Perché ci sentiamo sradicati in questa Chiesa liquida

È uscito il libro Sradicati. Dialoghi sulla Chiesa liquida (Edizioni Chorabooks)

dialogo a cuore aperto e a tutto campo tra il maestro Aurelio Porfiri e Aldo Maria Valli sulla situazione attuale della Chiesa. Dal libro, che ha la prefazione di monsignor Antronio Livi, proponiamo qui il capitolo dedicato alla famiglia.

Il nodo della famiglia

Aurelio Porfiri – Qui tocchiamo un punto veramente importante. Da quello che ho capito, è anche per i cambiamenti che coinvolgono la famiglia nel pensiero magisteriale che tu hai ripensato il tuo essere cattolico in questa Chiesa. Io penso dovremmo fare un discorso pre Amoris laetitia, per non rischiare che quello che andiamo a dire possa essere non chiaro. Tutti e due abbiamo famiglie e io ti voglio confessare una cosa che forse ti darà fastidio: a me non piacciono molto coloro che danno l’idea della famiglia come una cosa da “Mulino bianco”. Certo, ci sono gioie nella famiglia, ma ci sono anche molti dolori, e oggi ancora di più, proprio per i cambiamenti nella nostra società. Spesso si sta in famiglia come in croce. A volte questo Papa ha fatto riferimento a tali problemi. Ma è importante la famiglia? Certamente. Bisogna difendere la famiglia naturale e il matrimonio, ma non dalla prospettiva secondo cui si tratterebbe di qualcosa che è solo piacevole. Io penso che molte persone quando si sposano non fanno i conti con la il matrimonio nella sua globalità: pensano solo ai bei momenti iniziali. Da una parte bisogna difendere l’istituto del matrimonio, ma dall’altra bisogna comprenderne le tragedie. Non so tu, ma per quello che mi riguarda ho fatto ampia esperienza di famiglie infelici, disfunzionali, distruttive. Molti dei miei amici o conoscenti o convivono o sono separati. Insomma, non dipingiamo un quadro roseo. La famiglia è in gravissima crisi proprio perché si è perso il senso di che cosa sia una famiglia in ultima analisi, cioè un’alleanza di fronte a Dio. L’amore a volte c’è, a volte se ne va. Nella promessa di matrimonio promettiamo fedeltà alla sposa, non alla persona. Io credo sia una differenza fondamentale.

Aldo Maria Valli – Guarda, neppure io amo la famiglia felice secondo il modello che ci viene imposto dalla pubblicità. Perché è palesemente una finzione. Il Signore è stato molto buono con mia moglie e con il sottoscritto. Siamo sposati da trentaquattro anni, abbiamo sei figli e tre nipoti. Abbiamo creduto nella fedeltà coniugale e quando eravamo giovani ci siamo aperti alla vita, grazie al magistero di san Giovanni Paolo II. Il Signore non ci ha abbandonati mai. Nei momenti più difficili ci ha dato coraggio e ora ci sta dando una gioia grande: quando guardiamo indietro non abbiamo rimpianti. Tuttavia so bene che la famiglia può diventare una gabbia e una prigione. Può anche trasformarsi in calvario. Ciò non giustifica, in ogni caso, le soluzioni che vanno contro la famiglia in quanto alleanza. Che lo si voglia o no, la famiglia resta davvero la cellula fondamentale della società oltre che una piccola Chiesa. Disgregare la famiglia, minarne le basi, significa mettere a repentaglio la stessa vita sociale. Il dovere di difendere la famiglia, pertanto, va ben al di là dell’aspetto religioso. Qui entra in gioco l’idea di libertà, che oggi troppo spesso è intesa come un assoluto. San Paolo insegna che la vera libertà si trova nel servizio reciproco. L’assolutizzazione dell’autonomia dell’io (modello illuministico) porta invece all’infelicità e alla desolazione, come si può ben vedere guardandoci attorno.

