Sri Lanka e tutti gli altri. Dove la religione divide

Prima degli attentati di Pasqua, rivendicati dall’Isis, il principale pericolo per i cristiani dello Sri Lanka era considerato il nazionalismo religioso di matrice buddista.

“Ogni cingalese  – si legge nell’ultimo Rapporto di Open Doors – è considerato buddista, quindi non solo i cristiani tamil sono trattati come cittadini di seconda classe, ma anche i cristiani cingalesi sono guardati con sospetto e spesso diffamati e attaccati. Questo è ancora più vero per i membri delle Chiese protestanti non tradizionali e soprattutto per i convertiti. I membri di Chiese storiche come la Chiesa cattolica romana sono un po’ più accettati, in quanto tendono a rimanere entro i limiti non dichiarati della società. Ciò non significa che non siano interessati da pratiche discriminatorie o, occasionalmente, anche da aggressioni”.

Chi provoca la persecuzione?

“Le principali fonti di persecuzione – risponde il Rapporto – sono i movimenti buddisti radicali, a volte sostenuti da funzionari locali. Anche se l’elezione di un nuovo governo nel 2015 ha portato a una leggera riduzione delle attività del gruppo Bodu Bala Sena (BBS), altri movimenti, come Sinha Le (Il sangue del leone), si sono attivati e si sono rafforzati. Essi sostengono che lo Sri Lanka è una nazione buddista e sono attivi nella promozione di questa ideologia attraverso campagne di persuasione. Il BBS si è trasformato in un partito politico, ma finora non ha avuto particolare successo. Anche se il BBS si concentra maggiormente sull’attacco alla minoranza musulmana, anche i cristiani e le chiese vengono attaccati frequentemente. Un segnale forte è stato dato dallo Stato, contro tali violenze, quando un monaco di spicco del BBS è stato condannato a sei anni di reclusione nell’agosto 2018. Alcuni leader religiosi buddisti si sono impegnati attivamente in piattaforme di social media per promuovere l’odio contro le minoranze religiose nel paese. Diversi gruppi radicali buddisti hanno acquisito maggiore importanza, come il Mahason Balakaya, che è composto da monaci buddisti”.

“A parte questi movimenti radicali, i membri delle famiglie e i funzionari dei villaggi delle zone rurali hanno abusato verbalmente e hanno chiesto ai convertiti cristiani di lasciare i loro villaggi”.

Quali conseguenze produce la persecuzione?

“I convertiti di origine buddista o indù – afferma il Rapporto – subiscono le forme più gravi di persecuzione. Sono soggetti a molestie, discriminazioni ed emarginazione da parte della famiglia e della comunità. Sono messi sotto pressione per ritrattare il cristianesimo, poiché la conversione è considerata un tradimento. Tutti i cingalesi (la maggioranza in Sri Lanka) dovrebbero essere buddisti. Allo stesso modo, all’interno della minoranza Tamil nel nord-est, ci si aspetta che siano tutti indù, a eccezione di quelli appartenenti alle comunità cristiane storiche. La minoranza cristiana è in parte tollerata, ma non lo sono i convertiti al cristianesimo. Inoltre, le chiese non tradizionali sono spesso prese di mira da vicini di casa, spesso raggiunti da monaci buddisti e funzionari locali, con richieste di chiudere i loro edifici ecclesiastici che considerano illegali. Sempre più spesso tutto ciò finisce con folle che protestano e attaccano le chiese, specialmente nelle zone rurali. Le notizie di tali incidenti provengono da tutta l’isola”.

“La persecuzione dei cristiani in Sri Lanka sta cambiando dalla forma violenta alla forma della pressione legale e amministrativa. Molti cristiani sono all’oscuro dei loro diritti e sono finanziariamente impreparati a sostenere il costo dei processi in tribunale. In molti casi rinunciano alle battaglie legali e di conseguenza, quando non finiscono in prigione, hanno la fedina penale sporca e ciò compromette la loro reputazione nella comunità in cui vivono”.

Lo Sri Lanka si trova al posto numero 46, su 50, nella classifica World Watch List 2019 sui cristiani perseguitati nel mondo.

I cristiani perseguitati nel mondo sono quasi 300 milioni: un cristiano su sette vive in Paesi dove c’è persecuzione religiosa anti-cristiana.

Il Rapporto illustra le lesioni alla libertà religiosa anche nei confronti di gruppi religiosi diversi dal cristianesimo, spesso a opera di governi e minoranze fanatiche. Nel periodo analizzato (giugno 2016 – giugno 2018) c’ stato un aumento delle violazioni della libertà religiosa in molti Stati: 38 i Paesi identificati come teatro di “gravi o estreme violazioni”.

Tra questi, 21 vengono classificati come Paesi di persecuzione: Afghanistan, Arabia Saudita, Bangladesh, Birmania, Cina, Corea del Nord, Eritrea, India, Indonesia, Iraq, Libia, Niger, Nigeria, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan e Yemen. Sono invece luoghi di discriminazione gli altri 17: Algeria, Azerbaigian, Bhutan, Brunei, Egitto, Federazione Russa, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Maldive, Mauritania, Qatar, Tagikistan, Turchia, Ucraina e Vietnam. In 17 di questi 38 Stati la situazione è peggiorata.

Tra le tendenze più preoccupanti fotografate dal report c’è l’emergere di un ultra-nazionalismo che ritiene le minoranze confessionali una minaccia per lo Stato. Il fenomeno è presente soprattutto in India, Cina, Corea del Nord, Pakistan, Myanmar. In India, in base allo studio di Acs, tra il 2016 e il 2017 gli attacchi anticristiani, principalmente da parte di gruppi estremisti indù, sono quasi raddoppiati, raggiungendo quota 736.

Drammatica la situazione della comunità cristiana in Palestina. Negli ultimi sei anni i cristiani a Gaza, dice il rapporto di Acs, sono diminuiti del 75%: da circa 4.500 a 1.000. Tra il 2016 e il 2018 in Egitto si sono registrati cinque gravi attentati. Ulteriore piaga che affligge la comunità cristiana egiziana è il rapimento e la conversione forzata all’Islam di adolescenti, ragazze e donne cristiane. Almeno sette le ragazze rapite nell’aprile 2018. Stessa sorte spetta ogni anno a circa mille ragazze cristiane e indù in Pakistan.

Secondo Open Doors, in testa alla classifica dei Paesi più pericolosi per i cristiani c’è la Corea del Nord, con Afghanistan, Somalia, Libia, Pakistan e Sudan. A completare l’elenco delle nazioni in cui per Open Doors il pericolo è definito “estremo” ci sono Eritera, Yemen, Iran, India e Siria. Colpisce anche il balzo in avanti di molti Paesi dell’Asia, come appunto lo Sri Lanka, sull’onda dei nazionalismi crescenti.

A.M.V.

 

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