“Christus vincit”. Ovvero perché la resistenza è legittima

Si è svolta il 14 ottobre a Roma, nella cornice di Palazzo Cesi, a pochi passi dal Vaticano, la presentazione del libro di mons. Athanasius Schneider Christus vincit: Christ’s Triumph Over the Darkness of the Age, pubblicato dalla casa editrice americana Angelico Press e realizzato nella forma di una lunga intervista con la giornalista Diane Montagna. Le relazioni sono state tenute dal card. Raymond Leo Burke e dal prof. Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto, alla presenza degli autori, che sono intervenuti in conclusione. L’evento è stato moderato dal don Gerald E. Murray, canonista dell’arcidiocesi di New York e ha visto la presenza in sala di numerosissimi sacerdoti e personalità come i cardinali Francis Arinze e Gerhard Ludwig Müller.

Da Corrispondenzaromana la traduzione, di Diane Montagna, dell’intervento tenuto in inglese del prof. de Mattei.

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Tradisce la verità non solo chi l’abbandona, ma anche chi non la confessa pubblicamente

È per me un grande onore partecipare, accanto al cardinale Burke e mons. Schneider, alla presentazione di questo libro-intervista di Diane Montagna con lo stesso mons. Athanasius Schneider, dal titolo Christus Vincit: Christ’s Triumph Over the Darkness of the Age.

L’intervista di mons Schneider è molto bella e io mi complimento non solo con il vescovo, ma anche con la giornalista, che nelle sue domande ha toccato ogni aspetto. si può dire, del dibattito religioso contemporaneo. Io però non voglio sottrarvi il piacere di leggere il libro, raccontandovi che cosa dice. Credo che il modo migliore di presentarlo sia quello di inserirlo nell’orizzonte storico in cui è stato scritto e pubblicato, proprio mentre si svolge un Sinodo che si presenta come uno degli eventi più drammatici per la Chiesa degli ultimi secoli.

Il cardinal Burke e mons. Schneider hanno lanciato un appello a pregare e digiunare perché il Sinodo sull’Amazzonia non approvi gli errori e le eresie contenuti nell’Instrumentum laboris. E di questo li ringraziamo. Essi sono stati tra i pochi Pastori della Chiesa che hanno rotto il silenzio in cui è immerso l’episcopato mondiale davanti alla crisi attuale. Facendo ciò hanno adempiuto al loro mandato di successori degli Apostoli. Sant’Agostino dice che chi non professa pubblicamente ciò che crede è fedele solo a metà: “Non enim perfecte credunt, qui quod credunt loqui nolunt”. Tradisce la verità non solo chi l’abbandona per impugnare l’errore, ma anche chi non la confessa pubblicamente quando è necessario. Ai Pastori silenziosi nelle epoche di tenebre come quella in cui viviamo, ricordiamo le parole del profeta Isaia: “Guai a me perché ho taciuto” (Isaia VI, 5).

Mons. Schneider ha ricevuto dalla Divina Provvidenza, per mano dei suoi genitori, il nome di Atanasio e Atanasio è un nome che per lui costituisce certamente un modello.

Sant’Atanasio fu l’indomito difensore della fede cattolica contro ariani e semiariani nella terribile crisi religiosa del IV secolo. Quando nel maggio del 325 si aprì nella città di Nicea il primo Concilio ecumenico della Chiesa, convocato dall’imperatore Costantino, tra i circa trecento padri conciliari circolavano molti errori ed eresie sulle persone della Santissima Trinità. Il grande storico dei Concili, Hefele, spiega che a Nicea i vescovi ortodossi erano una minoranza che con Atanasio e i suoi amici costituiva la destra, anzi l’estrema destra, dello schieramento. Ario e i suoi partigiani formavano la sinistra, mentre il centro-sinistra era occupata da Eusebio di Nicomedia e il centro destra da Eusebio di Cesarea .