AP – Certo, sono d’accordo con te. Bisogna difendere la famiglia come la cellula fondamentale della società e questo ha a che fare non solo con l’aspetto religioso, come tu dicevi. A me sembra però che negli ultimi decenni si sia molto intellettualizzata la concezione della vita famigliare, con voli pindarici della teologia forse belli, ma non essenziali. Dobbiamo fare i conti che molte persone che si sposano e forse non dovrebbero, perché poi non è vero che il matrimonio o i figli aggiustano tutto. Qualcuno mi diceva, o lo ha detto questo Papa (ma non sono sicuro) che probabilmente una percentuale elevata di matrimoni celebrati non sono validi in quanto mancano alcuni degli elementi per garantirne la validità, come la piena consapevolezza di quello che si sta facendo. Quante persone si sposano perché devono? Ed ecco che un tempo, quando l’amore iniziale scemava, si sopportava e si stringeva ancora di più quell’alleanza di cui parlavo in precedenza. C’erano matrimoni sbagliati anche in passato, naturalmente, ma si cercava di salvare capra e cavoli. Oggi tutto è spesso identificato con l’amore iniziale, l’innamoramento, che passa e pure in fretta. Ecco che non si riesce a superare quella crisi: si vorrebbe vivere in un perpetuo innamoramento, che non è possibile. Ecco perché focalizzare il tutto sull’aspetto dell’alleanza è per me molto salutare e veritiero. In fondo tutti possono sposarsi, anche persone che non avranno mai la consapevolezza, per quanto gliela spieghi, delle profondità teologiche sul matrimonio. Si faccia capire che si sta contraendo un’alleanza con un’altra persona, forse si darebbe una visione più veritiera. Certo è bello sentire che ci sono famiglie felici dopo molti anni insieme. Vivrò in un ambiente corrotto, ma non ne ho viste molte attorno a me, anche se ripenso agli anni della mia adolescenza. Bisogna fare i conti con questo? Bisogna chiamare il problema per nome? Certo, si deve, non dimenticando che è un problema, non una soluzione. Quello che accade nella Chiesa per la famiglia è che i problemi divengono soluzioni, ma questo accade per tutto, anche nella liturgia. Si cantano cose inadeguate e commerciali? Allora permettiamo che vengano cantate in modo che non sarà più un problema ma un dato di fatto. Questo perché il confine tra lecito e illecito è oggi molto sbiadito.

AMV – Siamo su un terreno estremamente sdrucciolevole, e confesso che io non mi sento in grado di esprimere valutazioni nette. L’argomento è molto ampio e rischia di sfuggire di mano. Mi limito a chiedere alla nostra Santa Madre Chiesa di non abbassare continuamente il livello della proposta, ritenendo che il modello di famiglia cristiana, fondata sul matrimonio cattolico, sia troppo elevato. So di certi religiosi che in una grande città italiana consigliano ai giovani (discernimento, lo chiamano) di convivere per un  po’ prima del matrimonio, perché ciò farebbe bene alla coppia ed eviterebbe errori. So di parroci che evitano di proporre discorsi troppo espliciti su indissolubilità e apertura alla vita per non turbare o non offendere le pecorelle che si rivolgono loro. Ecco, secondo me in questo modo non si è più misericordiosi: si è semplicemente meno cattolici. È vero, le difficoltà sono tante, ma davanti a una bella proposta di vita, trasmessa in modo entusiasmante, le anime sono ancora in grado di rispondere positivamente. Il fatto è che troppo spesso la proposta non arriva perché chi dovrebbe farla non ne è capace, oppure non vi crede fino in fondo, o non vi crede per niente. Questo, secondo me, è il dramma.

AP – Certo, su questo punto hai ragione. Probabilmente la proposta della famiglia non viene fatta in tutta la sua dirompenza e quindi le persone non sono in grado di capire quello a cui vanno incontro, nel bene e nel male. La Casti connubii di Pio XI del 1930 aveva queste frasi: “Mediante il connubio, dunque, si congiungono e si stringono intimamente gli animi, e questi prima e più fortemente che non i corpi, né già per un passeggero affetto dei sensi o dell’animo, ma per un decreto fermo e deliberato di volontà; e da questa fusione di anime, così avendo Dio stabilito, sorge un vincolo sacro ed inviolabile. Tale natura, affatto propria e speciale di questo contratto, lo rende totalmente diverso, non solo dagli accoppiamenti fatti per cieco istinto naturale fra gli animali, in cui non può esservi ragione o volontà deliberata, ma altresì da quegli instabili connubii umani, che sono disgiunti da qualsivoglia vero ed onesto vincolo di volontà e destituiti di qualsiasi diritto di domestica convivenza”. Io credo che sia l’idea che menzionavo, quella dell’alleanza che prescinde dalle difficoltà del momento. L’unione è prima degli animi e poi dei corpi. Non so che ne pensi, ma mi sembra che ci fosse maggiore senso pratico, e forse anche più verità, in questa visione. A volte ci fanno pensare che l’ideale del matrimonio cristiano sia inarrivabile e ha come suo modello la famiglia del “Mulino bianco”, dove tutti sorridono e sono felici da mattina a sera.

