Quel “diritto alla felicità” che sopprime la libertà

Oggi è un giorno tristissimo perché la Corte suprema britannica ha respinto il ricorso finalizzato a evitare che l’Alder Hey Hospital di Liverpool stacchi la ventilazione ad Alfie Evans ed a consentire il trasporto di Alfie in un altro ospedale.

Ai genitori di Alfie non resta che un’ultima carta: un ulteriore appello urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Altrimenti Alfie dovrà morire lunedì.

Un quadro drammatico, terribile, degno di un racconto dell’orrore, di fronte al quale anche papa Francesco è intervenuto. Due giorni fa, prima dell’udienza generale in piazza San Pietro, il pontefice ha infatti ricevuto in forma privata Thomas Evans, il papà del piccolo Alfie. Accompagnato da Benedetta Frigerio, coraggiosa giornalista della Nuova Bussola Quotidiana che sta seguendo passo passo la vicenda, Thomas Evans ha potuto  spiegare a Francesco la situazione e gli ha chiesto di far sentire la sua voce, così che il ventilatore che mantiene in vita il bambino non sia staccato dopo che nei giorni scorsi la Corte d’appello di Londra ha respinto la richiesta dei genitori di trasferire Alfie all’estero, al Bambino Gesù di Roma o a Monaco. Troppo elevato il livello di rischio, hanno sostenuto i giudici, ribadendo che il «miglior interesse» per Alfie, affetto da una malattia neurodegenerativa, è di essere lasciato morire.

Durante l’udienza generale Francesco è poi tornato sulla vicenda: «Attiro l’attenzione di nuovo su Vincent Lambert  (quarantunenne francese ricoverato all’ospedale di Reims, sulla cui sorte è in atto lo scontro tra la moglie, che vorrebbe staccare la spina, e i genitori, che si battono per tenerlo in vita, ndr) e sul piccolo Alfie Evans. Vorrei ribadire e fortemente confermare che l’unico padrone della vita dall’inizio alla fine naturale è Dio, e che il nostro dovere è fare del tutto per custodire la vita. Pensiamo in silenzio e preghiamo perché sia rispettata la vita di tutte le persone, specialmente di questi due fratelli nostri».

Francesco era già intervenuto altre due volte a proposito di Alfie. La prima con un tweet pubblicato sul proprio account ufficiale lo scorso 4 aprile («È la mia sincera speranza che possa essere fatto tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans e che la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata. Prego per Alfie, per la sua famiglia e per tutte le persone coinvolte»); la seconda vota domenica scorsa al termine del Regina Coeli, quando disse: «Affido alla vostra preghiera le persone, come Vincent Lambert, in Francia, il piccolo Alfie Evans, in Inghilterra, e altre in diversi Paesi, che vivono, a volte da lungo tempo, in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari. Sono situazioni delicate, molto dolorose e complesse. Preghiamo perché ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari, con grande rispetto per la vita».

Rispetto per la vita, dunque. Un concetto che il papa ha ribadito, in generale, in numerose occasioni, accostandolo spesso all’esortazione di combattere quella che lui ha definito la «cultura dello scarto», della quale sono vittime le persone più deboli e indifese, come, appunto, i bambini, ma anche gli anziani, i disabili, i poveri, i migranti, i profughi.

Sette punti critici

Eppure, nonostante questi appelli, gli attivisti pro-vita di tutto il mondo non sembrano essere tra i più grandi fan del papa. È quanto nota John-Henry Westen in un articolo  su lifesitenews (https://www.lifesitenews.com/blogs/7-reasons-why-pro-lifers-are-unhappy-with-pope-francis-leadership)  nel quale spiega che se Giovanni Paolo II era considerato il leader mondiale del movimento per la vita e anche Benedetto XVI veniva visto come un convinto difensore della vita, oggi, con Francesco, la situazione è molto diversa

Perché? I principali motivi, secondo Westen, sono sette.

Il primo è che fin dall’inizio di questo pontificato c’è stato un evidente cambiamento nel grado di attenzione verso la vita rispetto ad altre preoccupazioni. Decisivo, sotto questo profilo, un passaggio dell’intervista del papa alla Civiltà cattolica, nel 2013: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione».

Questa linea è stata confermata in seguito, sia nelle interviste sia negli insegnamenti ufficiali, fino all’ultima esortazione apostolica Gaudete et exsultate, dove troviamo due punti nei quali la questione dell’aborto è menzionata sì, ma con lo scopo, più che altro, di criticare i pro-life: «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto» (101); «Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli» (102).

Questo atteggiamento di Francesco – ed è il terzo punto indicato da Westen – va di pari passo con l’ammirazione, pubblicamente espressa, per una storica rappresentante radicale da lui definita «grande italiana» per il suo lavoro in materia di immigrazione, un giudizio che ha sconcertato e addolorato tanti sostenitori della vita che non possono dimenticare l’impegno diretto e continuativo di quell’esponente politica a favore dell’aborto e della cultura della morte.  Senza contare che, proprio in virtù dell’elogio papale, la signora (che in una terribile foto di alcuni decenni fa possiamo vedere impegnata a insegnare come praticare aborti in modo rudimentale) è stata invitata a parlare in alcune chiese cattoliche.