Tra queste posizioni c’era una sola posizione vera, una sola posizione cattolica. quella di sant’Atanasio. Ma Atanasio, a cui sant’ Ilario attribuisce la maggiore influenza sul simbolo di Nicea, non era allora né un vescovo, né un sacerdote, né un celebre teologo, ma solo un giovane diacono di poco più di 25 anni, collaboratore di Alessandro vescovo di Alessandria. Atanasio non si limitò a pregare, ma organizzò, dietro le quinte, la resistenza dei vescovi all’arianesimo. Grazie a lui il Credo di Nicea trovò la sua formulazione e costituì un baluardo inespugnabile contro l’arianesimo. E’ questa una prova dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa.

La Chiesa cattolica è un misterioso organismo, di cui importante sforzarsi di capire la fisiologia. Oggi i mass media, nella quasi totalità abbracciano l’ideologia secolarista e non comprendono la natura soprannaturale della Chiesa. Le diverse posizioni teologiche sono ridotte a posizioni politiche e la politica è a sua volta ridotta allo scontro di interessi economici.

La Chiesa ha un corpo visibile, è una società, formata da uomini viventi, dotata di una struttura giuridica. Questa società riunisce in sé tutti coloro che avendo ricevuto il Battesimo, professano la fede insegnata da Gesù Cristo, partecipano ai Sacramenti ed obbediscono all’autorità da Gesù stesso costituita. La Chiesa però non è una società come le altre. La sua struttura, non è assimilabile a quella di un’azienda, né di un regime politico, democratico o dittatoriale che sia. La Chiesa cattolica è un Corpo Mistico, di cui Cristo è il capo, i fedeli sono le membra e lo Spirito Santo è l’anima. Leone XIII (Satis Cognitum) e Pio XII (Mystici Corporis), ma anche Benedetto XVI (Angelus 31 maggio 2009), hanno definito lo Spirito Santo “Anima della Chiesa”. Vi è una presenza dello Spirito Santo in ciascuna anima in grazia, ma vi è anche una Sua presenza indefettibile in tutto il corpo della Chiesa, come Spirito di verità e di sapienza fino al tramonto dei secoli.

Negare l’elemento umano e visibile della Chiesa significa cadere nel protestantesimo, ma negarne l’aspetto divino e invisibile, significa equiparare la Chiesa a una qualsiasi società umana. Togliere alla Chiesa uno di questi due elementi, l’umano o il divino, significa distruggerla.

Chi ignora l’azione dello Spirito Santo sulla Chiesa non potrà mai comprenderne la realtà. Sentiamo spesso ripetere, ad esempio, che i Papi sono assistiti dallo Spirito Santo, ed è vero. Ma tutti i cristiani, sia pure in maniera diversa sono assistiti dallo Spirito Santo. Essi ricevono con il Battesimo il dono dello Spirito Santo, che è lo spirito di Cristo.

Lo Spirito Santo non assiste solo i vertici della Chiesa, ma ogni battezzato. L’ultimo degli Indios dell’Amazzonia che riceve il Battesimo è incorporato nella Chiesa di Cristo ed è assistito dallo Spirito Santo. Per questo non possiamo comprendere chi, come mons. Erwin Kräutler, vescovo emerito di Xingu, in Brasile, si vanta di non avere mai battezzato un indio.

Il Sacramento della Cresima perfeziona il Battesimo e fa del Cristiano, un autentico “soldato di Cristo”, come si diceva una volta: un figlio della Chiesa militante che combatte con coraggio contro la carne, il demonio e lo spirito del mondo. Con il Battesimo e la Cresima il cristiano riceve anche una luce soprannaturale che i teologi chiamano “senso comune cattolico” o “sensus fidei”, cioè la capacità di aderire alle verità di fede per istinto soprannaturale, prima ancora che per ragionamento teologico. San Tommaso insegna che la Chiesa universale è governata dallo Spirito Santo che, come ha promesso Gesù Cristo, le “insegnerà tutta la verità” (Gv. 16, 13). La capacità soprannaturale che il credente ha di penetrare e applicare nella sua vita la verità rivelata proviene dallo Spirito Santo.