AMV – Tempo fa un importante cardinale mi ha confidato: “Dopo che, con Benedetto XVI e i valori non negoziabili, la nostra proposta sulla famiglia ha fallito, c’era bisogno di cambiare linea: Francesco è il volto del cambiamento. Ora puntiamo sulla bontà di Dio, che accoglie e comprende, non sull’obbligo morale che deriva dalla scelta di fede”. Credo che quel  cardinale sia stato abbastanza onesto nel riassumere così la proposta. Ma non si rende conto del duplice errore. Prima la Chiesa, puntando con insistenza sui valori non negoziabili, trasformava in discorso esclusivamente o principalmente  politico quella che dovrebbe essere una bella e chiara proposta rivolta ai fedeli. Ed ora, puntando sul misericordismo, cede al sentimentalismo dilagante, dimenticando l’intera lezione di Giovanni Paolo II sull’unione di ragione e fede. Vedo qui un deficit culturale non da poco da parte della Chiesa, che sbanda da una parte o dall’altra perché è più attenta al giudizio del mondo che all’integrità del suo messaggio. Dopo di che è chiaro che la storia di ogni coppia e di ogni famiglia è storia a sé. È chiaro che ci sono le debolezze, i fallimenti, i peccati. Ma non per questo la proposta deve smettere di essere chiara. E la proposta è semplice: matrimonio fra un uomo e una donna, fondato sull’indissolubilità, sul mutuo servizio, sull’apertura alla vita e sulla presenza di Dio nell’unione. Un punto, quest’ultimo, che è decisivo.  Ma se tu, Chiesa, prima fai di questa proposta una bandiera politica e poi la disconosci e cedi al pensiero dominante, non rendi certamente un buon servizio alle pecorelle delle quali ti devi occupare.

AP – Certo, la situazione attuale è molto preoccupante, quasi disperata. Io so che tu vedi con particolare severità la Amoris laetitia, e non sei solo in questo. Io credo che Giovanni Paolo II, non esente come gli altri anche da errori, abbia cercato di arginare una marea montante che poi ha comunque trovato il suo sfogo. Questo è un processo che va oltre i Papi. Anzi, alcuni di essi hanno tentato di fermarlo, ma forse invano. Lo vedo come un processo storico di dissoluzione di proporzioni colossali. Pensiamo, anche al di fuori della Chiesa, allo svilimento della mascolinità, della virilità, dell’essere uomini. E qui bisognerebbe parlare anche di certe esagerazioni legate al discorso sulle molestie. Insomma, a me sembra che si arrivi al matrimonio già devastati da una cultura intorno a noi che, forse non lo abbiamo detto in precedenza ma è implicito, non è più cattolica. Viviamo in una società in cui il cattolicesimo è un’opzione fra le altre, e non la più gettonata.

AMV – Direi che è una società non più cristiana, ma profondamente pagana. Cattolica non lo è più da un pezzo, ma qualcosa di cristiano sopravviveva. Ora invece, a una velocità strabiliante, quel poco di cristianesimo che resisteva viene spazzato via giorno dopo giorno. Ecco perché dico che la crisi, prima che della fede, è della ragione. Gettando alle ortiche la filosofia cristiana, il pensare di impronta cristiana, diventiamo barbari: cadiamo nelle superstizioni, non sappiamo più distinguere il bene e il male, il buono e il cattivo, il bello e il brutto. Non ci interroghiamo più sulla verità. La filosofia naturale, il modo di conoscere e di pensare che corrisponde alla nostra natura di esseri razionali, ossia il realismo metafisico, viene fatta ogni giorno a pezzi in nome di principi del tutto illogici e irrazionali, ma imposti ideologicamente come necessari. Così abbiamo, per esempio, il matrimonio tra persone dello stesso sesso e i figli di coppie dello stesso sesso. Tu capisci che, in queste condizioni, ci tocca ogni giorno combattere non tanto per le verità cattoliche, quanto, prima ancora, per le verità umane universali. Un compito immane, data la subcultura nella quale siamo immersi. Ma a questo siamo chiamati oggi. E in quanto padre e nonno ti posso assicurare che questa battaglia si combatte prima di tutto sul piano educativo, in famiglia, nella relazione con i nostri figli e nipoti. Ecco perché i nemici della fede cattolica, che sono i nemici della ragione, vogliono distruggere la famiglia.

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