Vaticano / Tra scontri di potere e operazioni di immagine

“Io penso che tutta questa vicenda, compresa la nomina di un nuovo presidente del tribunale, sia in funzione dell’immagine che si vuole dare di Francesco, dopo l’ennesimo scandalo finanzario e le critiche nei suoi confronti anche da parte di alcuni media che lo hanno sempre osannato”.

La nostra fonte, persona molto ben informata circa gli affari vaticani, legge così la recente nomina di Giuseppe Pignatone, già procuratore capo della Repubblica di Roma, a presidente del tribunale vaticano e l’avvio dell’inchiesta interna a carico di cinque dipendenti della Santa Sede, tra i quali un monsignore e un alto dirigente laico, sospesi dal servizio “in via cautelativa e fino a nuova disposizione”, in relazione a operazioni finanziarie compiute negli ultimi anni.

La diffusione delle notizie sulle perquisizioni da parte dalla gendarmeria vaticana e i sequestri di documentazione e computer negli uffici della prima sezione della Segreteria di Stato e dell’Autorità d’informazione finanziaria (l’authority  controlla i conti del Vaticano) sembra rispondere alla necessità di dimostrare quanto il papa sia intenzionato a stroncare ogni irregolarità, “ma i fatti – sostiene la fonte – raccontano di una realtà ormai fuori controllo”.

“Occorreva far vedere quanto Bergoglio è contro la corruzione e a favore della trasparenza. Ma le persone che sono state sospese, se davvero si sono rese responsabili di irregolarità e reati, non hanno fatto altro che eseguire ordini. Le responsabilità vanno cercate in alto”.

I cinque dipendenti sospesi sono monsignor Mauro Carlino (a capo dell’ufficio informazione e documentazione della Segreteria di Stato), Tommaso Di Ruzza (direttore generale dell’Aif, l’organismo che deve controllare le operazioni sospette), Vincenzo Mauriello (dell’ufficio del protocollo della Segreteria di Stato), Fabrizio Tirabassi (dell’ufficio amministrativo) e Caterina Sansone (addetta di amministrazione della Segreteria di Stato).

La vicenda, in breve, sarebbe nata quando il sostituto alla Segreteria di Stato, l’arcivescovo venezuelano Edgar Peña Parra, ha chiesto allo Ior 150 milioni di euro per estinguere un mutuo riguardante un immobile di lusso a Londra. Richiesta rifiutata da Gian Franco Mammì, direttore generale dello Ior, perché le transazioni per proprietà immobiliari non fanno parte delle competenze della Segreteria di Stato.

Informato il papa, Mammì avrebbe ricevuto il permesso di partire con l’indagine. Un modo, questo, anche per far pagare alla Segreteria di Stato il fatto che l’organismo di governo della Santa Sede non ha depositato il suo enorme patrimonio allo Ior ma in una banca svizzera, il che impedisce ogni controllo.

Per i cinque dipendenti sospesi è scattato immediatamente il divieto d’ingresso all’interno della Città del Vaticano, con tanto di foto segnaletiche,  e i media vaticani non hanno mancato di enfatizzare la decisione di adottare una linea dura: “Tra le interpretazioni, i commenti e le analisi che hanno accompagnato la divulgazione della notizia da parte della Sala stampa Vaticana – si legge su Vatican News  – non è stata sufficientemente sottolineata un’evidenza: quanto accaduto sta a testimoniare concretamente che i processi avviati da Benedetto XVI e portati avanti dal suo successore funzionano. Sta a testimoniare che le nuove leggi dello Stato della Città del Vaticano sono applicate e che gli organismi di controllo, di revisione e gli stessi organismi controllati sono in grado di segnalare alla magistratura eventuali anomalie chiedendo che venga fatta chiarezza”.

E poi un’excusatio non petita: “Il doloroso percorso annunciato in questi giorni non è dunque il sintomo del fallimento di un sistema. Al contrario dimostra che il sistema ha sviluppato gli anticorpi per reagire e che il cammino delle riforme degli organismi economico-finanziari è ben avviato”.

“È piuttosto chiaro – commenta la nostra fonte – che tutto è in funzione dell’immagine che si vuol dare del papa, e del suo operato, in un momento molto difficile. Ma se davvero Francesco avesse voluto lottare contro la corruzione in Vaticano, perché ha insabbiato i risultati dell’indagine dei tre cardinali ordinata da Benedetto XVI fin dal 2012? Ignorarla è  stato un insulto a Benedetto, ai tre cardinali e a tutti quelli che hanno testimoniato per la verità e il bene della Chiesa intera. Si trascura poi, qualora si trattasse di operazioni illecite, che l’investimento macroscopico di Londra fu effettuato ancora sotto Bertone. Si ricorderanno le sue iniziative scriteriate con l’IDI, la banca Carige, il San Raffaele. Se ci sono dei responsabili nell’operazione sotto inchiesta sono il segretario di Stato, e il sostituto Becciu. Il papa dice che non bisogna fare sconti, ma lui non è stato eletto ieri. Che cosa ha fatto in più di sei anni di pontificato? Il rapporto della commissione dei tre cardinali (Herranz, Tomko e De Giorgi), che Ratzinger trasmise a Bergoglio davanti a telecamere e fotografi, conteneva tutto ciò che era necessario sapere e indicava la strada da seguire. Adesso si parla di linea dura, ma da oltre sei anni a questa parte tutte le nomine sono state fatte da Bergoglio, quindi è la sua gestione a risultare fallimentare. Dire che non si devono fare sconti va benissimo, ma ciò vale prima di tutto per il papa stesso”.

Quanto alla nomina di Pignatone a presidente del tribunale vaticano, è significativo che tra i primi a commentarla ci sia stata, a nome della famiglia di Emanuela Orlandi, l’avvocato Laura Sgrò, da anni impegnata nella ricerca della verità circa la scomparsa della giovane cittadina vaticana: “Faccio le congratulazioni al dottor Giuseppe Pignatone per questa nomina di altissimo profilo. Noi siamo in attesa di notizie dal Vaticano che speriamo riprenda quanto prima le fila del caso di Emanuela. Caso che il dottor Pignatone conosce molto bene, avendolo seguito quando era a capo della procura di Roma. Gli auguro pertanto buon lavoro e spero di avere modo di incontrarlo quanto prima”.

Quelle dell’avvocato Sgrò sono congratulazioni certamente non formali. Infatti fu proprio l’allora procuratore capo di Roma a chiedere l’archiviazione del procedimento sulla scomparsa di Emanuela, al che il fratello della ragazza, Pietro Orlandi, in un fascicolo di MicroMega intitolato Potere vaticano. La finta rivoluzione di papa Bergoglio, commentò: “Trovo assurdo che nella richiesta di archiviazione il pm Pignatone parli di elementi indiziari, che avevano avuto riscontro, circa il coinvolgimento nel sequestro di alcuni elementi della banda della Magliana. E mi domando: possibile che invece di approfondire questi indizi per poter andare a processo si preferisca archiviare tutto?”.

A.M.V.

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