Inoltre, ed è il quarto punto, dopo l’elezione di papa Francesco il Vaticano ha incominciato a ospitare, per interventi pubblici, personaggi che sono strenui paladini del controllo demografico fondato su contraccezione e aborto. È il caso, per esempio, di  Paul Ehrlich , profeta della bomba demografica, del demografo John Bongaarts , dell’ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, dell’economista e consulente Onu Jeffrey Sachs e del professor John Schellnhuber, catastrofista accanito, secondo il quale l’unica soluzione per i guai del mondo sta nella riduzione drastica della popolazione. Né si può dimenticare che il responsabile del Pontificio consiglio per le scienze del Vaticano, monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, è lui stesso un sostenitore del «population control».

Tra i vescovi e i cardinali tenuti in alta considerazione da Francesco (quinto punto) ce ne sono alcuni che non si segnalano certamente per la loro sintonia con i pro-life, mentre uomini di Chiesa apertamente pro-vita sono caduti in disgrazia. Tra i primi si possono ricordare il cardinale americano Blase Cupich, i belgi Danneels e de Kesel e il tedesco Kasper. Al contrario, cardinali come Burke e Müller, dichiaratamente pro-life, stati emarginati.

Francesco, rileva Westen, ha inoltre ridimensionato l’impegno pro-life della Pontificia accademia per la vita, nominandone membri, fra gli altri, personaggi favorevoli all’aborto  come il rabbino Fernando Szlajen (secondo il quale la Bibbia richiederebbe di abortire nel caso di pericolo per la vita della madre, di stupro e di patologie irreversibili o terminali nel feto), e il teologo anglicano Nigel Biggar, che ha detto: «Sarei incline a determinare una possibilità di aborto fino alla diciottesima settimana dopo la concezione, che è approssimativamente il tempo più prossimo all’evidenza di un’attività cerebrale e dunque della coscienza» , posizione diversissima da quella cattolica, secondo la quale siamo di fronte a una persona, con piena dignità, fin dal primissimo istante del concepimento.

Infine – settimo punto –  papa Francesco ha espresso una certa sintonia, specie nella Laudato sì’,  verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2015-2030 formulati dalle Nazioni Unite, se non che fra tali obiettivi c’è anche il 3.7, dove si chiede di «garantire entro il 2030 l’accesso universale ai servizi di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, inclusa la pianificazione familiare, l’informazione, l’educazione e l’integrazione della salute riproduttiva nelle strategie e nei programmi nazionali», e sappiamo che il concetto di pianificazione familiare include contraccezione e aborto.

Questo il quadro tracciato da John-Henry Westen e rispetto al quale occorre seriamente interrogarsi. Specie alla luce delle domande che proprio una vicenda come quella di Alfie Evans sta mettendo drammaticamente in evidenza.

