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Pollyanna in Vaticano?

Più di una volta in queste pagine ci siamo occupati dell’arcivescovo Marcelo Sánchez Sorondo, attuale cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e della Pontificia accademia delle scienze sociali, per sottolineare la sua visione estremamente positiva della Cina. A giudizio di Sánchez Sorondo il governo di Pechino, addirittura, è quello che meglio applica la dottrina sociale della Chiesa e nel grande paese c’è una cultura del lavoro che dovrebbe diventare un esempio per il mondo intero.

Ora non c’è bisogno di spendere molte parole per confutare questa visione idilliaca. È sotto gli occhi di tutti che il regime comunista cinese è uno dei più illiberali al mondo, che lo sfruttamento è diffuso e che da quelle parti i diritti fondamentali, sia della persona sia delle comunità, sono calpestati in svariati modi, come sanno bene i cattolici perseguitati, che anche di recente hanno assistito alla distruzione di cupole, statue e croci delle loro chiese.

Numerose possono essere le ragioni degli occhiali rosa con i quali monsignor Sánchez Sorondo guarda alla Cina. Tra le varie analisi in proposito, da segnalare quella proposta dal sito Lifesitenews, dove William Kilpatrick (https://www.lifesitenews.com/opinion/trusting-souls-in-church-vatican-have-been-duped-into-making-islamist-agend) scrive che oggi, non solo per quanto riguarda la Cina ma nei confronti, in generale, di dittatori, satrapi e autocrati vari, le autorità vaticane sembrano «pollyannaish», ovvero in preda alla sindrome di Pollyanna, patologia che consiste in un esagerato ottimismo, del tutto fuori luogo alla luce della realtà effettuale, eppure coltivato ostinatamente, a costo di negare la realtà stessa.

La sindrome prende il nome da un noto personaggio letterario, la bambina Pollyanna Whittier, che a dispetto di una vita piena di problemi e sofferenze decide, attraverso il «gioco della felicità»,  di vedere solo il bello dell’esistenza e per questo è sempre estremamente fiduciosa.

La visione positiva della natura umana coltivata oggi in Vaticano, scrive Kilpatrick, non è certamente fondata sulla Bibbia, che mette abbondantemente in guardia dalla malvagità umana, bensì su Jean-Jacques Rousseau e altri sostenitori della bontà naturale.  E in che altro modo si può spiegare la pertinace volontà degli attuali dirigenti della Chiesa cattolica di riporre la loro fiducia in un vasto assortimento di «dittatori canaglia, ayatollah apocalittici, aspiranti califfi e oppressivi regimi comunisti»?

La provocazione è evidente, ma tutto sommato non sembra campata per aria. A sostegno, l’articolo cita un intervento di George Weigel, celebre studioso cattolico e biografo di Giovanni Paolo II, che di recente (https://www.nationalreview.com/2018/02/vatican-china-dispute-church-capitulates-naming-bishops/), proprio a proposito della linea scelta dalla diplomazia vaticana nei confronti della Cina, mette in guardia dalla propensione a «negoziare con il diavolo».

Weigel ricorda l’esempio di Pio XI, il papa che se da un lato trattò con Mussolini e Hitler allo scopo di arrivare a concordati, dall’altro non rinunciò a denunciare le atrocità di quei regimi e comunque pose sempre come obiettivo della trattativa la tutela della libertà della Chiesa.

Le cose incominciarono a cambiare, scrive Weigel, con l’ostpolitik degli anni Sessanta e Settanta, della quale fu interprete il cardinale Agostino Casaroli, ma oggi  la trattativa con Pechino, come non si stanca di denunciare il cardinale Zen, assomiglia molto a un cedimento, specie in merito alla nomina dei vescovi.

La diplomazia vaticana, dice Weigel, va giustamente fiera del suo realismo, ma non si vedono sintomi di realismo nel cedere alle pretese del regime comunista cinese sulla nomina dei vescovi. Così, semplicemente, si mette a repentaglio la libertas Ecclesiae e si rinuncia a tutelare i fedeli.

Secondo Weigel l’azione diplomatica del Vaticano appare ossessionata dall’obiettivo di stabilire relazioni stabili con la Cina comunista, perché, si sostiene, la Santa Sede non può non avere un rapporto con la superpotenza mondiale attualmente più in crescita sotto tutti gli aspetti. Ma la Santa Sede non è una potenza politica. Il suo unico, vero potere è di tipo morale. Quindi la sua strategia nei confronti dei regimi totalitari deve seguire una logica diversa da quella strettamente politica. Trattare con gli «agenti del diavolo» può solo arrecare danno alla Chiesa, perché ne mina l’autorevolezza morale.

Gli esponenti vaticani sostengono che occorre fidarsi del dialogo e della buona volontà dei governi, senza lasciarsi intrappolare all’interno dei vecchi schemi e sospetti. Di qui la scelta di intrattenere rapporti amichevoli non solo con Pechino, ma anche, per esempio, con Teheran ed Ankara, come dimostra la recente visita in Vaticano di Erdogan, ricevuto con tutti gli onori nonostante la sua politica di repressione contro gli oppositori. Ma come dimenticare, osserva William Kilpatrick sulla scorta delle osservazioni di Weigel, che Erdogan sogna di restaurare il califfato ottomano, si è impegnato nell’opera di re-islamizzazione della Turchia ed è uno degli attori chiave nel processo di islamizzazione dell’Europa? Durante il colloquio con il papa, definito «cordiale», tutti questi aspetti non sono stati affrontati, mentre le due parti hanno sottolineato la comune opposizione al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e l’identità di vedute circa la necessità di combattere l’islamofobia in Occidente.

Proprio l’atteggiamento estremamente fiducioso del Vaticano nei confronti dell’Islam apre altri interrogativi.

Il ruolo primario del vescovo è quello del pastore, e  i pastori non possono permettersi di essere eccessivamente fiduciosi nei confronti dei lupi. Eppure «a volte sembra che molti dei vescovi di oggi non siano a conoscenza dell’esistenza dei lupi». Va bene ribadire l’amicizia e la stima, va bene il rispetto, va bene la richiesta di superare l’ignoranza e con essa la paura, ma qualcosa non funziona nel verso giusto quando i dirigenti della Chiesa cattolica appaiono «ben più interessati a combattere l’islamofobia» (vera o presunta, aggiungiamo noi) «che a proteggere i cristiani perseguitati».

La fiducia è importante, ma non è una virtù cardinale, mentre la prudenza lo è. E «se i leader della Chiesa non sviluppano uno spirito di prudenza nel loro approccio ai governi e alle ideologie totalitarie, rischiano di tradire la fiducia dei fedeli».

Di qui l’interrogativo, scherzoso nella forma ma inquietante nella sostanza: Pollyanna è forse entrata in Vaticano?

Noi non pensiamo che sia così. Tuttavia la domanda provocatoria sembra utile nell’ambito di un bilancio del pontificato di Francesco a cinque anni dal suo inizio.

Aldo Maria Valli

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