Ma la religione è morta?

In questi giorni, per vari motivi, mi sono arrampicato sulla scaletta e ho messo mano ai libri che se ne stanno a prendere polvere in alto, sugli scaffali irraggiungibili. Dopo aver starnutito cinque volte, l’occhio mi è andato su un librino dalla copertina marrone e il librino, come a volte succede, mi ha detto: “Leggimi”. E così mi sono messo a leggere. E non l’ho più mollato.

Il librino si intitola Religione e futuro ed è di Sergio Quinzio (1927 – 1996), teologo (a modo suo) ed esegeta (a modo suo) che forse i lettori più anziani ricorderanno.

L’edizione che mi è ricapitata in mano è di Adelphi e risale al 2001, ma il libro è del 1962, e la cosa va considerata. Quinzio, che all’epoca aveva trentaquattro anni, lo scrisse infatti mentre si apriva il Concilio Vaticano II.

Dunque apro il librino e subito, nel paragrafo intitolato La scomparsa della religione, trovo questa affermazione folgorante: «Una parola che potrebbe tranquillamente essere cancellata dai nostri vocabolari, senza che nessuno dei nostri attuali concetti risultasse per questo inesprimibile, è la parola “sacro”».

Ohibò, mi son detto. Ecco perché il librino mi ha chiamato. Da tempo vado riflettendo sulla fine del sacro, ed ecco qui un autore che tanti anni fa diceva quello che penso io.

L’etimologia della parola sacro è alquanto complessa e ora non starò qui a farla lunga. Diciamo che le sue radici ci portano ai concetti da un lato di separare e interdire, dall’altro di seguire e adorare. È sacro ciò che non è profano. È sacro ciò che attiene a Dio, non all’ordinario. Il tempo e lo spazio sacri sono speciali, separati dal tempo e dallo spazio ordinari. È sacro ciò che ci conduce a Dio e alla sua adorazione.

Ora, come dice Quinzio, la parola «sacro» in nessun modo potrebbe essere cancellata dai vocabolari delle civiltà che ci hanno preceduto. Se lo facessimo, le priveremmo di qualcosa di essenziale per consentire loro di dire che cos’è la vita, la realtà, l’uomo stesso. Oggi noi, invece, possiamo benissimo fare a meno della parola «sacro». Se per le civiltà precedenti era sacro tutto, per noi oggi non è sacro nulla, e anzi riteniamo che sia cosa bella e utile il dissacrare.

Non intendo qui imbarcarmi, anche perché non ne sarei capace, in una disquisizione a proposito della modernità o post-modernità, ma penso sia difficile negare che un tratto distintivo del nostro tempo è proprio la negazione del sacro. Non ci sono più spazi e tempi riservati, separati, interdetti. Tutto è mescolato. Non ci sono più spazi e tempi rispetto ai quali l’uomo fa un passo indietro e lascia il posto a Dio. Anzi, spesso, anche da parte di uomini di Chiesa, si ha la pretesa che sia Dio a fare un passo indietro per lasciare spazio all’uomo.

Perfino le persone che credono in Dio dimostrano di non possedere più un’idea del sacro. Non c’è bisogno di essere antropologi della religione. Basta andare in una qualsiasi chiesa cattolica in una qualsiasi domenica per rendersene conto. I fedeli entrano nella chiesa, luogo che dovrebbe essere sacro, come se entrassero in una sala per riunioni. Pochissimi quelli che si genuflettono, pochissimi quelli che si fanno un segno della croce degno di questo nome. Pochissimi quelli che assumono un atteggiamento di riverenza. Il silenzio, espressione del sacro, è a sua volta eliminato e sostituito dal protagonismo dell’uomo che celebra se stesso.

D’altra parte, che cosa poteva aspettarsi la Chiesa cattolica dopo che per decenni ha fatto di tutto per eliminare o per lo meno ridurre e annacquare il senso del sacro? Non voglio qui tornare su questioni trite e ritrite come lo spostamento dell’altare, l’orientamento del celebrante verso l’assemblea, l’eliminazione delle balaustre, l’abbigliamento stesso del celebrante, l’accesso indiscriminato dei laici al presbiterio eccetera eccetera. È chiaro che la Chiesa stessa, per moltissimi motivi che non staremo a rivangare, ha lavorato per desacralizzare il più possibile. Il risultato, come scrive Quinzio, è che per noi, anche per noi credenti, anche per noi cattolici, «non è sacro niente» e perfino quando celebriamo un rito, per quanto solenne possa essere, in realtà non rendiamo gloria a Dio, ma contempliamo noi stessi.

