Il conclave del 2013 / Un colpo di stato made in Great Britain?

Il Foreign Office britannico potrebbe aver avuto un ruolo importante nell’elezione di papa Francesco. È quanto sostiene Catherine Pepinster, ex caporedattore del settimanale cattolico britannico The Tablet, in un libro nel quale, sulla base di numerose interviste con figure chiave come il cardinale Cormac Murphy-O’Connor e l’allora ambasciatore britannico presso la Santa Sede Nigel Baker, afferma che l’Inghilterra ha svolto “un ruolo cruciale” nell’elezione del papa argentino “destinato a scuotere la Chiesa cattolica”.

Come riferisce Maike Hickson in LifeSiteNews, Catherine Pepinster nel suo libro The Keys and the Kingdom sostiene che il motivo per cui il governo britannico si sarebbe interessato all’elezione del nuovo papa è legato a diversi fattori. In primo luogo, disse Baker nel 2014, la rete di relazioni internazionali del Vaticano e l’influenza del papa sugli equilibri mondiali non possono non interessare un governo come quello britannico. Più nello specifico, le aree di interesse comune sarebbero state “la pace mondiale, la salvaguardia dell’ambiente e la lotta alla povertà”.

Di qui il ruolo centrale che, secondo Pepinster, l’ambasciata britannica presso la Santa Sede decise di giocare in occasione del conclave del 2013, con l’obiettivo di coinvolgere cardinali dei paesi del Commonwealth nella scelta di Jorge Mario Bergoglio, individuato come il candidato ideale per battersi a favore di pace, ecologia e contrasto alla povertà.

Un vero “colpo di stato britannico”: così Pepinster definisce l’azione della diplomazia inglese a favore di Bergoglio, raccontando che se già il conclave del 2005 si era dimostrato “un momento di consolidamento nel rapporto tra gli inglesi e il papato”, nel marzo 2013 da parte britannica ci fu un’azione ancora più decisa, sfociata in particolare in un incontro, o in una serie di incontri, tra cardinali dei paesi del Commonwealth nella residenza dell’ambasciatore britannico.

Poiché nel 2005, spiega Pepinster, molti cardinali di lingua inglese provenienti da paesi in via di sviluppo furono esclusi dagli incontri tenuti dai porporati più influenti per decidere le strategie in vista del conclave, otto anni dopo gli inglesi si impegnarono per evitare che la situazione si ripetesse e decisero di aprire le porte ai cardinali più poveri, privi di residenze e di amicizie adeguate a Roma.

All’epoca, sostiene l’autrice del libro, i “partiti” si erano già formati e i curiali erano divisi in due campi: da una parte i sostenitori del cardinale Angelo Sodano, dall’altro quelli del cardinale Tarcisio Bertone. Così i quattro “principali cardinali riformatori europei” (l’inglese Cormac Murphy-O’Connor, il belga Godfried Danneels e i tedeschi Walter Kasper e Karl Lehmann, membri del famoso gruppo denominato mafia di San Gallo), che già avevano appoggiato Bergoglio nel conclave del 2005, approfittarono della frammentazione per lanciare di nuovo la candidatura dell’arcivescovo di Buenos Aires.

Per almeno undici cardinali africani e dieci asiatici, tutti di lingua inglese, il cardinale britannico Murphy-O’Connor divenne un punto di riferimento, ed è in questo quadro, sostiene Pepinster, che “il Regno Unito diede un contributo sostanziale” alla scelta del nuovo papa.

E quale posto migliore, per incontrarsi e parlare, che la residenza dell’ambasciatore britannico presso la Santa Sede?

“L’idea che gli inglesi potessero fornire un luogo di incontro per i cardinali dei paesi emergenti e utilizzare l’occasione del pre-conclave come opportunità di networking per esponenti del Commonwealth fu lanciata all’ambasciatore britannico Baker, che ne discusse con il cardinale Murphy-O’Connor”. Fu così che si arrivò ai colloqui a palazzo Pallavicini, residenza, appunto, dell’ambasciatore.

Cormac Murphy-O’Connor, morto nel 2017, nel 2013 aveva più di ottant’anni e quindi non entrò in conclave, ma la sua influenza come pope maker fu notevolissima. Nel libro in particolare è citato un incontro, che si sarebbe svolto il 7 marzo e al quale avrebbero partecipato fra gli altri i cardinali Gracias (India) e Turkson (Ghana), ma dal quale furono esclusi porporati considerati conservatori quali Pell (Australia) e Ouellet (Canada).

Dato che Murphy-O’Connor era troppo vecchio e lo scozzese Keith O’Brian non entrò in conclave a causa di uno scandalo che lo travolse per “condotte sessuali inappropriate”, la Gran Bretagna ebbe un solo rappresentante con diritto di voto, ovvero l’irlandese Sean Brady, ma il pressing esercitato sui cardinali di molti paesi del Commomwealth fu notevole e aperta la soddisfazione quando risultò eletto Bergoglio.

“Il cardinale Cormac Murphy-O’Connor – ha dichiarato Catherine Pepinster – era  un uomo popolare e geniale. Dietro il suo aspetto gioviale si nascondeva un cardinale astuto che sapeva esattamente come funzionava il Vaticano. E quell’astuzia significava che il suo amico, Bergoglio, sarebbe stato eletto papa”.

Austin Ivereigh nel suo libro su Bergoglio racconta che all’indomani dell’elezione, quando il nuovo papa incontrò il collegio cardinalizio, abbracciò Murphy O’Connor con particolare affetto e, agitando l’indice in segno di finto rimprovero, disse con una risata: “È colpa tua! Che cosa mi hai fatto!”.

In seguito sia il cardinale Gerhard Müller sia monsignor Carlo Maria Viganò hanno sostenuto che papa Francesco bloccò l’inchiesta vaticana a carico del cardinale Cormac Murphy-O’Connor, finito al centro di un’indagine per una vicenda di abusi sessuali.

Circa il conclave del 2013, già Antonio Socci, nel suo Il segreto di Benedetto XVI, ha osservato che è più che legittimo porsi qualche domanda sui motivi che spinsero una potenza storicamente anti-cattolica (e culla della massoneria) a scendere in campo per la scelta del nuovo papa.

Aldo Maria Valli

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