Nel 2014 la Commissione teologica internazionale, presieduta dal cardinale Gerhard Ludwig Müller, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha pubblicato uno studio, intitolato Il sensus fidei nella vita della Chiesa, in cui si spiega che il sensus fidei non è una conoscenza riflessiva dei misteri della fede, come quella teologica, ma un’intuizione spontanea, con cui il credente aderisce alla vera fede o rifiuta ciò che le si oppone. La fede dei fedeli, come la dottrina dei pastori, subisce l’influsso dello Spirito Santo, e i fedeli, mediante il senso cristiano e la professione di fede, contribuiscono ad esporre, manifestare, attestare la verità cristiana.

Ogni fedele battezzato ha il sensus fidei, e questo sensus fidei ha un fondamento razionale, perché l’atto di fede è, di sua natura, un atto della facoltà intellettiva. Oggi si è smarrita la vera nozione di fede, perché la si riduce a esperienza sentimentale, dimenticando che essa è un atto della ragione, che ha come oggetto la verità. Il fideismo è stato condannato dalla Chiesa che nel Concilio Vaticano I ha definito invece come dogma l’armonia tra fede e ragione (Denz-H, n. 3017).

Tutto ciò che appare irrazionale e contraddittorio ripugna alla vera fede. Perciò. quando il sensus fidei evidenzia un contrasto tra alcune espressioni delle Autorità ecclesiastiche e la Tradizione della Chiesa, il credente deve far ricorso al buon uso della logica, illuminata dalla grazia. In questi casi il credente deve rifiutare ogni ambiguità e contraffazione della verità, appoggiandosi sulla Tradizione immutabile della Chiesa, che non si contrappone al Magistero, ma lo include.

La Commissione teologica vaticana ha affermato: “Avvertiti dal proprio sensus fidei, i singoli credenti possono giungere a rifiutare l’assenso a un insegnamento dei propri legittimi pastori se non riconoscono in tale insegnamento la voce di Cristo, il Buon Pastore”. Per questo il sensus fidei può spingere i fedeli, in alcuni casi, a rifiutare il loro assenso verso alcuni documenti ecclesiastici e a porsi, di fronte alle supreme autorità, in una situazione di resistenza o di apparente disobbedienza. La disobbedienza è solo apparente perché in questi casi di legittima resistenza vale il principio evangelico per cui bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (At. 5, 29).

Di fronte a una proposizione che contraddica la fede o la morale, abbiamo l’obbligo morale di seguire la nostra coscienza che vi si oppone perché, come dice il santo cardinale Newman “la coscienza è l’originario vicario di Cristo” .

Oggi coloro che, seguendo la propria coscienza, resistono a parole o atti dell’autorità ecclesiastica difformi dalla Tradizione della Chiesa vengono talvolta accusati di essere “nemici del Papa” o addirittura “scismatici”. Ma le parole devono essere pesate. Per un cattolico le colpe più gravi sono l’opposizione alla dottrina di Cristo, oppure la separazione dalla Chiesa di Cristo. Nel primo caso si è eretici, nel secondo caso si è scismatici.

Noi non siamo eretici, perché l’eresia ci ripugna: crediamo nella dottrina di Cristo come è stata insegnata sempre e dovunque.

Non siamo scismatici, perché lo scisma ci ripugna: crediamo fermamente nel Papato, oggi rappresentato da papa Francesco di cui riconosciamo la suprema autorità. Ma se papa Francesco o qualsiasi altro Papa pronuncia parole o commette atti che sembrano allontanarsi dalla dottrina e dagli usi della Chiesa, allora abbiamo il diritto di separarci da queste parole e da questi atti. La nostra non è una separazione giuridica, ma una separazione morale, non dall’ufficio petrino, che è un ufficio di servizio alla Chiesa, ma una separazione dal cattivo servizio che alla Chiesa viene fatto da chi questo ufficio petrino ricopre.

Noi riconosciamo il Primato di giurisdizione del Papa su tutti i vescovi del mondo, ma soffriamo quando vediamo che il Papa, in nome della sinodalità, appoggia le rivendicazioni di conferenze episcopali, che pretendono di indicargli un cammino sinodale eretico o ereticizzante.