Ma nelle riflessioni di Sergio Quinzio (ripeto: anno 1962) ci sono molti altri punti che mi hanno costretto a restare con il naso incollato alle pagine polverose.

Sentite qui: «La religione, da cosa virile, è diventata cosa tipicamente femminile, da donnicciole, e i nostri ragazzi considerano un punto d’onore e una prova di maturità disprezzarla».

Ecco, espresso in due righe, un concetto al quale mi capita di pensare quando sento dire che nella Chiesa bisogna dare più spazio alla donna. Ora so che sarò giudicato maschilista, retrogrado e tutto il resto, ma penso che la richiesta di dare più spazio alla donna possa essere avanzata solo da chi non conosce la realtà della Chiesa. Perché oggi nelle parrocchie le donne hanno già spazio, moltissimo, forse  troppo. Non per colpa loro, sia chiaro, ma per colpa di maschi che non ci sono, che sono spariti. E così è difficile negare che sia in atto un processo di femminilizzazione del cattolicesimo.

Ma vado avanti. Riflettendo sulle chiese protestanti, verso le quali è di moda per noi cattolici cercare affannosamente un  dialogo, come se da ciò dipendesse il destino della nostra Chiesa, a un certo punto l’autore afferma che «la sopravvivenza di queste chiese nel mondo contemporaneo è pagata al prezzo della rinuncia alla loro fede, che è stata più o meno ovunque trasformata in generico moralismo liberaleggiante». Ed è vero, verissimo, come si può ben vedere andando a fare un giro nel Nord Europa. Pertanto viene da chiedersi perché noi cattolici dobbiamo tanto ricercare il dialogo con qualcuno che, di fatto, si è spogliato o si sta spogliando della propria fede, e non dovremmo invece cercare di convertire questi fratelli.

Molte altre sarebbero  le pagine da sottolineare. Per esempio quando Quinzio osserva che oggi, non essendoci più la religione, non c’è più neppure l’ateismo (bei tempi quelli in cui religiosi e atei si affrontavano a viso aperto. Oggi, invece, domina purtroppo l’indifferenza, che emerge anche tra coloro che, solo nominalmente, ancora si definiscono religiosi e atei) o quando annota che abbiamo ridotto Dio a un padre di oggi, succube dei figli, togliendogli ogni capacità di giudizio, oppure quando dice che la religione (e qui il pensiero va a tutti i nostri dolciastri teorici dell’ascolto, della tolleranza, dell’apertura) se è davvero tale non è vaga e affettata consolazione, ma «è una cosa potente», assoluta, che riguarda il sangue e la morte.

E che dire dei passaggi in cui l’autore osserva che la religione non produce più nulla? Guardiamo a noi cattolici: non più poesia, non più architettura, non più musica, non più pittura. Solo, al più, scimmiottature o «provocazioni» (parola che piace a chi non ha nulla da dire) o, addirittura, contro-testimonianze (come si vede bene nel caso delle orrende nuove chiese, progettate e costruite per far scappare i fedeli e non per farli entrare).

Mi fermo qui, perché le citazioni sarebbero innumerevoli. Quinzio arriva a dire senza mezzi termini che la religione è morta e che, sebbene i «cadaveri rituali della grandi religioni» continuino a essere in circolazione, la realtà è che l’uomo di oggi vive senza religione e non ne avverte il bisogno (tanto che non possiede neppure più un vocabolario adeguato).

A quasi sessant’anni dalla prima edizione del libro, si può forse aggiungere che qualche sintomo di un ritorno al religioso si avverte, ma la risposta consiste per lo più nel piegare le religioni alle esigenze dell’uomo: c’è una strumentalizzazione del religioso da parte dell’uomo, che non sa più abbandonarsi alla contemplazione, al rendere gloria, che non sa più provare stupore, ma, invadente e presuntuoso, mette sempre se stesso al centro.

Conclusione? «La verità è che ha subìto un crollo terribile la capacità dell’uomo di credere e di sperare». È proprio questa capacità, decisiva «che non si è travasata se non in minima parte nella cultura e nelle civiltà moderne».

Che tristezza, dirà qualcuno. No. Come osserva lo stesso Quinzio in uno dei suoi Frammenti di religione (la parte conclusiva del librino), «ogni tempo, dice l’Ecclesiaste, ha il suo significato», e quindi anche il nostro ce l’ha. Cercare di riconoscerlo, con l’aiuto del Signore, può forse essere il senso di questo nostro tempo.

Aldo Maria Valli

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