Con lo sguardo rivolto al mondo, non a Dio. Ovvero come snaturare la vita contemplativa

Fine dell’autonomia, burocratizzazione, abbandono della tradizione. La strada sbagliata di Cor orans e Vultum Dei quaerere

(ultimo di tre articoli)

Proseguiamo l’analisi di Cor orans, l’istruzione applicativa sulla vita contemplativa femminile, il documento che rende operativi i principi contenuti in Vultum Dei quaerere, la nuova costituzione apostolica sulla vita contemplativa femminile.

Quelle che Cor orans definisce “disposizioni finali” assomigliano molto a minacce.

Prima di tutto è scritto nero su bianco che entrare in una federazione è un “obbligo”, il che di per sé mette fine all’autonomia dei monasteri stessi. Poi si specifica che “tale obbligo vale anche per i monasteri associati ad un Istituto maschile o riuniti in Congregazione monastica autonoma”. E infine ecco il diktat: “I singoli monasteri devono ottemperare a questo entro un anno dalla pubblicazione della presente Istruzione, a meno che non siano stati legittimamente dispensati. Compiuto il tempo, questo Dicastero (la Congregazione  per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ndr) provvederà ad assegnare i monasteri a Federazioni o ad altre strutture di comunione già esistenti”.

Insomma, non si scappa. Ma colpisce anche il fatto che nell’intero documento troviamo ben undici deroghe ad altrettanti articoli del Codice di diritto canonico. Una vera rivoluzione. Domanda: tali deroghe, tutte specificamente approvate dal papa, non sono forse un po’ troppe per un’istruzione, ovvero per un documento che, in fin dei conti, dovrebbe solo avere una funzione applicativa della legge?

L’impressione, più che legittima, è di trovarsi di fronte a un diritto speciale per le monache, un modo di procedere che di fatto è la morte del diritto perché salta tutti i passaggi necessari per la tutela della giustizia e impedisce il ricorso contro i provvedimenti.

La parola “obbligo” compare ripetutamente, coronando così un documento il cui tono è in molte parti minaccioso e senza precedenti nei confronti di quella che un tempo era considerata la parte eletta della Chiesa, alla quale ci si rivolgeva con particolare delicatezza, e ora invece sembra, al più, una frangia tollerata.

Cor orans ha un contenuto ispirato a doppiezza. Da un lato si ribadisce l’autonomia dei monasteri, ma dall’altro l’autonomia è scardinata attraverso l’obbligo di affiliarsi alle federazioni.

Bisogna poi notare che i cambiamenti introdotti sono sostanziali rispetto alla vocazione monastica. Non si tratta solo di sfumature. Di fronte a Cor orans una monaca può avvertire che i nuovi contenuti non sono consoni ai voti già emessi. Si pensi alla nuova fisionomia dei monasteri, che vanno a perdere la propria autonomia, e anche all’obbligo di partecipare a corsi esterni.

L’esperienza degli ultimi decenni insegna che le federazioni hanno causato danni notevolissimi alla vita dei monasteri e alle singole monache. Eppure si insiste su questa strada e anzi la si fa diventare l’unica opzione possibile, all’insegna di un generico “rinnovamento” che di certo non è un valore per la vita di preghiera e di contemplazione.

Tra le righe ciò che viene detto, e anzi imposto, è che le contemplative devono cambiare il loro stile di vita, ma a supporto di una tale pretesa non vengono fornite spiegazioni che abbiano realmente a che fare con questioni spirituali e religiose. Tutto il documento si occupa invece di organizzazione, strutture, assemblee, corsi.

L’ispirazione di fondo è una sola: ri-orientarsi. Ma verso dove? Certamente non verso Dio, bensì verso il mondo e verso l’azione. Che si parli di clausura, formazione o ascesi, ciò che conta sembra essere introdurre cambiamenti.  Controllo centralizzato, fine dell’autonomia e burocratizzazione sono gli strumenti, il che è quanto meno singolare se si pensa all’insistenza di Francesco a favore dei processi di decentralizzazione nella Chiesa.

Nella conferenza stampa di presentazione di Cor orans (15 maggio 2018), monsignor José Rodríguez Carballo, giustificando i nuovi provvedimenti, ha sostenuto: “Di fatto, il Dicastero ha dovuto più volte constatare con rammarico l’esistenza di monasteri non più in grado di portare avanti una vita dignitosa, senza che ci fosse una legislazione che dicesse quando e come intervenire al riguardo: l’aver colmato questa lacuna legislativa è sicuramente uno dei punti più importanti e più attesi dell’istruzione”. Ora, ammesso che le norme introdotte da Cor orans siano le più efficaci per intervenire nei confronti dei monasteri che non conducono una vita “dignitosa” (ma che significa dignitosa?), non si vede perché, in concreto, tali norme debbano condizionare la vita di tutti i monasteri, anche di quelli ben vivi e desiderosi di mantenere la propria identità e le proprie tradizioni.