Noi riconosciamo il più alto carisma che la Chiesa attribuisce al Papa, quello dell’infallibilità, e vorremmo che il Papa lo esercitasse in tutta la sua ampiezza per definire le verità e condannare gli errori. Ma noi soffriamo se il Papa rinunzia ad esercitare questo carisma per esprimersi in maniera stravagante in interviste, lettere, addirittura telefonate.

Noi ci inginocchiamo davanti al Papa, perché in lui riconosciamo il Vicario di Cristo, ma soffriamo quando egli non si inginocchia davanti al Santissimo Sacramento, che è Cristo stesso in corpo, sangue, anima e divinità.

La nostra non è solo sofferenza, è anche un sentimento di indignazione che proviamo quando vediamo cerimonie pagane svolgersi alla presenza del Santo Padre nei giardini vaticani. La stessa indignazione che provammo nel vedere profanata la basilica di San Pietro dalle immagini che furono proiettate sulla sua facciata l’8 dicembre del 2015.

Ci accusano di essere nemici di papa Francesco, ma questa accusa è priva di senso. Noi non siamo né nemici né amici di papa Francesco, ma siamo, vogliano essere amici della verità e del bene, nemici dell’errore e del male, amici degli amici della Chiesa e nemici dei nemici della Chiesa.

Ci accusano di voler rompere l’unità della Chiesa, ma non ci può essere unità senza verità. La Chiesa è una, perché è unica, a immagine di Cristo, che è il medesimo, ieri, oggi e nell’eternità. A sua somiglianza, la natura della Chiesa deve rimanere identica fino alla fine del mondo, perché, dice san Paolo, “C’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti” (Ef 4, 5).

Parlo come laico, a nome di tanti laici. I laici non hanno l’autorità di insegnare a nessuno la dottrina della Chiesa, perché non appartengono alla Chiesa docente. Ma hanno il diritto e il dovere, che il diritto canonico riconosce loro, di conservare, trasmettere e difendere la fede che hanno ricevuto con il loro Battesimo.

Come semplice laico, spiritualmente unito ai successori degli Apostoli qui presenti credo di poter dire: noi oggi siamo la voce della Tradizione, che chiede al Papa di essere ascoltata. Una voce, la nostra, che ritrasmette un insegnamento che viene da lontano e che chiede al Papa un’attenzione non minore di quella che egli riserva alla cosiddetta “saggezza ancestrale” dei popoli indigeni. Anche noi siamo l’eco di una saggezza ancestrale, un’antica saggezza che risale a Gesù Cristo, Sapienza Incarnata.

Una sapienza, scrive san Luigi Maria Grignion di Montfort nel suo libro ispirato, L’amour de la sagesse eternelle, che si riassume in queste parole: “Verbum caro factum est”, “il Verbo si è fatto carne, l’eterna Sapienza si è incarnata, Dio è divenuto uomo senza cessare di essere Dio: quest’Uomo-Dio si chiama Gesù Cristo, vale a dire Salvatore”. Quanto attuali sono queste parole del grande santo francese!

Guardiamo con profonda gratitudine a quegli uomini di Chiesa, come il cardinale Burke e mons. Schneider, che con la loro voce sono testimoni di questa Sapienza Incarnata. Ogni volta che rompono il silenzio aumenta la nostra gratitudine per loro e aumenta la nostra speranza soprannaturale che altri cardinali ed altri vescovi a loro si uniscano presto. E l’intervista a mons. Schneider è un prezioso aiuto per mantenere la speranza, ma anche l’equilibrio in queste ore difficili.

Mons. Schneider cita nel suo libro una bella frase di sant’Ilario, l’Atanasio di Occidente: “La speciale natura della Chiesa consiste in questo: che Essa trionfa quando conosce la disfatta, che Essa è meglio compresa quando è attaccata, che essa si rialza, quando i suoi membri infedeli la abbandonano”. E, potremmo aggiungere, vince quando i suoi membri fedeli, combattono per Essa.

Grazie cardinale Burke, grazie mons. Schneider, e grazie anche a Diane Montagna che a mons. Schneider ha dato voce con questo libro.

Roberto de Mattei

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