Da figli di Dio a bacilli evoluti, ma inutili e dannosi

Cari amici di Duc in altum, Ettore Gotti Tedeschi mi ha inviato una riflessione che merita di essere condivisa. Sullo sfondo c’è il sinodo amazzonico, ma la questione è ben più ampia.

A.M.V.

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Negli ultimi tempi mi sono domandato spesso se un cattolico, che in quanto tale deve avere il senso della vita e tradurlo in opere, in questo momento storico può restare indifferente e passivo.

Un fatto che  io, per mia cultura e professione, trovo inquietante  è che se fino a cinquant’anni fa la Chiesa doveva occuparsi solo di morale e coscienza personale, non di politica  e di  economia, oggi, al contrario, si vuole invece che essa si occupi solo di economia, ambiente, politica, e non di morale. Curioso e preoccupante.

È vero  che dalla fine del Medioevo, con la scoperta dell’America e la nascita della dottrina economica mercantilista,  la creatura umana si  è  occupa sempre più di materia e meno di spirito, ma fino a ieri la Chiesa, eroicamente, ha sempre cercato  di proporre alla creatura umana il senso morale della vita e delle azioni. Soprattutto ricordando che è la miseria morale a provocare quella materiale. Si pensi al coraggio di  Papa Leone XIII che a fine Ottocento, in piena rivoluzione industriale, promosse la dottrina sociale della Chiesa. Ma si ricordi anche la valorizzazione esplicita del mercato e del sano capitalismo, segno di contraddizione, da parte di san Giovanni Paolo II. E si rilegga Caritas in Veritate, nella quale Benedetto XVI spiega le regole per gestire la  globalizzazione.

Oggi invece che  alcune utopie economiche  che nulla hanno a che fare con la visione cristiana vengono  incorporate  nel magistero stesso della Chiesa, con il rischio di trasformare le tante utopie in altrettante eresie.

È sempre più evidente che questo modello utopistico globale non può e non vuole farsi condizionare dal valore sacro della persona in quanto creatura di Dio, in possesso di una dignità inalienabile e di doveri  che si scontrano frontalmente con quelli imposti dall’utopismo stesso. Così all’uomo è richiesto non di prendere consapevolezza della sua dignità unica, ma di trasformarsi, ridimensionarsi, dimenticare Dio, oppure ridurlo alla sola sfera emozionale e privata, e lasciare che altri valori (per esempio l’ecologismo) prendano il sopravvento, anche se sostenerli può voler dire andare contro l’uomo stesso.

Tutto ciò è non solo curioso, ma inquietante.

Per riuscire nell’intento  di portare l’uomo a rivolgersi contro se stesso  sono state utilizzate, lo sappiamo,  varie strategie “scientifiche”, ma anche teologiche, che negano ogni concetto di divino nell’uomo, giustificano la sua vocazione materialista e gli permettono ogni (falsa) libertà possibile,  in aperta contraddizione con le Verità della fede cattolica.

Vorrei ricordare al lettore alcune  di queste “teologie” chiedendogli di riconoscere se sono ancora vive o no.

La prima è una forma di “teologia illuministica” e “adogmatica” che avrebbe dovuto liberare l’uomo dall’incapacità di ragionare grazie ai dogmi di fede. La seconda, anch’essa attempata ma vivissima, è  una “teologia rivoluzionaria”  che vuole liberare l’uomo dal dispotismo dell’autorità. La terza, persino  in ascesa, è  una “teologia luterana” che si prefigge di liberare il cattolico dall’autorità della Chiesa e del Papa. La quarta, in forte ripresa negli ultimi  sei anni, è una “teologia evoluzionista”   che pretende di liberarci dalle leggi eterne, considerate ormai insostenibili in un a prospettiva scientifica. La quinta è  la vecchia “teologia psicoanalitica” destinata a  liberarci dal senso del peccato (originale soprattutto) e dalla necessità della confessione. Una sesta teologia, altrettanto attuale, se non dominante oggi, è la “teologia malthusiana e ambientalista” (tipo quella a cui è approdato Leonardo Boff, per intenderci), che si propone di liberarci dall’uomo considerato come avido cancro della natura, ma anche, o soprattutto, da interpretazioni errate della Genesi e dalla gerarchia di valori che ne consegue. E, per finire , eccoci alla settima, la sempre risorgente “teologia della liberazione”, la quale, convinta che il peggiore dei mali sia l’inequità nella ripartizione delle risorse, ha l’obiettivo di liberare l’uomo dal dispotismo economico.

Ebbene, ciò che osserviamo è che, grazie a questi innamoramenti teologici, l’uomo non sa neppure più difendere se stesso, la sua specie, la sua dignità. Anzi, ormai è indotto a pensare di essere di troppo, un nemico della natura, un intruso che va estromesso.  Convinzione che ha radici lontane.

Già per Caino il fratello Abele era di troppo e inquinava  l’ambiente  con tutti quei sacrifici dei migliori agnelli del suo gregge immolati a Dio. Ma anche per Platone e Aristotele nel mondo dell’epoca c’era troppa gente e troppe poche risorse per sfamarla. Persino  San Gerolamo, nel IV secolo, sostenne che il mondo era sovraffollato e propose come soluzione “celibato e monasteri” (celibato e monasteri: non sarebbe male se qualcuno lo ricordasse durante il sinodo amazzonico!).

E non dimentichiamo Malthus, che nel 1798  tentò di fare della decrescita della popolazione  una scienza, della quale oggi si tiene adeguato conto alla Pontificia accademia delle scienze in Vaticano.

Conseguenza pratica, anche presso il mondo cattolicissimo,  fu il concetto di “paternità responsabile” post Vaticano II, successivamente  riconfermato e attribuito  alla  necessità di rispondere alla scarsità di mezzi economici. Ma ora siamo  arrivati ai movimenti  ecologisti malthusiani che gridano “No futuro! No figli!”. Oppure, ancor peggio, a movimenti che chiedono l’estinzione volontaria dell’uomo , un po’ come fece il catarismo tra il X e il XIII secolo.

Facile immaginare una  successiva proposta di estinzione  imposta  per i vecchi e i malati, fino alla possibilità che, dopo il sinodo, gli indios amazzonici ci dichiarino guerra per tutto il male che abbiamo inferto loro.

Ora, che cosa è necessario fare?

Come scrisse Benedetto XVI, dobbiamo cercare di cambiare non gli strumenti, ma il cuore dell’uomo,  estirpando il nichilismo di cui  la nostra cultura è  impregnata. Dobbiamo formare i giovani al senso delle virtù e della responsabilità personale, proponendo loro valori forti e assoluti,  insegnando a distinguere i fini dai mezzi e mostrano che non si può dissociare la fede dalle opere, perché Dio è meritocratico. E se qualcuno pensa il contrario, tanto peggio per lui.

Ettore Gotti Tedeschi

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