L’affiliazione alla federazione diviene un obbligo, salvo dispensa che può essere concessa dalla Santa Sede “per ragioni speciali, oggettive e motivate”. Ma dovrebbe essere il contrario: l’autonomia dovrebbe essere la condizione normale, salvo la necessità di affiliarsi alla federazione per motivi speciali.

Nella conferenza stampa monsignor Carballo ha sostenuto inoltre che “l’Istruzione, come già prima la Costituzione, riflette molto bene quanto le stesse monache hanno chiesto nelle risposte al questionario che alcuni anni fa era stato inviato a tutti i monasteri del mondo”, ma sulla base di testimonianze possiamo dire che questa circostanza risponde al vero solo in minima parte. Molti monasteri non sono nemmeno stati interpellati. Se davvero tutti i monasteri avessero ricevuto un questionario e avessero risposto, il dicastero avrebbe avuto bisogno di anni e anni per elaborare il tutto.

Il nuovo assetto ha insomma il sapore di una normalizzazione. Come spiega, per esempio, Marian T. Horvat (https://www.traditioninaction.org/HotTopics/P043_Contempl_1.htm), ciò che si vuole è che le monache cambino il proprio stile di vita, con l’aggiornamento come stella polare e senza la possibilità di fare ricorso al diritto per rivendicare la propria autonomia e libertà, perché proprio il diritto è stato usato per imporre la rivoluzione.

Il cardinale Braz de Aviz è stato chiaro quando ha detto (https://www.ncronline.org/news/world/cardinal-religious-those-who-abandon-vatican-ii-are-killing-themselves) che i religiosi che non seguono il Concilio Vaticano II stanno uccidendo loro stessi. Essere inseriti nel mondo, non chiudersi ai cambiamenti della vita moderna: queste le indicazioni date dal prefetto, perché i contesti sono cambiati e “Dio non è statico”.

Se questa è l’ispirazione di fondo, si capisce meglio lo spirito delle nuove norme. Anche nella vita contemplativa il collegamento con il mondo e con le “povertà” deve avere il sopravvento. “Pregate e intercedete per tanti fratelli e sorelle che sono carcerati, migranti, rifugiati e perseguitati”, chiede Cor orans (n. 6).  Siamo sicuri che le monache già lo fanno, perché pregano per tutti.

Aggiornarsi, non guardare al passato e alla tradizione, cambiare: la richiesta che arriva dai vertici vaticani è pressante e sembra ignorare del tutto il fatto che, nella generale crisi delle vocazioni, gli unici ordini che attirano davvero le nuove generazioni sono quelli che, ben radicati nella tradizione, conservano la loro identità a tutti i livelli, anche dal punto di vista liturgico. Perché i giovani, oggi più che mai, non sono attirati dalle analisi sociologiche applicate alla vita della Chiesa, non dai corsi di aggiornamento e dalla “formazione continua”, ma dall’incontro autentico con Cristo nel silenzio orante.

Chi sembra guardare al passato in realtà è proprio chi continua a indicare il Vaticano II come punto di riferimento obbligatorio, ignorando la richiesta di autenticità e di amore per la tradizione che sta emergendo sempre più chiaramente, in controtendenza rispetto a certi dogmi modernisti che hanno ampiamente fatto il loro tempo.

Del resto i risultati dei processi di “liberazione” di religiosi e religiose sono sotto gli occhi di tutti. Non chi si è radicato nella tradizione, ma chi l’ha abbandonata per abbracciare il mondo ha prosciugato il proprio patrimonio spirituale, a forza di aggiornamenti e aggiustamenti.

No, non saranno i corsi di formazione, le federazioni, la centralizzazione e l’uniformazione a rinvigorire la vita contemplativa. La strada è tutt’altra ed è indicata da quei religiosi e quelle religiose che nel silenzio e nell’isolamento coltivano la relazione di preghiera con Dio secondo tradizioni originali e radicate e offrono le loro vite per la conversione di tutte le anime.

Un grande mistico, don Divo Barsotti, che decise di vivere la propria vita di preghiera nell’isolamento, diceva che la Chiesa oggi cade in un grande equivoco quando pensa di dover liberare dalla povertà e non dal peccato.  L’assistenza sociale non sostituisce l’amore cristiano e nessun processo di “rinnovamento” potrà rafforzare la fede, la speranza e la carità. In un mondo pienamente secolarizzato la strada dei religiosi non è quella di secolarizzarsi a loro volta. “Non incontri l’uomo, se prima non hai incontrato Dio… La vera comunione col mondo si ha quando si è separati dal mondo, perché se noi non entriamo in rapporto col Signore, si perde di vista il Tutto” (Divo Barsotti, I cristiani vogliono essere cristiani).

Lasciamo che religiosi e religiose incontrino Dio senza essere disturbati.

Aldo Maria Valli

  1. Fine

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