Vive la Résistance!

In questi nostri tempi perigliosi, nei quali la santa madre Chiesa cattolica tanto spesso ci appare una matrigna, incapace di custodire e trasmettere la  vera fede mediante la retta dottrina, mi succede di frequente di incontrare persone che mi chiedono: perché alzi la voce, perché protesti? Non sai che la Chiesa ne ha viste tante e supererà anche questa fase? Perché non te ne resti tranquillo e aspetti? Perché non prendi esempio da tanti pastori, anche vescovi e cardinali, i quali, pur consapevoli dei problemi, se ne stanno in silenzio, pregano e hanno fiducia nel buon Dio?

In genere rispondo che un battezzato, in quanto sacerdote, profeta e re, non può starsene zitto e limitarsi a osservare. Sarebbe un tradimento delle tre funzioni di Cristo alle quali noi partecipiamo in virtù del battesimo. Mi rendo conto però che per molti cattolici, al punto in cui siamo, appellarsi al battesimo vuol dire quasi nulla.

Ero in cerca di un nuovo tipo di risposta quando un caro amico mi ha inviato una fotografia. Vi si vede un prete ortodosso (il fatto che sia ortodosso è solo incidentale) che cerca di battezzare un bambino ma non ce la fa, perché il piccolo, dimostrando notevole forza e un caratterino fuori dal comune, si aggrappa ai bordi della vasca e non si lascia immergere. La foto, accompagnata dalla scritta Vive la Résistance!, vuole essere ironica, ma mi ha fatto riflettere. Mi sono chiesto: quante volte noi non opponiamo resistenza trincerandoci dietro l’obbedienza e la lealtà ma, in fondo, siamo solo deboli e arrendevoli?

Proprio mentre guardavo e riguardavo la fotografia, mi sono imbattuto in un testo di Phil Lawler che mi ha fatto ulteriormente riflettere. Occupandosi di come le persone reagiscono in modi diversi alla crisi nella Chiesa, Lawler si rifà a un libro (Exit, Voice and Loyalty, nella versione italiana Lealtà, defezione, protesta) nel quale l’autore (Albert O. Hirschman, 1915–2012) prende in esame diverse possibilità e si interroga sul modo in cui il livello di appartenenza a un certo organismo influenza il tipo di comportamento.

Pubblicato nel 1970, il saggio a prima vista non ha nulla a che fare con la Chiesa e con il cattolicesimo. Hirschman infatti era un economista e nel suo libro si propose di esaminare  il modo in cui gli individui esprimono la loro insoddisfazione nei confronti di aziende, organizzazioni o istituzioni. Tuttavia mi sembra che lo schema proposto possa dire qualcosa di interessante anche a un fedele della Chiesa cattolica che in questo momento avverta perplessità e disagio.

Sostanzialmente, scrive Hirschman, ci sono tre modi  in cui tu puoi manifestare l’insoddisfazione. La prima consiste nell’uscire, cioè dall’allontanarsi dall’istituzione. La seconda consiste nel mostrare lealtà accettando la situazione senza lamentele. La terza consiste nell’alzare la voce e nell’impegnarsi per un cambiamento che elimini le cause dell’insoddisfazione.

Normalmente l’opzione numero uno (uscire) è scelta da chi non ha particolari legami con l’istituzione. Esempio: ti iscrivi a un social club perché ti piace giocare a bridge, nel corso del tempo scopri che il club non fa per te (soci antipatici, gestione scadente) e quindi decidi di andartene.

L’opzione numero due, quella che Hirschman definisce della lealtà, è scelta invece da chi ha legami particolarmente forti con l’istituzione.  Esempio: ti arruoli nel corpo dei Marines, il corpo prende certe iniziative che non ti piacciono e nessuno ha chiesto la tua opinione, ci resti male ma per fedeltà e obbedienza tieni la bocca chiusa.

Infine c’è l’opzione numero tre (far sentire la propria voce, protestare), che in genere viene scelta da chi non solo ha legami forti con l’istituzione, ma sente di esserne parte. Esempio: ami la tua famiglia, vedi che qualcuno sta facendo qualcosa che danneggia tutti gli altri e decidi di alzare la voce per denunciare ciò che non va e indicare come cambiare le cose.

Ora, in che modo questi tre approcci si applicano ai cattolici nell’attuale crisi della Chiesa?

Per i cattolici credenti l’uscita, l’andarsene, non è un’opzione. Dove altro possono trovare l’Eucaristia? Dove possono  trovare, se non nella santa madre Chiesa, una comprensione sicura della Parola di Dio? «Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;  noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Quanto alla seconda opzione, sappiamo che generazioni di buoni e fedeli laici cattolici hanno risposto ai problemi con lodevoli dimostrazioni di lealtà, accettando umilmente la direzione presa dal clero e dai vescovi, deglutendo amaramente e reprimendo ogni tentazione di esprimere i propri dubbi. Ma questo approccio non può essere assoluto. La lealtà diventa collaborazione al male quando implica l’accettazione di insegnamenti oggettivamente sbagliati e di comportamenti immorali. Certo, dobbiamo sempre mostrare rispetto per nostro padre,  ma se il comportamento del padre sta danneggiando l’intera famiglia abbiamo la responsabilità di proteggere nostra madre e i tutti i fratelli.

La totale lealtà, osserva Phil Lawler, può essere richiesta ai religiosi consacrati, che hanno fatto voti di obbedienza, «ma per i laici cattolici la lealtà cieca, che diventa acquiescenza, non è un’opzione». Resta dunque la protesta.

La riflessione di Lawler mi ha colpito perché mi sono accorto che i cattolici che si pongono il problema della lealtà, e si interrogano su come comportarsi, sono sempre più numerosi.

Tutto ruota attorno al concetto di lealtà. Si è più leali tacendo o parlando? E qual è la differenza tra il consacrato e il laico? Per il consacrato, che ha fatto voto di obbedienza, la scelta di tacere può essere vincolante, ma il laico, anche in base al Codice di diritto canonico, ha il diritto e il dovere di farsi sentire e  interpellare i pastori.

E quale lealtà è più importante? Quella verso colui che rappresenta l’istituzione o quella verso l’istituzione stessa? Fuor di metafora: verso il papa o verso la Chiesa, corpo mistico di Cristo e comunione dei santi?

L’opzione della protesta è definita così da Hirschman: «Ogni tentativo di cambiare, invece di eludere, uno stato di cose riprovevole, sia sollecitando individualmente o collettivamente il management direttamente responsabile, sia appellandosi a un’autorità superiore con l’intenzione di imporre un cambiamento nel management, sia mediante vari tipi di azioni e proteste, comprese quelle intese a mobilitare l’opinione pubblica».

A me sembra che Hirschman con queste parole, sia pure senza saperlo, abbia fotografato l’atteggiamento di tanti cattolici che, a fronte di una Chiesa nella quale non si riconoscono più, hanno deciso di alzare la voce.

Certo, un buon cattolico deve fare uno sforzo non da poco per uscire allo scoperto, protestare e spiegare le ragioni per le quali chiede un «cambiamento nel management». Non è nella sua natura. Ma ci sono momenti in cui non si può tacere. «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa». «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci».

Secondo Hirschman più alto è il livello di fedeltà e maggiore è la probabilità che ci sia la protesta. Mi sembra sia il caso di rifletterci. Vive la Résistance!

Aldo Maria Valli

 

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