Se il dovere della felicità nega la libertà

Su La Nuova Bussola Quotidiana (http://lanuovabq.it/it/lo-stato-e-il-dovere-della-felicita-a-danno-della-liberta) il professor Michele Paolini Paoletti scrive molto opportunamente: «Uno degli aspetti più apparentemente paradossali di questa storia è che il paese in cui è nato il liberalismo moderno – il Regno Unito – sia anche il luogo in cui si mina il diritto alla vita di un bimbo. Il diritto alla vita è giustamente annoverato tra i primi diritti indisponibili in tutte le dichiarazioni dei diritti umani ed in tutti i testi classici del liberalismo. In generale, nessuno può privare un essere umano della propria vita, anche se in alcune legislazioni si ammettono eccezioni come la legittima difesa e la pena di morte, che non hanno a che fare con il caso di Alfie». Ma allora, «come è possibile che lo Stato britannico, per mezzo dei suoi giudici, giunga ora ad imporre la morte ad un bimbo nel “miglior interesse” di quest’ultimo? La risposta sembra semplice: perché sono tutti impazziti. E non è lontana dal vero, in effetti, perché la permanenza nell’errore da parte di molti sta rasentando la follia. Ma se vogliamo combattere una battaglia culturale davvero efficace, dobbiamo comprendere la logica che ci ha condotti fin qui. A mio avviso, una svolta decisiva è giunta nel momento in cui si è imposto allo Stato di tutelare i cosiddetti “diritti positivi”. I diritti che ho prima citato sono tutti negativi. Dire che ciascuno di noi ha diritto alla vita equivale ad affermare che nessuno – neppure lo Stato – può privarci della vita. Dire che ciascuno di noi ha diritto alla libertà equivale ad affermare che nessuno – neppure lo Stato – può privarci della libertà. E così via. Nondimeno, gli Stati moderni si sono posti anche il compito di tutelare altri diritti: quelli al possesso di qualcosa o al raggiungimento di un certo stato. Ad esempio: il diritto al lavoro, quello alla casa, o quello al reddito (come si propone da alcuni anni). E, più in generale, un non ben definito diritto alla felicità o al benessere dei suoi cittadini. Tali diritti sono appunto positivi. Ora, la tutela e la promozione dei diritti positivi da parte dello Stato sembra essere un atto innocente e ben gradito. Chi non sarebbe lieto di ricevere dallo Stato una casa, un lavoro e un reddito? Eppure, nei diritti positivi si cela una trappola quasi diabolica. Se io ho il diritto a godere di un certo benessere, lo Stato ha il dovere di garantirmi quel benessere. Ma per garantirmi un certo benessere, lo Stato deve definire: (a) in cosa consista più precisamente il mio benessere; (b) quali sono le situazioni che lo realizzano (che devono essere predisposte dallo Stato con le sue risorse); (c) quali sono le situazioni che lo impediscono (che devono essere eliminate dallo Stato, eventualmente anche tramite la coercizione). In aggiunta, i “vecchi” diritti negativi sembrano impallidire di fronte alla concretezza dei diritti positivi. Perché curarsi della propria libertà, quando lo Stato può metterti in una condizione di benessere se solo rinunci ad un pezzetto (più o meno grande) di quella libertà? Ed eccoci ad Alfie. Il benessere di Alfie – stabilisce lo Stato – consiste nel condurre una vita votata al maggior numero possibile di piaceri fisici e al minor numero possibile di dolori fisici. La situazione di Alfie, però, impedisce di realizzare questo genere di benessere. Dunque, Alfie deve morire: è nel suo “miglior interesse”, la sua vita non è utile al progetto di benessere sanzionato dallo Stato. E così sia. Chiaramente, la tutela dei diritti positivi da parte dello Stato apre spiragli sempre più ampi al totalitarismo. Lo Stato, volendo garantire a ciascuno di noi una certa condizione positiva, si prende la briga di stabilire cosa dobbiamo desiderare e cosa non dobbiamo desiderare, come dobbiamo realizzare i nostri desideri e come non dobbiamo realizzarli. Insomma, lo Stato si prende la briga di decidere delle nostre vite. Noi abbiamo la missione di dire un secco “no!” a questa tendenza. Dobbiamo farlo anche quando lo Stato promette di tutelare i beni che ci stanno a cuore. Dietro quella promessa, infatti, si nasconde il ricatto del Potere, che ci strapperà lentamente quei beni e li fagociterà, lasciandoci sempre più soli ed inermi. Lo dobbiamo fare per Alfie».

Ecco, questa è la frontiera culturale sulla quale occorre collocarsi nell’impegno a favore della vita sempre e comunque. Una frontiera rispetto alla quale i vecchi slogan sullo sviluppo sostenibile, ora sposati in ritardo da tanti esponenti  della Chiesa cattolica che così credono di essere à la page, appaiono irrimediabilmente incongrui.

Contro la falsa libertà

Benedetto XVI, insediandosi sulla cattedra di vescovo di Roma (7 maggio 2005), in una storica omelia, dopo aver sottolineato che il papa «non deve proclamare la proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte a ogni opportunismo», ne ricavò due doveri oggi essenziali: il primo è quello di ripetere costantemente «Dominus Jesus, Gesù è il Signore», il secondo quello di predicare «in modo inequivocabile l’inviolabilità dell’essere umano, l’inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale», ed è questa l’unica via per contrastare «tutti i tentativi apparentemente benevoli verso l’uomo» e le «errate interpretazioni della libertà».

In un testo del 1947 (Il diritto alla vita prima della nascita, Morcelliana, Brescia, 2005) Romando Guardini mise in guardia con grande chiarezza dalla discriminazione operata sempre da chi postula «lo spaventoso concetto di una “vita priva di valore vitale”».

«Prime vittime furono i malati mentali e gli idioti, sarebbero seguiti gli incurabili – e, infatti, molti di essi vennero uccisi – e i vecchi e gli inabili al lavoro avrebbero chiuso la serie. Ma a questo punto la sfera dell’esistenza degna dell’uomo era definitivamente abbandonata, poiché una tale mentalità è barbarie nuda e cruda».

Scriveva ancora Guardini: «La malattia sopportata con coraggio, la incapacità di rendimento dalla quale fioriscano bontà, saggezza, maturità sono assai più “valori vitali” di una salute che renda brutali e di una perizia tecnica che estrometta l’esistenza».  «Al forte è affidato l’indifeso, e nel fatto che l’uno usa la sua superiorità per proteggere l’altro, sta la differenza tra forza e prepotenza».

In questo giorno triste, oltre a unire le nostre preghiere a quelle dei genitori di Alfie, meditiamo sulla lezione di papa Benedetto e di Guardini.

Aldo Maria Valli

 

 

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