Se anche la musica sacra è vittima del “buonismo mirato”

Perché la musica sacra, salvo rare eccezioni, nella Chiesa cattolica è così poco considerata, tanto che maestri e compositori spesso non riescono neppure a ottenere il giusto compenso?

Il maestro Aurelio Porfiri prosegue nella sua riflessione scambiando alcune opinioni con Ettore Gotti Tedeschi, che unisce alle competenze in campo economico l’amore per la Chiesa e per la liturgia.

A.M.V.

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I miei precedenti tre interventi sui musicisti di Chiesa e sul problema del loro adeguato compenso hanno provocato numerosi commenti. Se molti si sono detti d’accordo con me sulla necessità che il servizio sia riconosciuto anche sotto il profilo economico, altri, richiamandosi all’idea di gratuità, hanno sostenuto che occorre restituire a Dio gratuitamente ciò che Lui ci ha donato. Dunque, chiedere un compenso sarebbe fuori luogo.

Ora mi domando: i bravi cristiani che si ammantano di buoni sentimenti e invitano i professionisti nel campo della musica sacra a lavorare gratuitamente, sarebbero disposti a fare altrettanto nei rispettivi settori professionali?

Ho voluto parlare di questi temi con una persona che lavora con i soldi, un banchiere. Una persona che però vive anche una vita cristiana e cattolica intensa e certamente non ignora i meccanismi ecclesiali, avendo ricoperto ruoli importanti proprio nell’ambito della Chiesa cattolica: Ettore Gotti Tedeschi.

Gli ho chiesto: come mai nel nostro paese è così difficile capire che chi lavora per la Chiesa ha diritto ad essere compensato?

“Perché – è la risposta di Gotti Tedeschi – essendo negato il valore della liturgia, conseguentemente viene negato il valore della musica sacra. Negato questo, perché mai il musicista dovrebbe essere adeguatamente compensato? Come avviene  nel rapporto pensiero-azione, se non è il significato della liturgia a necessitare una musica adeguata, in grado di favorire raccoglimento e partecipazione interiore, sarà la musica scelta a determinare il valore della liturgia e la conseguente partecipazione. Se la musica scelta non è sacra, produce solo distrazione. Quanto all’adeguato compenso, è il mercato che lo stabilisce, secondo la legge della domanda e dell’offerta. Se il mercato non chiede musica sacra, manca l’apprezzamento dell’offerta di musica sacra. Decisivo è pertanto il ruolo di chi ha la responsabilità della liturgia. È il celebrante il responsabile della creazione di questo valore della Messa, altrimenti la musica sacra può aver valore solo nei concerti a pagamento, come quelli con i canti gregoriani. È chiaro che per compensare adeguatamente il lavoro dei musicisti sono necessari i soldi, e i soldi vengono dati se si crede nel valore della celebrazione della Santa Messa. A questo proposito occorre chiarire. Una Chiesa dotata di risorse economiche è una Chiesa che fa il suo dovere di evangelizzazione, percepito e perciò sostenuto economicamente perché si comprende il bene che fa. Una Chiesa priva di risorse economiche tutto questo non lo può fare. Riflettiamo sul fatto che le chiese più ricche sono spesso nei paesi più poveri,  dove la fede è viva. Tra le incombenze del responsabile della liturgia c’è quella di trovare coloro che con perizia possono favorire in modo pieno la partecipazione interiore ed esteriore dell’assemblea, dando adeguatamente gloria a Dio”.

Mi sembra che questo problema sia tipico dei paesi cattolici, non tanto di quelli protestanti…

“Nei paesi cattolici si è fatto di tutto per cambiare la liturgia, corrompendo anche la musica sacra e favorendo, al contrario, la musica che distrae prima, durante e dopo la consacrazione e la comunione. La musica sacra serve ad elevare la partecipazione alla Messa e ad ispirare volontà di santità personale. Una volta svilito il valore della liturgia, la musica sacra segue la stessa sorte. La liturgia non è forma, è sostanza. La musica sacra non è forma, è accompagnamento della sostanza. Per comprendere ciò bisogna partecipare  ad una Messa vetus ordo, secondo il Summorum Pontificum”.

L’analisi del professor Gotti Tedeschi sulla sostanziale unione (nel bene e nel male) di musica e liturgia mi trova totalmente concorde. Ma non crede che sia all’opera una sorta di  “buonismo mirato”? Mi spiego: i fautori di tale buonismo sono coloro che, sentendosi buoni, prendono di mira il lavoro degli altri e si rivestono di nobili motivi spirituali, come la gratuità del servizio, ma si guardano bene dall’applicare gli stessi criteri a se stessi…

“Lavorando per conto di Papa Benedetto XVI, sulla revisione della prima stesura di Caritas in veritate, mi trovai a dovermi confrontare con concetti simili, generati da estensori precedenti, che continuavano a enfatizzare questo concetto della  gratuità e del dono. Ora, la gratuità è certamente meritevole quale scelta soggettiva, ma resta una scelta personale. In altre circostanze può essere invece sospetta, inutile o persino dannosa. La gratuità è bella, così come il dono, ma se non se ne chiariscono bene le motivazioni si rischia di produrre una gratuità mediocre e un dono difettoso. È vero invece, e  ne ho ampia esperienza, che normalmente chi si aspetta la generosità dal prossimo è piuttosto avido quando si riferisce a se stesso. Tornando alla musica sacra, io credo che per riconoscere ed apprezzarne economicamente il  valore si debba accordarsi  sulla sua utilità.  Se non si riconosce la sua importanza per la Santa Messa, ci si può al massimo limitare  a rimpiangerla e a soffrire nell’ascoltare  il suono della chitarra. Poi magari  si è disposti a  pagare  per andare a  concerti  di musica sacra  a teatro”.

Infatti il pericolo è proprio questo, che la musica sacra divenga un valore profano, qualcosa di cui usufruire al di fuori del suo giusto ambiente. Ed è verissimo, e l’ho fatto notare in precedenza, che il gratuito a cui spesso si dà spazio (anche se non sempre) è il gratuito della mediocrità, il quale non avrebbe spazio se il sistema funzionasse bene.

Mi hanno detto che un santo caro al professor Gotti Tedeschi, Josemaria Escrivá de Balaguer, sottolineava che il lavoro deve essere sempre giustamente ricompensato. È così?

“Sì. Ogni lavoro ben fatto deve avere una giusta ricompensa, anche se è prestato da un amico o un familiare. San Escrivà si riferiva alla raccomandazione evangelica che ogni operaio ha diritto alla sua mercede, riflettendo così sul fatto che nulla in realtà è gratis. Il gratis non esiste: è solo un costo che si trasferisce ad altri. Il gratis (non una tantum) rischia di comportare minor attenzione da parte di chi fornisce la prestazione. Il gratis rischia di portare, per chi lo riceve, ad abusare della bontà di chi lo fornisce. Il gratis in più è un fattore che deforma il mercato. Nulla è gratis. Nel nostro esempio iniziale, andando a Messa e godendo di una buona liturgia accompagnata da una buona musica sacra che la valorizza, si produce un valore che può essere inestimabile”.

Aurelio Porfiri

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