La sodomia? Peste che distrugge la la Chiesa. Parola di san Pier Damiani

Qualcuno ha notato  che l’imbarazzante summit vaticano sugli abusi, molto attento a lasciare da parte la questione dell’omosessualità, si è aperto proprio nel giorno (il 21 febbraio) in cui la Chiesa cattolica ricorda san Pier Damiani, autore di quel Liber Gomorrhianus, in italiano Libro gomorriano o Libro di Gomorra, nel quale la sodomia è condannata con parole di fuoco.

La circostanza, del tutto ignorata dagli organizzatori del summit, ci spinge a dare un’occhiata a quanto scriveva il santo teologo, vescovo e cardinale, vissuto dal 1007 al 1072 e proclamato dottore della Chiesa nel 1828.

Sentite. “Questa pestilenziale tirannia di Sodoma rende gli uomini turpi e spinge all’odio verso Dio; trama turpi guerre contro Dio; schiaccia i suoi schiavi sotto il peso dello spirito d’iniquità, recide il loro legame con gli angeli, sottrae l’infelice anima alla sua nobiltà sottomettendola al giogo del proprio dominio. Essa priva i suoi schiavi delle armi della virtù e li espone ad essere trapassati dalle saette di tutti i vizi”.

E ancora: “Questa peste scuote il fondamento della fede, snerva la forza della speranza, dissipa il vincolo della carità, elimina la giustizia, scalza la fortezza, sottrae la temperanza, smorza l’acume della prudenza; e una volta che ha espulso ogni cuneo delle virtù dalla curia del cuore umano, vi intromette ogni barbarie di vizi”.

Di fronte a tale “peste” è necessario, spiega il santo, che la Chiesa intervenga con decisione quando la sodomia si diffonde tra i chierici.

“Un chierico o un monaco che molesta gli adolescenti o i giovani, o chi è stato sorpreso a baciare o in un altro turpe atteggiamento, venga sferzato pubblicamente e perda la sua tonsura. Dopo essere stato rasato, venga ricoperto di sputi e stretto con catene di ferro, venga lasciato marcire nell’angustia del carcere per sei mesi. Al vespro, per tre giorni la settimana mangi pane d’orzo. Dopo, per altri sei mesi, sotto la custodia di un padre spirituale, vivendo segregato in un piccolo cortile, venga occupato con lavori manuali e con la preghiera. Sia sottoposto a digiuni, e cammini sempre sotto la custodia di due fratelli spirituali, senza alcuna frase perversa, o venga unito in concilio con i più giovani. Questo sodomita valuti a fondo se abbia amministrato bene i suoi uffici ecclesiastici, poiché la sacra autorità giudica questi oltraggi tanto ignominiosi e tanto turpi”.

In ogni caso, anche se  “la mano della severa punizione non lo affronterà al più presto”, possiamo essere certi che “la spada del furore divino  infierirà terribilmente” su questo “vizio assai scellerato e obbrobrioso”, vero e proprio “cancro nell’ordine ecclesiastico”.

Senza dimenticare che queste cose Pier Damiani le scriveva a un papa, Leone IX, è chiaro che il linguaggio del santo alle nostre orecchie suona incredibilmente duro, eppure l’analogia con la situazione presente non può essere sottaciuta.

Il Liber Gomorrhianus uscì in un momento in cui la corruzione morale nel clero era diffusa, fino ai vertici del mondo ecclesiastico. Ecco perché il monaco e futuro cardinale lanciava l’allarme. Quella “peste” non metteva a rischio solo la salvezza delle anime coinvolte, ma l’esistenza della Chiesa stessa.

Interessante è notare che Pier Damiani fonda la condanna dell’omosessualità sulle sacre scritture: “Questa turpitudine viene giustamente considerata il peggiore fra i crimini – afferma –  poiché sta scritto che l’onnipotente Iddio l’ebbe in odio sempre ed allo stesso modo, tanto che mentre per gli altri vizi stabilì dei freni mediante il precetto legale, questo vizio volle condannarlo con la punizione della più rigorosa vendetta. Non si può nascondere infatti che Egli distrusse le due famigerate città di Sodoma e Gomorra, e tutte le zone confinanti, inviando dal cielo la pioggia di fuoco e zolfo”.

“Questo vizio – spiega poi – non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti uccide il corpo, rovina l’anima, contamina la carne, estingue la luce dell’intelletto, scaccia lo Spirito Santo dal tempio dell’anima, vi introduce il demonio istigatore della lussuria, induce nell’errore, svelle in radice la verità dalla mente ingannata, prepara insidie al viatore, lo getta in un abisso, ve lo chiude per non farlo più uscire, gli apre l’Inferno, gli serra la porta del Paradiso, lo trasforma da cittadino della celeste Gerusalemme in erede dell’infernale Babilonia, da stella del cielo in paglia destinata al fuoco eterno, lo separa dalla comunione della Chiesa e lo getta nel vorace e ribollente fuoco infernale”.

Tanta durezza nasceva dalla consapevolezza del pericolo. Come detto, in gioco c’era la sopravvivenza stessa della fede e della Chiesa.

Il professor Roberto de Mattei, che al Liber Gomorrhianus ha dedicato uno studio, commenta così gli allarmi lanciati dal santo: “Mille anni sono passati da allora e mille erano allora passati dalla morte e Resurrezione di Cristo. Ma la voce di Pier Damiani risuona, oggi come ieri, di sprone e di conforto per tutti coloro che nella storia avrebbero come lui combattuto, sofferto, gridato e sperato. Pier Damiani sentì la fragilità della carne, il peso del peccato, la caducità delle cose del mondo, l’avanzare inesorabile della morte, ma si abbandonò con fiducia alla misericordia di Dio e ottenne la celeste ricompensa. Fu universalmente venerato come santo sin dal momento della sua morte”.

Domanda che viene facile a noi moderni: Pier Damiani, collocato da Dante nel settimo cielo, tra i contemplativi, fu forse un uomo obnubilato dal pregiudizio e prigioniero delle paure medievali?

Nient’affatto, risponde de Mattei. Anzi, il suo fu spirito di verità, perché “non distolse lo sguardo davanti alla lordura morale, ma sollevò il velo con cui gli altri ecclesiastici volevano coprire il male e ne mostrò la deformità e l’orrore”. Il suo fu inoltre spirito soprannaturale, “perché non si fece intimorire dal falso giudizio del mondo, ma tutto considerò alla luce della legge divina e naturale”. E spirito profetico, “perché non solo vide i mali, ma ne previde le conseguenze nella società e nella vita delle anime e ne indicò i rimedi necessari, in una vita di Grazia, di penitenza e di lotta. Non moderò il linguaggio, ma lo rese infuocato per mostrare tutta la sua indignazione. Non ebbe timore di esprimere il suo odio intransigente verso il peccato e fu proprio quest’odio a rendere incandescente il suo amore per la Verità ed il Bene”.

Ma il  Liber Gomorrhianus, come annota de Mattei, denuncia qualcosa di peggio del vizio morale praticato e teorizzato: “È il silenzio di chi dovrebbe parlare, l’astensione di chi dovrebbe intervenire, il legame di complicità che si stabilisce tra i malvagi e coloro che con il pretesto di evitare lo scandalo tacciono e tacendo acconsentono”.

Parole che si attagliano alla perfezione, ahinoi, a una certa Chiesa dei nostri giorni.

Aldo Maria Valli

 

 

 

 

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