Beatitudini in famiglia

È in libreria un mio piccolo libro: «Le nuove beatitudini in famiglia» (Elledici, 48 pagine, 4,50 euro). Vi propongo il capitolo «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati».

La fame e la sete sono esigenze primarie. Per vivere abbiamo bisogno di mangiare e bere. Gesù lo sa bene, perché non ha esitato ad andare incontro alle esigenze della folla affamata moltiplicando pani e pesci. Ma c’è un cibo per l’anima che è ancora più importante, ed è la Parola di Dio.

La giustizia di cui si parla in questa beatitudine corrisponde a una vita pienamente conforme alla volontà di Dio. «Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà», recitiamo nel «Padre nostro», eppure molto spesso, anche se ci diciamo credenti, abbiamo fame e sete di altri cibi e di altre bevande più terrene, e le inseguiamo dimenticando che dovremmo invece avere fame e sete delle cose di Dio.

Il Papa emerito Benedetto XVI traccia così il profilo di chi vive questa beatitudine: «Si tratta di persone che scrutano attorno a sé alla ricerca di ciò che è grande, della vera giustizia, del vero bene […], che non si accontentano della realtà esistente e non soffocano l’inquietudine del cuore, quell’inquietudine che rimanda l’uomo a qualcosa di più grande e lo spinge a intraprendere un cammino interiore […], sono persone dotate di una sensibilità interiore, che le rende capaci di udire e vedere i deboli segnali che Dio manda nel mondo e che in questo modo rompono la dittatura della consuetudine» («Gesù di Nazaret»).

La riflessione di Papa Benedetto XVI riassume bene l’atteggiamento al quale Serena e io abbiamo sempre invitato i nostri figli e al quale cerchiamo di mantenerci fedeli anche noi. Quello «scrutare» alla ricerca di ciò che è grande è ciò che ci fa pienamente uomini. «Duc in altum!», ha raccomandato san Giovanni Paolo II con le parole rivolte da Gesù a Pietro. Prendiamo il largo, non accontentiamoci delle piccole sicurezze. Certo, prendere il largo comporta rischi, ma se soffochiamo questa inquietudine del cuore, se ci accontentiamo di quanto è comune e ordinario, se non guardiamo oltre, se non alziamo lo sguardo verso un orizzonte più alto, finiamo invischiati nella meschinità, in una vita povera e senza respiro.

Mi piace l’immagine usata da Benedetto XVI a proposito dei «deboli segnali» mandati da Dio, segnali che vanno captati con antenne adeguate. Le antenne di una coscienza non assopita ma ben sveglia, capace di leggere la realtà e di interpretarla, svelando anche le tante falsità spacciate per verità.

Vivere così, cercando le cose grandi, è entusiasmante, e i giovani lo capiscono. Loro hanno bisogno di prendere il largo e noi adulti abbiamo il dovere di non mortificarli. Nella nostra famiglia non lesiniamo le risorse quando si tratta di formazione interiore, morale e intellettuale. Ma questo tipo di formazione può avvenire anche nella quotidianità. Basta uno spunto qualsiasi: una notizia ascoltata al telegiornale, il commento fatto da un amico, una lezione appresa a scuola. La nostra raccomandazione è sempre la stessa: non lasciatevi tirare verso il basso, e soprattutto non accontentatevi. Non accontentatevi del «così fan tutti», del già detto, degli schemi mentali che sembrano più consolidati e dei comportamenti più diffusi. Imparate ad andare controcorrente. Papa Francesco lo ha detto molto bene: «Andate controcorrente, andate avanti. Ma con i valori della bellezza, della bontà e della verità». Queste tre voglie non devono mai venir meno: ecco la fame e la sete della giustizia.

Già, ma di quale giustizia, esattamente, parla questa beatitudine? Per capirlo è bene andare a un altro passo di Matteo nel quale ricorre la parola giustizia in relazione, come qui, al mangiare e al bere: «Non affannatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 31-33).

Ci è chiesto di non affannarci per le cose materiali ma cercare il regno di Dio e la sua giustizia, dopo di che anche le questioni materiali troveranno soluzione. Che significa? Qual è la giustizia del regno di Dio?

La giustizia, in questa accezione, non ha nulla a che fare con l’amministrazione della giustizia secondo  le leggi umane, ma è la relazione con Dio padre. Deve essere questa l’unica, vera preoccupazione del cristiano. Il resto verrà di conseguenza. Dio, che è padre, sa di che cosa abbiamo bisogno e, poiché ci vuole bene, sa anche come rispondere a questi nostri bisogni. L’importante è che restiamo in relazione con lui, che non ce ne dimentichiamo, che non lo trascuriamo, che non lo mettiamo in disparte. Se questa relazione c’è ed è buona, se è di buona qualità, state pur certi che non avrete altre preoccupazioni: sarà il Padre buono a provvedere a voi, sempre per il vostro bene.

Detta così, può sembrare che la giustizia del regno di Dio sia qualcosa che spinge al disimpegno, a una forma di distacco dal mondo, quasi di insensibilità, ma una conclusione del genere sarebbe molto sbagliata. Dalla giustizia intesa come relazione con Dio nasce un desiderio di giustizia che coinvolge pienamente il cristiano e lo spinge a vivere per vedere realizzata anche la giustizia intesa come giusto rapporto fra le persone.

Ma anche qui c’è da distinguere. C’è una differenza tra la santa inquietudine che anima l’uomo giusto, che ha il suo punto di riferimento in Dio, e la permanente insoddisfazione di chi si lascia andare allo scetticismo radicale. Mentre quest’ultima produce soltanto pessimismo, diffidenza e sfiducia, l’inquietudine dell’uomo di Dio è piuttosto uno stimolo positivo che deve spingere a operare concretamente per migliorare il mondo. Ben sapendo che c’è sempre un prezzo da pagare. «Pro veritate adversa diligere», diceva il motto del cardinale Carlo Maria Martini. Per amore della verità devo essere disposto ad amare le avversità, devo metterle nel conto.

Beati coloro che, avendo fame e sete di giustizia, non spargono scetticismo ma si fanno servitori e dispensatori della bellezza, della bontà e della verità.

Aldo Maria Valli

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