In vacanza con Giacomo

Quest’anno la mia vacanza estiva è una «cacanza». Tutto merito di Giacomo, il mio nipotino.
Giacomo ha tre anni e quattro mesi, ed è un tipico rappresentante dell’infanzia moderna. Dimostra cinque anni, parla in continuazione, non sta mai fermo un secondo, mangia per quattro, ha una forza erculea e pretende che gli adulti siano tutti al suo servizio attraverso una forma di sottomissione molto vicina alla schiavitù.
Quando mia figlia, che ha anche una bimba più piccola, ha lanciato il suo grido di dolore, non ho potuto dirle di no. Come sottrarsi al dovere nonnesco?
Senza pensarci troppo ho risposto: «Va bene, starò io con Giacomo! Gli dedicherò il mio mese di ferie!». E così, mentre ci sono miei coetanei che festeggiano i sessant’anni in un resort alle Maldive, eccomi qui, abile (si fa per dire) e arruolato nella simpatica «cacanza».
Il che ha i suoi lati divertenti, non dico di no. Prendiamo la parlantina di Giacomo. Credo che questo bimbo abbia pronunciato in tre anni e quattro mesi più parole di quante il sottoscritto ne abbia mai dette in sessant’anni di vita, e il bello è che non accenna ad arrestarsi. Sicché ogni giorno ci delizia con i suoi neologismi. Quali il gelato al «pitacchio», ch’egli ama consumare in quantità industriale assieme al gusto (anzi «gutto») frutti di «bocco», la «bitecca» (che consumerebbe anche a colazione) e la «pecca» (la pesca), che l’infante vuole però rigorosamente sbucciata, altrimenti si mette a lanciare urla belluine e i vicini di casa chiamano il Telefono Azzurro.
La «cacanza» è appunto uno dei neologismi giacomeschi, la cui pervasività è tale che ormai in famiglia ci esprimiamo tutti in giacomese. Prima di uscire di casa, per esempio, infiliamo le «cappe» e chiudiamo la porta per non fare entrare i «rubanti».
L’esse impura per Giacomo è ancora un mistero impronunciabile, però ha imparato a dire benissimo la erre, che arrota con determinazione e in modo vagamente minaccioso, specie quando pronuncia uno dei circa ventottomila «perché» che ogni giorno mi rivolge su tutto.
«Nonno, perché hai frenato?».
«Perché davanti a noi l’auto ha frenato».
«E perché davanti a noi l’auto ha frenato?».
«Perché il semaforo è diventato rosso».
«E perché il semaforo è diventato rosso?».
«Perché il rosso indica che dobbiamo fermarci».
«E perché il rosso indica che dobbiamo fermarci?».
«Perché dobbiamo lasciar passare le altre auto».
«E perché dobbiamo lasciar passare le altre auto?».
«Perché ora tocca a loro passare».
«E perché ora tocca a loro passare?».
«Perché è così che funziona».
«E perché?».
Capirete che dopo un trattamento del genere, con la complicità del caldo opprimente e del traffico metropolitano, uno può anche andare fuori di testa. Ma guai a mostrare segni di cedimento. Se l’infante prende coscienza della tua debolezza, trova immediatamente nuovi e più efficaci modi per tormentarti.
Per esempio ordinandoti di infilare immediatamente il cd con le sue «cancioncine» preferite, le quali «cancioncine», a mio giudizio, se sottoposte all’ascolto di un bravo avvocato, potrebbero configurarsi quali reato di tortura.
Ma ovviamente la parola d’ordine è evitare al pargolo ogni trauma psichico. Sicché i traumi sono tutti, giustamente, a carico del nonno.
Il quale nonno di tanto in tanto, ricorrendo a qualche risibile sotterfugio, cerca di isolarsi dal mondo, così, tanto per tirare il fiato. Ma nulla sfugge a questo bambino che sembra aver frequentato un corso accelerato di investigazione privata e in men che non si dica mi scova, mi sgrida per essermi sottratto al dovere di nonno, mi requisisce e mi intima di giocare subito con il trenino, naturalmente sul pavimento, da dove, a causa del cronico mal di schiena, mi rialzerò, chissà quando, solo a prezzo di atroci dolori.
