Padre Sirico: “Demonizzare il denaro è inutile. L’artista va compensato. Altrimenti trionfa il cattivo gusto”

Il mestro Aurelio Porfiri prosegue nella sua riflessione sul problema del giusto compenso degli artisti e, in particolare, dei musiscisti che prestano la loro opera per la Chiesa cattolica. Una questione che ha le radici nella mancanza di cultura e anche in un fraintendimento circa l’idea di volontariato.

Porfiri ne parla qui con padre Robert A. Sirico, fondatore dell’Acton Institute.

A.M.V.

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Abbiamo già visto in precedenza come l’idea che il talento possa essere inquadrato nell’ambito del volontariato è un’idea falsa. Il volontariato è certamente una modalità possibile per coloro che vogliono usare i propri talenti, ma non è e non può essere una modalità esclusiva. La nostra grande tradizione, diciamolo chiaramente, è stata creata dal talento di artisti sostenuti dal denaro dei committenti, e molto spesso si trattava di committenti espressione della Chiesa cattolica. Tutto ciò per un motivo molto semplice: anche gli artisti hanno il diritto di vivere.

Sembra veramente strano che si debba ripetere una cosa così banale come il fatto che l’operaio, colui che opera, ha diritto alla giusta mercede.

Ne ho voluto parlare con padre Robert A. Sirico, studioso dei rapporti tra capitalismo, morale e mercato. Nato in una famiglia cattolica di origini italiane a Brooklyn, Sirico non ha mai nascosto la sua avversione verso un certo pauperismo di superficie diffuso nella Chiesa cattolica e la facile tendenza a criminalizzare il denaro. Se davvero vogliamo aiutare i poveri dobbiamo produrre ricchezza, sostiene Sirico. Certo, del denaro si può abusare, come del potere e del sesso, ma anche il denaro può avere un’origine e una finalità morale. Criminalizzare il denaro non serve a nulla. Ciò che occorre, sostiene Sirico, è armonizzre l’economia libera, e le sue leggi di mercato, con la dottrina sociale della Chiesa.

Ho incontrato padre Sirico alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino di Roma, durante una conferenza dell’Acton Institute, del quale è fondatore, e gli ho chiesto: perché tra i cattolici si fa fatica a capire che chi presta un’opera qualificata deve essere compensato per farlo?

“Suppongo che ci siano diversi motivi interconnessi. Il primo è che molti nella Chiesa, nel corso del tempo, sono lentamente scivolati nell’idea che per quanto riguarda  la qualità della musica, e in generale dell’espressione artistica, ci si debba un po’ accontentare, come se non si trattasse di qualcosa di veramente importante. Siamo di fronte a un degrado culturale. Anni fa su questi temi è apparso in inglese un libro interessante, Why Catholics Can’t SingThe Culture of Catholicism and the Triumph of Bad Taste, di Thomas Day, nel quale si riflette sulla cultura cattolica e il trionfo del cattivo gusto. Se riesci a trovarlo, ti consiglio di leggerlo. Una seconda causa, ma riflessa nella prima, è l’ignoranza di base su come funziona un’economia di mercato, con la legge della domanda e dell’offerta. Senza dubbio, al fine di avere persone con talenti relativamente rari (come nel caso dei buoni musicisti), è necessario assicurare che siano adeguatamente compensati per il loro servizio”.

Tuttavia lei sa, padre, qual è la risposta di tanti esponenti del clero: queste persone dovrebbero donare volentieri le loro abilità al servizio della comunità, senza chiedere nulla in cambio. Ma perché, dico io, non affermano lo stesso a proposito di medici, avvocati e altri professionisti? Forse non hanno letto San Paolo, là dove dice un operaio merita la sua ricompensa? E perché la Santa Sede pretende la gratuità dal musicista ma non, che so, dal fioraio, dal cerimoniere e da tutti coloro che si occupano di preparare le funzioni e la liturgia? Padre Sirico, non trova anche lei che questo problema sia più presente tra i cattolici che tra i protestanti?

“Non posso affermare di avere molta familiarità con gli accordi a proposito dei compensi per i musicisti nei paesi europei, ma so che negli Stati Uniti la situazione varia e ci sono associazioni di musicisti e corporazioni che si battono per assicurare migliori livelli di retribuzione. Penso, tuttavia, che la causa principale dell’intero problema sia il basso livello di cultura da parte delle persone che reggono le sorti della Chiesa e anche di coloro che la frequentano regolarmente, un fenomeno relativamente nuovo che si riflette su ciò che i committenti sono disposti a pagare per l’opera prestata”.

Credo che questa annotazione sul basso livello culturale sia decisiva, ed ha ancora più senso nei paesi anglosassoni, dove i fedeli contribuiscono al funzionamento della loro parrocchia in modo più marcato e trasparente rispetto a quanto succede da noi.

Aurelio Porfiri

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