La Santa Messa “vetus ordo”, tesoro ritrovato

“Mi sono state tolte le fette di prosciutto dagli occhi”.  Padre Johannes Nebel, della comunità Das Werk a Bregenz, in Austria, usa questa immagine per descrivere ciò che prova da quando ha incominciato a celebrare la Messa tradizionale in latino. Lo ha scritto nell’edizione di giugno del Bollettino d’informazione  della Fraternità di San Pietro, parlando della gioia che il rito romano nella sua forma tradizionale ha suscitato in lui.

Nato nel 1967, dunque dopo la fine del Concilio Vaticano II, padre Nebel aveva conosciuto solo la nuova liturgia, ma la sua passione per il culto da rendere a Dio lo ha portato a interrogarsi.

Ordinato sacerdote nel 1998 e appartenente a una comunità, Das Werk appunto, nella quale la Messa è celebrata con il nuovo rito, Nebel ha un dottorato in sacra liturgia e alla fine di un lungo percorso di studio e di preghiera è giunto alla conclusione che mentre la Messa “nuova” mette in primo piano il protagonismo dell’assemblea, il vetus ordo è espressione della relazione speciale del sacerdote con Dio.

Padre Nebel non sostiene che nella liturgia novus ordo non sia possibile un’autentica esperienza sacerdotale. Solo osserva che ci sono differenze sostanziali e si rammarica per i cambiamenti avvenuti dopo il Concilio Vaticano II, spesso introdotti, precisa, forzando i documenti del Concilio stesso.

Secondo padre Nebel nella Messa tradizionale il sacerdote si dimentica totalmente di se stesso e ciò gli evita di diventare protagonista del rito. La solennità della celebrazione, la coincidenza di parole e gesti liturgici, la formula “Dominus vobiscum” che introduce ogni preghiera, lo sguardo rivolto a Dio e la distinzione tra celebrante e fedeli sono tutti fattori che rendono la Messa vetus ordo preferibile.

Ordinato sacerdote nel 1998, Johannes Nebel dal 1998 al 2002 è stato docente di scienze liturgiche e latino presso il Pontificio istituto liturgico del Collegio Sant’Anselmo di Roma.

Studioso del teologo e cardinale tedesco Leo Scheffczyk (1920 – 2005), amico di Joseph Ratzinger e anch’egli membro di Das Werk, Nebel nel 2006 intervistò Benedetto XVI e la trascrizione del colloquio è stata pubblicata nel libro Il mondo della fede cattolica, opera dello stesso Scheffczyk.

Nell’intervista Ratzinger, dopo aver raccontato le esperienze che lo accomunarono a Scheffczyk negli anni del post Concilio, disse fra l’altro: “A quel tempo la situazione era estremamente confusa ed irrequieta e la stessa posizione dottrinale della Chiesa non era più sempre chiara”. Da più parti si proponevano tesi “diventate improvvisamente possibili” sebbene “non coincidessero, in realtà con il dogma” e Scheffczyk era sempre in prima linea nel denunciare abusi e incongruenze.

Nel corso del colloquio con Nebel da Benedetto XVI arrivò una significativa ammissione. Disse infatti che lui stesso, in quel contesto difficile, fu “quasi troppo timoroso” rispetto a quanto avrebbe dovuto fare per contrastare le derive originate da certe idee teologiche.

Un’ammissione, quella del futuro papa emerito, in linea con quanto detto dallo stesso Ratzinger nella sua autobiografia (La mia vita), là dove spiega: “Ogni volta che tornavo a Roma, trovavo nella Chiesa e tra i teologi uno stato d’animo sempre più agitato. Sempre più cresceva l’impressione che nella Chiesa non ci fosse nulla di stabile, che tutto può essere oggetto di revisione. Sempre più il Concilio pareva assomigliare a un grosso parlamento ecclesiale che poteva cambiare tutto e rivoluzionare ogni cosa a modo proprio. Evidentissima era la crescita del risentimento nei confronti di Roma e della Curia, che apparivano come il vero nemico di ogni novità e progresso”.

Sono questi i motivi per cui nel 1969 il professor Ratzinger deciderà di lasciare la turbolenta Tubinga per andare a insegnare a Ratisbona, sede che dovrà lasciare nel 1977 quando Paolo VI lo sceglierà come vescovo di Monaco di Baviera.

Per tornare a Nebel, la sua espressione “mi sono state tolte le fette di prosciutto dagli occhi” rende bene il senso di gioia nella verità provato da chi, nato e cresciuto nella Chiesa del post Concilio, scopre la Messa vetus ordo come un tesoro del quale non era a conoscenza, o del quale aveva sentito parlare soltanto in modo vago.

Secondo una stima (febbraio 2019) fatta dall’associazione liturgica francese Paix liturgique sarebbero almeno cinquemila i sacerdoti che nel mondo celebrano la Santa Messa secondo il vetus ordo, cioè con il messale liberalizzato da Benedetto XVI attraverso il motu proprio Summorum Pontificum.

Aldo Maria Valli

 

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