Ecco, i treni. Questo è un capitolo che merita approfondimento, perché Giacomo ama i treni. Ma che dico «ama»? Li adora, ne è completamente rapito. E soprattutto li vuole frequentare. Sicché eccoci ogni mattina, sotto la canicola, a bordo del trenino che dal nostro quartiere periferico conduce in centro città, dove, alla stazione d’arrivo, Giacomo, seguendo un rituale che non ammette varianti, si dirige verso il bar, consuma un tè freddo tramite cannuccia, paga alla cassa (cosa che vuol fare di persona) e sale sul treno di ritorno, ma non prima di aver sostato brevemente in preghiera davanti alla statua della Madonna del Ferroviere. Ogni giorno stesso cerimoniale, stessi gesti, stesa tempistica. Perché Giacomo è un metodico, un tradizionalista incallito, ed esige di replicare al millimetro ciò che ha fatto il giorno prima.
Ma dicevamo dei treni. I quali, non dico di no, sono stati anche una mia passione quand’ero piccolo, ma non in questa misura. Giacomo infatti, che ovviamente proclama di voler fare, da grande, il «macchinita», sa distinguere locomotive a vapore da locomotori diesel, ma anche frecce rosse, bianche e argento, convogli merci, treni urbani ed extraurbani, e se per caso tu, che non sei al suo livello, sbagli una definizione, ti fulmina così: «Ma nonno, non capisci proprio niente! Che tonto!». E tu non puoi che dargli ragione.
E che dire dei pomeriggi in piscina?
«Nonno, dai, vieni sotto l’acqua! Ma a occhi aperti, eh!».
«Ma Giacomo, il nonno non riesce a stare sott’acqua, ha paura e gli bruciano gli occhi».
«Ma nonno, che cosa dici? Vieni sotto!».
«Giacomo, non insistere…».
«Nonno, sei proprio tonto!».
«Grazie, Giacomo».
Una bella scuola di umiltà, non c’è che dire. Ma anche di ubbidienza.
Quando infatti, dopo ventottomila risposte ai suoi perché e svariate ore trascorse a giocare con lui sul pavimento, cedo alla sua richiesta, formulata sottovoce in un orecchio, di fargli vedere quel certo filmato di quel certo treno su YouTube (parola che Giacomo pronuncia perfettamente), ecco sopraggiungere mia figlia, la quale ruggisce: «Papà! Ti ho detto e ripetuto: niente video per Giacomo! Si imbruttisce, e io non voglio!». Al che il sottoscritto che cosa può fare se non ubbidire alla figlia, spiegare a Giacomo che i video su Youtube gli sono tassativamente vietati e cercare di consolarlo mentre lui urla e strepita manco lo stessero scuoiando e i vicini certamente stanno già richiamando il Telefono Azzurro?
Obbedire alla figlia, obbedire al nipotino, non prestare ascolto all’istinto che ti suggerisce di dartela a gambe. Ecco il cuore della «cacanza». Altro che corsi di sopravvivenza nel deserto o nella giungla! Grazie a Giacomo, penso che alla fine di questo luglio avrò accumulato esperienza sufficiente per chiedere l’arruolamento nei berretti verdi.
O forse no.
È lo stesso Giacomo a riportarmi alla realtà.
«Lui è mio nonno. È vecchio». Così il pargolo mi presenta alla giovane mamma di una bambina. Sono soddisfazioni!
Comunque, qui si tratta di portare a casa la pellaccia. E adesso il problema è convincere Giacomo a uscire dalla piscina. Siamo a mollo da tre ore, ma lui sguazza e salta come un delfino, mentre io mi sento uno straccio alla deriva. Che faccio? Lo alletto con la proposta di un lecca-lecca? Ma se poi mia figlia lo viene a sapere?
Domanda inutile: mia figlia sicuramente lo verrà a sapere. Il pargolo infatti le spiffera tutto. «Il nonno mi ha comperato un ghiacciolo anche se non era l’ora!». «Il nonno mi ha fatto vedere i cartoni anche se dovevo fare il riposino!». «Il nonno non mi ha legato al seggiolino!». «Il nonno mi ha chiesto se voglio farlo morire! Ma quando lui morisce?».
Ecco una bella domanda. La risposta, forse, alla fine della «cacanza».
Aldo Maria Valli

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