La “Christus vivit” e quella strisciante antipatia verso la dottrina

Dall’esortazione post sinodale Christus vivit, dedicata ”ai giovani e a tutto il popolo di Dio”, emerge un aspetto: l’antipatia, da parte di chi ha steso il documento, nei confronti dei contenuti dottrinali e morali.

Basta leggere qui: «Per quanto riguarda la crescita, vorrei dare un avvertimento importante. In alcuni luoghi accade che, dopo aver provocato nei giovani un’intensa esperienza di Dio, un incontro con Gesù che ha toccato il loro cuore, vengono loro proposti incontri di “formazione” nei quali si affrontano solo questioni dottrinali e morali: sui mali del mondo di oggi, sulla Chiesa, sulla dottrina sociale, sulla castità, sul matrimonio, sul controllo delle nascite e su altri temi. Il risultato è che molti giovani si annoiano, perdono il fuoco dell’incontro con Cristo e la gioia di seguirlo, molti abbandonano il cammino e altri diventano tristi e negativi. Plachiamo l’ansia di trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali e, soprattutto, cerchiamo di suscitare e radicare le grandi esperienze che sostengono la vita cristiana» [n. 212].

Questo passaggio è significativo perché dimostra che il documento è stato scritto non tanto guardando ai bisogni e alle domande dei giovani d’oggi, bensì sulla base delle idiosincrasie di certi ex giovani, ora anziani, legati all’idea che «le  questioni dottrinali e morali» non contano e provocano solo noia.

Chi si occupa di giovani sa che nel nostro tempo il problema non è fornire «intense esperienze» e occasioni di incontri forti dal punto di vista emozionale. Quelle le possono trovare ovunque perché il mondo ne offre a profusione. Ciò che i giovani chiedono, magari in modo confuso ma non per questo meno evidente, è proprio il contrario. Poiché vivono nella società «liquida», piena di possibili esperienze ma priva di punti di riferimento morali e di significati razionali, hanno sete di dottrina, di pensiero strutturato, di contenuti, di regole, e quando trovano qualcuno in grado di soddisfare questa loro sete non si annoiano per niente, ma anzi si dimostrano grati, perché scoprono orizzonti nuovi, dei quali nessuno gli aveva mai parlato. E scoprono il valore dell’autorità.

Sentite che cosa mi scrive un educatore cattolico: «Nella mia esperienza di diversi decenni di lavoro con i giovani liceali prima e universitari e lavoratori dopo, ho proprio sperimentato l’opposto di quanto sostiene la Christus vivit. Ho sperimentato la richiesta da parte dei giovani di essere aiutati in un giudizio sulle questioni di cui la scuola e l’università e altri luoghi non parlano. Ma quali giovani hanno ascoltato i vescovi e il papa per giungere a simili affermazioni?».

L’amico Andrea Mondinelli propone di mettere a confronto il passaggio citato dalla Christus vivit con il magistero espresso da san Pio X nella Acerbo nimis, dove si afferma l’essenzialità della dottrina, perché “l’intelletto, se manchi di vera luce, cioè della cognizione delle cose divine, sarà come un cieco che presti il braccio ad altro cieco, e cadranno entrambi nella fossa”.

È così. E solo una visione ideologica della realtà può sostenere che il problema, oggi, sia di «placare l’ansia di trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali».

Queste espressioni le usavano i sessantottini quando se la prendevano con il nozionismo e contestavano ogni tipo di autorità. Ma oggi suonano anacronistiche.

La diffidenza, per non dire l’ostilità, nei confronti della dottrina e delle norme morali emerge in altri punti della Christus vivit. Come quando mette in guardia dal rischio di «soffocare» i giovani «con un insieme di regole che danno del cristianesimo un’immagine riduttiva e moralistica» [n. 233]. Soffocare? Ma se è proprio la mancanza di direttive morali (gli educatori lo sanno molto bene) a condurre la persona allo squilibrio interiore e all’infelicità?

Sprezzante verso dottrina e morale, la Christus vivit a un certo punto sostiene la necessità di una pastorale «sinodale» e «popolare» per i giovani. Etichette che utilizzano aggettivi in voga, ma non dicono molto. Anzi, non dicono nulla.

Ben diverso il tono e il contenuto della Fides et ratio di Giovanni Paolo II, là dove spiega che per promuovere sia la dignità di ogni essere umano sia l’annuncio del messaggio evangelico è urgente «portare gli uomini alla scoperta della loro capacità di conoscere il vero e del loro anelito verso un senso ultimo e definitivo dell’esistenza» [n. 102].

Conoscere il vero e il bello, dare senso alla vita. La grande sete dei giovani è questa. C’è bisogno di un pensiero filosofico orientato in senso autenticamente cristiano. Occorre fondare una nuova alleanza tra ragione umana e parola divina, come non ha mai smesso di insegnare Benedetto XVI.

C’è da dubitare che le «pastorali sinodali», qualunque sia il significato di queste fumose espressioni burocratico-clericali, possano contribuire ad avvicinare i giovani a Dio.

Aldo Maria Valli

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