grande ascoltatore) l’utilizzo compulsivo di assolutamente domina ormai incontrastato. Difficile imbattersi in un discorso che ne sia privo. E molto spesso l’uso che se ne fa è proprio quello neutro.

«Scusi ministro, pensa che il fenomeno delle migrazioni abbia bisogno di soluzioni a lungo termine?»

«Assolutamente».

«Signor Rossi, complimenti, lei ha indovinato. È un nostro ascoltatore abituale?»

«Assolutamente

Giorni fa ascoltavo una conduttrice assai prodiga di assolutamente neutri e mi chiedevo: possibile che nessuno la richiami all’ordine facendole notare l’abuso? Poi, proprio mentre, al colmo dell’irritazione, stavo per cambiare frequenza, la gentile signora se n’è uscita con un iperbolico assolutamente in assoluto! Stava parlando di una canzone che le piace in modo particolare, e ha pensato che fosse il caso di  rafforzare il rafforzativo. Sono rimasto assolutamente senza parole.

Comunque sia, mi colpisce il fatto che questo avverbio stia conoscendo una fase di protagonismo proprio adesso, in una cultura come la nostra, nella quale tutto ciò che è assoluto o, peggio ancora, Assoluto, è negletto e rifiutato.

Soggettivisti e relativisti come siamo, noi postmoderni abbiamo deciso che gli assoluti non ci appartengono. Una verità assoluta non c’è, così come non c’è un bene assoluto o un male assoluto. Per noi umani del primo scorcio del ventunesimo secolo ci sono soltanto verità parziali e valori barcollanti. L’assoluto non fa per noi, anzi ci fa paura. Lo accostiamo facilmente al fanatismo, al fondamentalismo, e preferiamo starne alla larga, tanto che chi ce lo propone, specie se il discorso è di tipo religioso, è guardato con sospetto, se non con aperta ostilità.

Se poi entriamo nel contesto teologico, vediamo che il rifiuto dell’Assoluto va alla grande. Per numerose correnti teologiche, l’Assoluto non può darsi nella storia. Al massimo, possiamo avere modelli ideali che fanno da richiamo, ma non ci restituiscono la dimensione dell’Assoluto. Perfino chi dice di credere in Dio oggi sostiene spesso che, comunque, nessun Dio può avere l’esclusiva della Verità e dunque ciò che occorre è il dialogo in funzione integrativa. E perfino chi dice di credere nella divinità di Gesù sostiene spesso che si tratterebbe in ogni caso di una divinità parziale, bisognosa di essere completata attraverso il ricorso ad altre fedi e altre religioni.

Insomma, per l’Assoluto non c’è posto. O, meglio, c’è posto solo nel segno del pluralismo: l’Assoluto non come unico principio necessario, ma come insieme di assoluti, tutti con nomi diversi e tutti ugualmente veri. Al punto che, per questi filoni teologici (che oggi sembrano predominanti) alla fine il vero assoluto sembra essere uno solo: il dialogo, ma senza alcuna pretesa, da parte di ciascun soggetto dialogante, di rivendicare per sé la Verità.

Capirete che, in un simile contesto, dominato dalla morte dell’Assoluto e dal divieto di cittadinanza per qualsivoglia assoluto, uno si aspetterebbe di vedere impiegata una lingua adeguata, all’insegna della modestia e del senso del limite. E invece ecco questa inusitata esplosione di assolutamente.

Buttato fuori dalla porta della filosofia, della teologia e, in generale, di un pensiero che si compiace della sua debolezza, l’assoluto rientra dalla finestra della lingua. Però non ci rientra in quanto aggettivo, né tanto meno in quanto sostantivo, ma come avverbio. Lo fa, insomma, sotto mentite spoglie, ma in realtà la funzione di avverbio gli è molto utile, perché è proprio così che riesce a infilarsi dappertutto.

Non vi sembra curiosa questa nostra cultura che rifiuta gli assoluti ma ha la bocca piena di assolutamente? Che cosa ci sarà sotto? Qualche forma di nostalgia? Oppure un malcelato senso di colpa, per cui, fatti fuori gli assoluti, cerchiamo di salvare la faccia con gli assolutamente? Siamo forse di fronte a una cultura che gioca il grande gioco del relativismo ma in realtà non riesce a fare a meno dell’assoluto, o addirittura perfino dell’Assoluto, e rivela il conflitto interiore ricorrendo in misura smodata all’assolutamente? Oppure l’unico grande assoluto, anzi Assoluto, è l’io, anzi l’Io, e l’assolutamente che gli esce dalla bocca è proprio il sintomo di un egocentrismo sconfinato?

Propenderei per quest’ultima ipotesi. In ogni caso, bisognerà pensarci su. Assolutamente !

 

Aldo Maria Valli

 

 

 

 

 

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